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Screw cap o tappo a vite, Gianluca Morino lo vorrebbe anche nel Barolo

Il tappo a vite nelle bottiglie di vino: per molti in Italia è ancora un tabù. Intervista a Gianluca Morino, produttore di Nizza (AT), che ha un punto di vista diverso.

Di Bonella Ciacci

Gianluca Morino

Gianluca Morino

Scopro per caso, seguendolo su Twitter e Facebook, che Gianluca Morino, della Cascina Garitina, produttore vitivinicolo a Castel Boglione (AT), 43 anni, con la passione per Barbera e Brachetto, è un forte sostenitore del tappo a vite, o screw cap, e che lo usa. Essendo io della zona dei grandi vini toscani come Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano, dove anche il solo pronunciare il nome di questo tappo equivale ad eresia, mi incuriosisco, e da questa curiosità è nata un’intervista ad un produttore piemontese, altra terra di grandi rossi italiani, che sfida la tradizione.

Gianluca Morino è Presidente dell’Associazione Produttori della Barbera d’Asti superiore Nizza. Appassionato innovatore, crede nell’importanza del digitale per lo sviluppo economico delle aziende agricole; divulgatore dei valori e della bellezza del suo territorio, con l’aiuto del web sta facendo scoprire la Barbera e il Nizza a wine lovers, giornalisti e importatori di tutto il mondo.Nel 2011 è stato ideatore e realizzatore di #barbera2; nel 2013 ha realizzato la tavola rotonda #digitalbarbera.

Bonella Ciacci –  Nel mondo dei produttori sei un innovatore, hai cambiato il modo di raccontare un vino e una cantina, e anche nell’argomento dei tappi, sembri stare al passo coi tempi. Da quando hai iniziato ad usare lo screw cap, ovvero il tappo a vite, o Stelvin?

Gianluca Morino – Credo da sempre fortemente che il vino abbia bisogno di conquistare il posto che gli compete. E per farlo serve innovazione nella

Vera

Vera

comunicazione per invertire la rotta. Ho iniziato ad usare il tappo a vite 2 anni fa per una linea di 3 vini rossi chiamata Vera dal nome di mia figlia Veronica. Un Dolcetto, un Merlot ed una Barbera vinificate in acciaio per esaltare frutto e bevibilità che mi interessa portare sul tavolo dei miei consumatori. Proprio per questo aspetto ho scelto il tappo a vite, per la sicurezza di aver ben riposto tutto il lavoro e tutti gli investimenti che ci sono a monte per produrre un vino.  Non si può mai immaginare la rotazione di un vino e per quanto tempo un consumatore possa conservarlo in cantina prima di gustarlo. Per questo aspetto sono più che tranquillo perché sono fermamente convinto che lo screw cap sia perfetto anche per i vini che devono affinare in bottiglia.

BC – Hai utilizzato lo screw cap per l’intera produzione di un’annata, o ne hai tenuta una parte ancora con il tappo “alla vecchia maniera”, ovvero il tappo di sughero?

GM – Ho imbottigliato l’intera produzione perché quello è il progetto e sarebbe ingestibile un doppio magazzino.

BC – Prima di arrivare allo screw cap hai sperimentato altri tappi alternativi, oppure hai fatto un’indagine tra i tuoi clienti ed importatori?

GM – Avevo provato tappi sintetici tanti anni fa (2002-2004) ma, per fortuna, ho ripiegato sul sughero di corsa. Fu una pessima esperienza perché, dopo una prima fase in cui il tappo tiene perfettamente, nella seconda fase, l’alcool faceva perdere elasticità al tappo per cui il vino si ossidava velocemente.

screw cap

screw cap

BC – Dopo che è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale (la n. 224 del 24 settembre 2013) il decreto 16 settembre 2013 che modifica le norme Ue in materia di etichettatura dei vini Dop e Igp (regolamenti 1234/2007 e 607/2009, accogliendo di fatto l’utilizzo del tappo a vite di nuova generazione anche per i vini di pregio, quali reazioni ci sono state all’interno dell’Associazione Produttori della Barbera d’Asti superiore Nizza, di cui sei presidente?

GM – In Associazione abbiamo, semplicemente, specificato l’obbligo del tappo di sughero per il Nizza. Ma non c’è chiusura totale allo screw cap pur essendo piemontesi e quindi conservatori folli.

BC – Hai già notato un cambiamento nelle vendite, dopo aver adottato lo screw cap?

GM – Il cambio delle vendite è palese, soprattutto all’estero nei mercati più avvezzi al tappo a vite.  Ho addirittura venduto in Olanda il Dolcetto d’Asti solo perché ha il tappo a vite anche perché il vino è quasi sempre lo stesso.

BC – Mi scopro evidentemente un’inguaribile romantica, e faccio fatica, da winelover, ad abbandonare il piacere del cavatappi e di quella cerimonia che è per me aprire una bottiglia di un gran vino. Non trovi che lo screw cap tolga un po’ di poesia?

GM – Toglie più poesia un vino che sa di tappo oppure un vino “non a posto” (difetto ben peggiore perché poco riconoscibile). Noi italiani abbiamo messo troppa poesia nel vino, perdendo di vista il fatto che i vini si bevono e, in giro nel mondo, soprattutto “by glass”.

BC – E’ tua opinione che ci siano casi in cui è giusto continuare ad usare il tappo di sughero?

GM – La mia opinione è che metterei il tappo a vite anche per il Barolo. Dove c’è scritto che il Barolo ha BISOGNO del sughero? Il tappo di sughero è poroso all’ossigeno esterno? Ho letto alcune tesi che dimostrano che il vino evolve con l’ossigeno presente negli interstizi del turacciolo.  Come mai i magnum ed i grandi formati sono sempre più buoni? Oltre al fatto che “c’è più vino” probabilmente si giovano di una evoluzione diversa e più lenta. Potrebbe essere la stessa del tappo a vite? Per ora rimangono tante domande. Ma in giro per il mondo ci sono grandi e cari vini chiusi con lo screw cap. Che siano tutti pazzi questi produttori?

BC- Sinceramente, vantaggi e svantaggi (se ce ne sono) secondo te di questo tipo di tappo?

GM – Svantaggi evidenti non ne vedo. Vantaggi? Il più importante è la fruibilità: con le mani che ci ha fornito Dio si può svitare e gustare, senza altri attrezzi. Nel mondo il bere è spesso veicolato dal gesto dello svitare; perché perdere questa possibilità di consumo? Poi la sicurezza dell’investimento. Sicuramente la maggiore aderenza alle caratteristiche del vitigno e del territorio perché non esistono rischi. Per ultimo vantaggio il costo: 1/10 di un tappo in sughero.

Cascina Garitina

Cascina Garitina

BC – La sempre più prorompente moda dei vini bio, e lo screw cap. Due strade opposte o che possono avere un punto di incontro, secondo te?

GM – Vini bio e screw cap? I vini bio sono semplicemente vini. Sai che non mi piacciono certe divisioni o chi cavalca cavalli modaioli. Lo screw cap è perfetto per certi vini, anche quelli fatti con bassi o nulli dosaggi di SO2, perché fornisce sicurezza sulla chiusura e tenuta nel tempo.

BC – Per concludere, quale messaggio vorresti dare ai tuoi colleghi produttori, ai consorzi e alle associazioni italiane che gravitano intorno al mondo del vino, sulla base della tua esperienza?

GM – Il consiglio è quello di diventare innovatori, di guardare fuori ed imparare dai più bravi. Dobbiamo evolverci e diventare competitivi nel mercato globale e non chiuderci in arcaici immobilismi italiani. Il mondo è grande ed offre milioni di opportunità, usciamo, combattiamo e cerchiamo di riappropriarci delle fette di mercato che ci competono. Tradizione senza innovazione si coniuga in immobilismo come scritto in questi giorni da Luca Ferraro su FB. Io ho una visione diversa del mondo del vino e, proprio per questo, con Monica Pisciella, ideammo #Barbera2 e non #gianlucamorino1 o #cascinagaritina14!:-)

In questi giorni ho letto come curiosa la posizione di un grande esperto del nostro settore quale Riccardo Vendrame (amicidivini.com) avverso all’idea http://www.intravino.com/primo-piano/london-cru-se-aprire-una-urban-winery-nel-centro-di-londra-e-tradire-il-territorio/. Anche alcuni commentatori di Intravino hanno capito poco della trovata che per me è semplicemente geniale. Come commentato su twitter, vorrei che in ogni grande metropoli del mondo si parlasse di Barbera. Tam Tam Barbera ho detto. Dobbiamo insinuare il Tam Tam barbera tra il vetusto equilibrio Cabernet-Merlot che per troppi anni ha dominato il mondo. Come Barberista ho la fortuna di avere dalla mia parte ben 33mila ettari di Barbera che sono impiantati nel mondo. Questi ettari, questi vini parlano di noi. Raccontano del Monferrato come originale, storica e affettiva culla di elevazione di questo fantastico vitigno.

Per cui ben vengano idee come London Cru in giro per il mondo!

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