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Ricordi buffi di una storica d’arte mancata

Donatella Cinelli Colombini racconta gli episodi più strani e buffi che le sono capitati a contatto con le opere d’arte, quando era storica d’arte e non solo

ricordi-di-una-storica-d'arte-mancata-Calice-di-Niccolò-IV

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Di Donatella Cinelli Colombini – Toscana Agriturismo Fattoria del Colle
Forse già sapete che prima di occuparmi di vino Brunello, di turismo del vino, di Donne del vino e di vino Orcia …. Insomma di vino, ho vissuto un’altra vita da storica d’arte medioevale e soprattutto di oreficeria medioevale. Gli orafi avevano la formazione più complessa e completa fra tutti gli artisti: studiavano di tutto dagli astrolabi al disegno, dalla filosofia alle fusioni dei metalli, dalla scultura al significato delle gemme. Per questo sono stati apprendisti nelle botteghe orafe artisti diversi: architetti come Filippo Brunelleschi, scultori come Donatello o Ghiberti, pittori come Ghirlandaio e per certi versi anche Leonardo da Vinci. La più interessante delle produzioni orafe erano i bassorilievi in metallo per i sigilli o per gli oggetti devozionali. Insieme a miniature, ricami e avori, queste piccole sculture erano fra i pochi oggetti d’arte a viaggiare e permettevano la propagazione dei nuovi stili, come una sorta di internet culturale del medioevo. In

Guccio-di-Mannaia-Calice-Niccolò-IV

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un’epoca in cui viaggiare era difficile e rischioso gli orafi ebbero dunque un ruolo chiave e alcuni dei più bravi erano senesi.
Fra le oreficerie senesi più celebri e celebrate c’è il calice di Papa Niccolò IV eseguito da Guccio di Mannaia (1288-1292). Niccolò fu il primo papa francescano e il suo calice è conservato nella Basilica di San Francesco ad Assisi dove si è salvato dalla distruzione del tesoro papale in epoca napoleonica.
Come sempre ho fatto, in ogni attività della mia vita, da ragazza mi ero buttata nello studio della storia dell’arte con esagerato trasporto, trascinando anche altri membri della famiglia in mostre, musei e chiese con un pellegrinaggio instancabile.A Assisi ero andata con mio nonno Giovanni Colombini. Arrivati a San Francesco scoprimmo che non era possibile vedere il calice ma io non mi arresi e andai alla portineria del convento spiegando la mia richiesta. Nella stanza c’era un frate dallo spiccato accento tedesco con cui mio nonno si mise a chiacchierare mentre io discutevo con il portinaio che argomentava un no decisissimo. Quando ero ormai scoraggiata mio nonno mi presenta Padre Gerhard Ruf dicendo <<che forse ci avrebbe mostrato il calice>>. Mio nonno aveva studiato dai Gesuiti e trovava sempre delle vie di dialogo privilegiate con gli uomini di Chiesa. Padre Gerhard ci porta in una stanzetta, chiude a chiave le porte e poi si assenta per tornare dopo qualche minuto con il calice. Quando lo presi in mano letteralmente tremavo di emozione. Un oggetto di valore immenso per la fede, per l’arte e anche come valore intrinseco. Solo dopo seppi che il

rosa d'oro-Siena-Museo-Civico

rosa d’oro-Siena-Museo-Civico

fraticello incontrato ad Assisi era uno dei maggiori conoscitori degli affreschi assisiati.
A volte è proprio il valore intrinseco delle oreficerie che sconcerta. Mentre ero studentessa universitaria scrissi la scheda della Rosa d’oro (1458) conservata nel Museo Civico di Siena. Le rose erano donate dal Papa nella quarta domenica di Quaresima, a persone o luoghi, come segno di particolare merito. Quella di Siena era la prima che esaminavo prendendola in mano e non mi fece una grande impressione. Anzi la trovavo priva di grandi qualità artistiche, inoltre pensavo fosse in rame. La alzai, la piegai senza troppa gentilezza e dopo aver scritto tutti i dati li ricontrollai con il registro del comune scoprendo che la rosa era invece in oro ed era assicurata – siamo introno al 1975- per 17 milioni di Lire, una cifra sufficiente a comprare una casa. Rimasi di stucco e cominciai a toccare la rosa con estrema cautela compreso la finta goccia di rugiada che io credevo di vetro ed era invece uno zaffiro <<cavolo e se mi casca, con quello che pesa …>>
Ancora sul valore intrinseco delle opere di oreficeria ricordo un siparietto molto buffo all’arcivescovado di Siena. Dovevo studiare il calice di Goro di ser Neroccio del

calice-Goro-di-Ser-Neroccio-Duomo-Siena

calice-Goro-di-Ser-Neroccio-Duomo-Siena

Duomo di Siena  ma quando chiesi di esaminarlo mi portarono un calice più tardo e più brutto <<non è questo >> dissi io e vidi sbiancare il sacerdote. Dopo poco arrivò anche il Vescovo Ismaele Castellano <<ma dottoressa certo che è questo, non ne abbiamo altri>> insisteva. Dall’agitazione sembrava che avessero seri dubbi sulla corretta conservazione dell’opera invece più tardi riuscirono a trovare il calice che cercavo e me lo misero davanti con grandi sorrisi.
Un’altra volta dovevo esaminare due busti reliquiari a Montefiascone e ci andai con mio marito Carlo Gardini. Dalle finestre dell’arcivescovado i canonici si avvertivano a vicenda del nostro arrivo <<sò arrivati quelli delle teste, apreglie!>>. Per sicurezza i due grandi reliquiari d’argento erano conservati in un convento poco distante per cui prendemmo la macchina e ci andammo con il Monsignore incaricato di custodirli. <<Li esponiamo fra una settimana mica ce li porterebbe in Cattedrala?>> chiese lui. Mio marito era preoccupato all’idea che si rovinassero e facemmo il viaggio di ritorno con io seduta dietro abbracciata a due busti di Santi in argento mentre la gente ci fermava per strada per salutare il Monsignore, che

busto reliquiario-Montefiascone

busto reliquiario-Montefiascone

si sbracciava dal finestrino, e i santi che tenevo io. Stare abbracciata a un reliquiario fa una certa impressione come del resto toccare gli arredi liturgici. Almeno all’inizio mette soggezione. Trent’anni fa noi studenti incaricati di catalogare le opere conservate nelle chiese ci trovavamo spesso di fronte a cataste di candelieri, leggii, carteglorie, tabernacoli …. buttati alla rinfusa nei ripostigli. L’abbondanza del patrimonio artistico italiano, specialmente per le arti minori, è la principale causa della sua negligente conservazione. Oltre alla sensazione di sentirsi “apprendisti stregoni” nell’indossare pianete e piviali, la catalogazione creava una certa preoccupazione per gli scorpioni o gli altri insetti che uscivano dagli angoli più umidi. Mentre lavoravo, con Francesca Fumi, nella Collegiata di santa Maria Assunta a Casole d’Elsa fu diffusa la notizia di un ragno velenosissimo presente proprio a Casole. Io e Francesca ci munimmo di guanti e insetticidi ma eravamo così spaventate che avemmo persino un tamponamento.
Mio marito Carlo Gardini è stato la principale vittima della mia frenesia storico artistica. La cosa era così evidente che una volta gli dettero persino l’indulgenza. Eravamo a Montisi, in provincia di Siena, per vedere una croce in rame dorato. Il vecchio parroco vide con quanta pazienza Carlo mi aiutava e gli chiese <<sei stato all’Anno Santo?>> no, disse lui <<dunque non hai avuto l’indulgenza?>> no disse ancora mio marito <<allora te la do io perché si vede che sei buono >> e lo graziò dei suoi peccati seduta stante. Mio marito arrossì e rimase senza parole mentre io ero un po’ delusa di non aver ricevuto la stessa grazia.
Continua domani

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