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Sud Africa: uve amare per i contadini neri

Un video danese intitolato “Bitter Grapes: Slavery in the Vineyards” uve amare : schiavitù nelle vigne accusa 5 cantine del Sud Africa

Sud-Africa-vendemmia

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Di Donatella Cinelli Colombini, Fattoria del Colle, Orcia Doc

Adoro il Sud Africa, i suoi panorami, le sue coste, la sua cucina, i suoi vini … ma non sono razzista e quindi, durante i miei viaggi, mi dava molto fastidio vedere trattori senza cabina dare i trattamenti nelle vigne con il guidatore nero in maglietta che assorbiva per tutto il giorno pesticidi. Anche noi italiani abbiamo i nostri peccati: ricordate i

Sud-Africa-vigneti

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reparti verniciatura FIAT dove, negli anni sessanta, morivano tutti di cancro ai polmoni. Solo che i miei ricordi sudafricani sono di dieci anni fa non di sessanta.
Sono stata sei volte in Sud Africa cercando una cantina con cui fare un accordo di collaborazione che non si è mai concretizzato. Di trattori e trattoristi senza protezioni ne ho visto parecchi e infatti mi dissero che nel settore del vino l’integrazione razziale stentava a affermarsi e per questo il comparto era privo di finanziamenti governativi. La ricchezza dei proprietari, quasi tutti boeri, quasi tutti banchieri o con miniere, e la povertà estrema dei vignaioli neri ha colpito anche Angelo Gaja pochi mesi fa<<Le cantine visitate sono immerse in giardini vasti, ricchi di vegetazione e di fiori, curati da mano d’opera di colore e di bassi salari>>.
La cosa più impressionante tuttavia la scoprii l’anno scorso quando, attraverso l’Ambasciata Sudafricana a Roma venni in contatto con Black Owner Brands BOB, donne nere con picolissime produzioni di vino. Mi raccontarono che gli operai neri impiegati nelle vigne venivano pagati in uva o in vino e diventavano quasi subito alcolisti e violenti. Per questo il governo stava puntando sulle donne nere nella speranza che riuscissero a costruire delle mini imprese e pian piano creassero un comparto enologico alternativo a quello dei bianchi.

Sud-Africa-protesta-vignaioli

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Tuttavia, nella splendida terra sudafricana piena di immense ricchezze sotterranee, la regione del Capo continuava ad apparire come il paradiso terrestre dove non c’è mai l’inverno e le cantine sono circondate di fiori. Un’immagine idilliaca che è durata finchè una troup televisiva danese non ha ripreso gli operai neri nelle vigne e le loro condizioni di lavoro in 5 aziende. Niente acqua potabile, mancanza di protezioni contro i pesticidi, reazioni cutanee … le stesse cose che anch’io avevo visto dieci anni fa. Così come i giornalisti si sono accorti del perdurare non ufficiale del “dop system” cioè del pagamento del salario in vino invece che in denaro come all’epoca dell’apartheid.
Il titolo “Bitter Grapes: Slavery in the Vineyards” letteralmente vuol dire uve amare : schiavitù nelle vigne. L’inchiesta giornalistica danese di Tom Heinemann è

Sud-Africa-farm-house

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apparsa credibile anche agli occhi delle autorità sudafricane che hanno ingiunto alle 5 cantine oggetto del report di mettersi in regola entro 60 giorni. Una di esse, la più bersagliata dal video, ha reagito con indignazione così come, in un primo momento, VinPro associazione di 350 cantine sudafricane. In realtà il programma danese è uno stimolo al cambiamento che va inteso positivamente perché, parafrasando Carlin Petrini il vino piace se è “buono pulito e giusto”.
Il video è stato trasmesso solo in Danimarca e in Svezia, ma la notizia ha fatto il giro del mondo ed è presente nei grandi portali web con notevole rilievo. In alcuni supermercati scandinavi i vini della Robertson Winery e di Leeuwenkuil le aree viticole sudafricane maggiormente interessate dall’indagine giornalistica sono stati rimossi dagli scaffali. Alla fine gli scandali passano ma la civiltà umana va avanti e questo scossone, potrebbe aiutare le cantine sudafricane a qualificarsi. Il Sudafrica è un Paese meraviglioso e voglio sperare che lo diventi anche nel rispetto dei vignaioli neri.

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