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150 Strade del vino: l’importanza dei nomi 

Sapreste collocare queste Strade del vino: Strada dei vini etrusco romana, Strada del vino e dell’olio delle Alpi mare, oppure quella delle terre di San Benedetto?

150-Strade-del-vino-con nomenclatura-difficilissima

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Di Donatella Cinelli Colombini, Chianti Superiore, Orcia Doc

Difficilissimo immaginare il vino a cui si riferiscono e praticamente impossibile che il wine lover le trovi o utilizzi il loro sito per organizzare il suo tempo libero. Visto che il turismo del vino usa internet come principale strumento di diffusione c’è da chiedersi se gli organizzatori hanno valutato gli effetti di scelte così penalizzanti anche se politicamente corrette.
La confusione che regna nelle 150 Strade del vino italiane ha origine nella legge che le istituisce, faccio mea culpa perché anch’io ho messo le mani in quei testi e solo ora mi rendo conto del danno che ha ingenerato la mancanza di regole precise. Regole che a quell’epoca mi sembravano

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ostacolare la creatività e la necessità di diversificare l’offerta turistica ma che poi è stata all’origine di un’autentica babele e di scelte che ogni esperto di marketing avrebbe bocciato. Io immaginavo che le Strade dovessero essere molto diverse le une dalle altre per poi essere riunite in tipologie a seconda del loro carattere prevalente: storico, ipogeo, familiare … invece è avvenuto un appiattimento che non mette in luce i punti di forza di nessuno. Viste dal web sembrano più o meno tutte uguali. E’ un errore gravissimo perché il turismo si fonda sulla diversità, i luoghi uguali agli altri non valgono il viaggio. Altra cosa che non era prevista nel momento in cui fu fatta la legge è la decisione di puntare quasi solo sulle Strade del vino trasformandole in “vino e sapori” con un’ulteriore perdita di appeal. La maggior parte hanno optato per un nome che richiama la zona ma che solo un ristretto numero di persone conosce. Pochissime Strade hanno puntato su quello che di unico e celebre offre il loro territorio facendone il locomotore dell’intera offerta: Strada del Culatello di Zibello, Strada del Fungo Porcino di Borgotaro, Strada del riso e del risotto mantovano, Strada dei formaggi delle Dolomiti

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La maggior parte ha fatto scelte diverse come la Strada del vino e dai sapori della pianura Modenese che invece, a mio avviso, dovrebbe essere “Strada dell’aceto balsamico”. Per vincere bisogna puntare sulle eccellenze famose, quelle che sono uniche e fanno uscire dal coro permettendo di richiamare i turisti. Turisti che poi vanno anche alle cantine di Lambrusco, ai laboratori di Parmigiano reggiano con le loro cattedrali profumante e magari anche al corso per imparare a fare i tortellini, offerte queste a cui bisogna comunque dare visibilità e risalto.
Per chi non lo avesse capito la mia opinione è quella di puntare sul nome del vino o del prodotto agroalimentare più forte per usarlo come un cuneo nell’immenso mercato turistico e poi agganciarci tutto il resto. Esattamente come ha fatto la Basilicata con Matera e ci è stato raccontato al convegno di Sansepolcro << eravamo invisibili, schiacciati fra due colossi: Campania e Puglia, con più soldi, notorietà e turisti di noi. Con l’aiuto di un tecnico abbiamo fatto un progetto concentrando le nostre risorse su quello che abbiamo solo noi: i sassi di Matera. Lo abbiamo fatto accettare a tutte le provincie, all’inizio è stato difficile ma poi i risultati sono arrivati e Matera è diventata un locomotore forte a cui abbiamo attaccato tutta l’offerta regionale. Nel 2019 sarà la “Città europea della cultura” >>
Mi rendo tuttavia conto che questa mia proposta in qualche modo contraddice l’affermazione precedente sulla necessità di dare visibilità a tutte le denominazioni e soprattutto a quelle piccole. C’è poi l’ulteriore problematica riguardante i confini delle arre di produzione che spesso non coincidono con quelli amministrativi oppure comprendono più denominazioni.
Uso come esempio i produttori di DOC Orcia (come me) del comune di Trequanda che si trovano nella Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei sapori della Valdichiana. Una situazione che penalizza tutti, anche i colleghi del Vino Nobile che hanno fondato il loro network di offerta turistica e ne hanno fatto un vero gioiello capace di portare 18.000 persone nella “perla del Cinquecento” in occasione di Calici di Stelle.
Il nome che è stato scelto confonde anche sull’area di produzione del Vino Nobile di Montepulciano, confini che sono invece importantissimi per una denominazione di pregio perché danno origine ai suoi caratteri distintivi.
Quella di cui stiamo parlando è una delle Strade del vino più performanti in Italia e proprio per questo, alla chiusura delle APT (Agenzie Promozione Turistica) le istituzioni locali pensarono bene di incaricarla di promuovere tutto il territorio della Valdichiana. Si tratta di una decisione giusta ma, a mio avviso, mal gestita, infatti fa sparire il bue chianino, l’aglione, lo zafferano, il bico, l’olio extravergine e tante altre eccellenze del territorio che invece, nell’epoca di internet, potrebbero avere una gestione separata da parte di un solo ufficio. Ecco che la Strada del Vino Orcia, che adesso fa veramente fatica ad andare avanti, potrebbe trovare una casa e degli specialisti competenti in grado di darle nuovo slancio. Ognuno con la sua dignità e autonomia ma all’interno di una sola associazione che gestisce siti, blog, social e eventi diversi per ogni prodotto. Nello stesso tempo una simile soluzione aggancerebbe il vagoncino Orcia al locomotore Vino Nobile di Montepulciano e permetterebbe alla denominazione più giovane di partecipare a fiere workshop e azioni di incoming.
Per concludere bisogna essere consapevoli che le Strade del vino che esistono negli atti amministrativi della loro regione ma non sono realmente attive, sono la stragrande maggioranza delle 150 esistenti. Danneggiano la reputazione del vino e confondono i turisti. Invece i territori rurali hanno enorme bisogno di network di offerta che coniughino cultura, natura, agroalimentare e servizi turistici. Il turismo è “uno sport di squadra” chi va da solo perde, anche se è bravissimo, perché è invisibile in un mercato che è il più grande del mondo oppure perché deve investire troppo per diventare visibile.
Il successo si ottiene dunque solo unendosi e puntando sui punti di forza cioè sulle eccellenze famose e uniche. Sono loro i locomotori che permettono di bucare la stampa estera, attrarre visitatori, creare un mito. Allo stesso tempo i prodotti minori dovrebbero avere visibilità e autonomia, disponendo di propri circuiti di offerta con specifiche caratteristiche.

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