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Il sapore del vino ha un prezzo?

Quanto il valore o la fama influenzano la percezione di un vino? Molto, chi si aspetta alta qualità la percepisce coi sensi anche quando non c’è

Vincenzo-Russo-e-Donatella-CinelliColombini-a-Wine2wine

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Di Donatella Cinelli Colombini, Montalcino, Brunello, Casato Prime Donne

La risposta è si, il sapore del vino ha un prezzo. O meglio il prezzo da al vino un sapore più buono. Il Professor Vincenzo Russo della IULM ha recentemente spiegato, in un articolo pubblicato in Trebicchieri, cosa succede alle aree del cervello deputata alla gradevolezza e al piacere sensoriale – la Corteccia OrbitoFrontale e la Corteccia Prefrontale Ventromediale – quando beviamo un vino molto costoso aspettandoci che sia anche buono. Controllando con la risonanza magnetica queste due aree è rilevabile un’ attività nettamente superiore rispetto a quando viene assaggiato un vino con minori

Chateau-Lafite-Rothschild

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aspettative. Ecco che la comunicazione, e quindi anche il prezzo, è in grado di far percepire il vino in modo completamente diverso. Chi assaggia ha sinceramente una sensazione migliore ma essa non dipende dai sensi bensì dal cervello.
A queste considerazioni scientifiche aggiungerei quelle di Oliver Styles in uno spassosissimo articolo di Wine Searcher intitolato appunto <<Can money buy taste>>. Il punto di partenza è la critica al Primo Ministro britannico Theresa May da parte del giornalista russo Dmitry Kiselev <<She didn’t pick up her glass by the stem, as is common practice in respectable society>> per non saper tenere in mano un bicchiere di vino dallo stelo come fanno le persone civili. I formali sudditi di Sua Maestà, si sono sentiti punti nel vino, perché << if you’re British, claret runs in your veins>> se sei inglese nelle tue vene scorrono i vini di Bordeaux. Ma le riflessioni che seguono a questa prima schermaglia politico-nazionalista, sono davvero interessanti.

Prezzo-e-percezione-di-qualità-Petrus

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C’è un collegamento fra ciò che è oppure è stato apprezzato dalle classi dominanti e quello che viene percepito come buono. Alla base del gusto c’è dunque la legittimazione cosciente o inconsapevole delle scelte di chi è ricco e potente. Sul fronte opposto negare l’apprezzamento a ciò che piace alle classi considerate inferiori rivela la capacità di distinguere ciò che è davvero buono e raffinato.
Come lezione di marxismo ai russi che hanno criticato Theresa May è fatta in grande stile e con il supporto delle teorie sociali di Pierre Bourdieu, e del suo celebre libro La distinction. Critique sociale du Jugement del 1979. Fu questo sociologo francese ad affermare che la violenza simbolica porta i dominati e i dominanti a riprodurre involontariamente gli stessi schemi. Una verità che vale in molti contesti e anche nel vino.
I critici sfuggono a questa logica? No dice Oliver Styles perché se sei un Master of Wine oppure un Master Sommelier devi essere in grado di distinguere un Petrus in una degustazione cieca e questo ti accredita come attendibile al neo miliardario che ha bisogno di una guida per scegliere il vino da bere.
In altre parole se un grande guru del vino dicesse che apprezza solo vini da 10€ mentre trova cattivi Lafite, Mouton o Romanée Conti verrebbe screditato dalle sue scelte come qualcuno che non sa apprezzare le cose davvero raffinate.
Una lezione enorme quella di Oliver Styles che, se aggiunta a quella di Vincenzo Russo ci porta a capire che tutti, critici compresi, percepiamo come buoni i vini su cui abbiamo le maggiori aspettative e questo non dipende dai sensi ma da meccanismi celebrali del tutto involontari.

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