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Le nobili cantine che fanno più profitti

Sassicaia, Antinori, Cusumano, Frescobaldi, Santa Margherita le cantine più remunerative, Giv la più grande, il Marchese Antinori il maggiore “vignaiolo”

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Di Donatella Cinelli Colombini, Montalcino, Casto Prime Donne

Anna Di Martino pubblica sul Corriere della Sera, la sua classifica delle cantine che moltiplicano fatturati e profitti. 104 grandi cantine che da sole rappresentano 6,2 miliardi di giro d’affari pari al 47,6% di tutto il vino italiano e il 62,3% dell’export totale.
Rispetto allo scorso anno le cantine prese in esame sono di meno ma il loro peso rispetto al business complessivo è salito: 2 miliardi di bottiglie e 11.570 dipendenti. Segno di una concentrazione che a noi italiani sembra grande ma che confrontata a Paesi come il

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Cile, l’Australia o anche gli USA appare ancora bassa, forse persino troppo bassa. Siamo la nazione delle piccole imprese, anche nel vino. Il nostro problema è un numero insufficiente di realtà industriali capaci di affrontare le sfide future di un mercato sempre più globalizzato. Cioè abbiamo pochi locomotori a cui attaccare i vagoncini costituiti dalle realtà produttive medie e piccole, cantine spesso eccellenti ma prive delle risorse necessarie per aprire i mercati.
Abbiamo tuttavia dei veri assi nella manica: le cantine dei vini superstar che fanno breccia nelle aste internazionali e negli indici LIVex il portale inglese dei vini da investimento. Sono loro a tirare il successo del vino italiano nei mercati esteri: aprono, alle bottiglie tricolori, le carte dei vini dei ristoranti di lusso, accendono l’interesse dei wine critics e corrono alla velocità dei grandi chateau francesi lungo la strada dell’eccellenza.

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Un percorso che comprende manualità nei vigneti, grandi architetti nella progettazione delle cantine, ricerca e innovazione , cura ossessiva nel vino e grandi operazioni di marketing …. Azioni che comportano investimenti milionari ma sono indispensabili per l’immagine e la qualificazione del nettare di Bacco. La cosa bella è che queste cantine hanno anche una grandissima rimuneratività.
Tenuta San Guido, la casa del Sassicaia del Marchese Incisa della Rocchetta al primo posto con un indice di “profittabilità” del 53,45%, seguono i cugini Marchesi Antinori (46,11%) e poi Cusumano (36,3%). Quarto posto per gli altri marchesi toscani, i Frescobaldi con il 32,86%. In questo manipolo di cantine floride i più grandi sono gli Antinori, che con 200 milioni di fatturato annuo hanno dimostrato di saper coniugare volumi e valori. Nel 2007 non hanno aumentato di molto i fatturati ma hanno investito e moltiplicato la redditività.
Nella lista delle cantine più profittevoli ci sono anche Santa Margherita, Castellani, Ruffino, Famiglia Cotarella, Guido Berlucchi, Agricola San Felice, Lunelli, Umberto Cesari, Donnafugata, Terra Moretti, Argiolas, Masi Agricola, Farnese, Cecchi, Tasca d’Almerita, Astoria Vini, Planeta.
L’analisi di Anna Di Martino sembrerebbe contraddire l’opinione di Stefano Castriota pubblicata su Wine Economics secondo cui le cantine più remunerative sono quelle che comprano uva o vino e commercializzano bottiglie di qualità media. In realtà, nel caso di Sassicaia, Antinori o Frescobaldi è la reputazione del brand e la dimensione produttiva grande che permette ai marchesi “vignaioli” di moltiplicare i guadagni.
Il gruppo con maggiore volume d’affari è GIV Gruppo Italiano Vini con CIV e Cantine riunite che ha un giro d’affari di 594,2 milioni di Euro e distanzia tutti gli altri di 300 milioni.
Primi per superficie dei vigneti i Marchesi Antinori con 2.880 ettari rivelano un’antica e convinta vocazione alla coltivazione della terra in linea con l’immagine aziendale che mescola tradizione e innovazione con un indirizzo produttivo ben chiaro sui vini di alto profilo.
Vince la classifica delle bottiglie prodotte Enoitalia della famiglia Pizzolo quella della maggior percentuale di export cooperativa piemontese Araldica Castelvero (98,4%).

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