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Troppe fake news on line

Troppe fake News, troppa aggressività (spesso anonima), pochi articoli memorabili … alla fine il troppo parlare on line diventa un rumore indistinto

Luciano Ferraro, Premio Casato Prime Donne, Montalcino News

Luciano Ferraro, Premio Casato Prime Donne, Montalcino News

Di Donatella Cinelli Colombini

Confesso di essere una fan di Luciano Ferraro, perché tutto quello che scrive mi insegna qualcosa e anche il suo articolo Vendemmia 2017 memorabile? Vanno in scena le fake news, su “Civiltà del bere” mi spinge a una riflessione che vorrei condividere con voi.  Ferraro parte dal Festival di Venezia con Jane Fonda e Robert Redford in “Our souls at night” con i due che bevono vino (lei) e birra (lui) a casa. <<E’ solo un piccolo esempio di come il vino può raccontare la società e i suoi cambiamenti>> dice Ferraro e ripercorre le bevute cinematografiche più celebri: da “Il Cacciatore”  a “Il Padrino”.

L’argomento è intrigante ma è soprattutto il modo con cui Ferraro lo racconta che

Stefano-Tesi-Sebastan-Nasello-Carlo-Macchi-Premio-Gambelli

Stefano-Tesi-Sebastan-Nasello-Carlo-Macchi-Premio-Gambelli

colpisce. Quasi una lezione di giornalismo e lui stesso lo sottolinea <<se la critica enologica riducesse il linguaggio tecnico e scegliesse di raccontare l’esistente, con gli strumenti della cronaca e della narrazione, molti più lettori-consumatori potrebbero avvicinarsi>>. Parole da incorniciare  e una spiegazione chiara di cos’è lo storytelling che tutti gli esperti di marketing invocano. Eppure come lo stesso Ferraro ammette, mai prima d’ora si è parlato così tanto di vino: giornali, guide, TV,e internet contengono un fiume di vino. La massa di parole è così abbondante che risulta un rumore indistinto dove troppi parlano e pochi sentono.

Poi ci sono le fake news, il vero cancro del web. Le false notizie hanno avuto una vera accelerazione di recente e il culmine è stato toccato con l’ultima vendemmia (su cui i commenti sono arrivati troppo presto per essere credibili) e il Prosecco che fa i buchi nei denti. Quest’ultima notizia è talmente inverosimile da rendere sorprendente il suo rilancio sui quotidiani inglesi. Alla fine il “Times” ha dovuto quasi scusarsi.

Ci sono poi i turpiloqui on line protetti dall’anonimato o da identità web inventate. Non si tratta solo di bullismo adolescenziale, ci sono quelli che sostengono un produttore o un’idea con fosse sacra attaccando chiunque lo critichi e  ci sono quelli che vogliono farsi notare  scrivendo parole irripetibili  sulle celebrità. Le vittime vengono spesso attaccate in gruppo  e in modo gravemente offensivo . Di recente è successo a Daniele Cernilli che ci è rimasto malissimo anche perché i critici non sono così abituati a essere, a loro volta, criticati.

All’articolo di Ferraro fa eco, ancora su “Civiltà del bere” il pezzo di Stefano Tesi  Facebook da solo non basta, che fotografa la comunicazione digitale delle maggiori cantine italiane. A fronte di una presenza massiccia nel web si nota che <<è caratterizzata  dalla creatività dei contenuti piuttosto che dalla cura degli stessi e dall’ascolto e partecipazione alle discussioni>>. In altre parole  le troppe voci finiscono per aumentare il rumore  senza che ci sia reale aumento dell’ascolto e delle risposte.

Concludo questa riflessione tornando a Luciano Ferraro che cita i sette saggi del “New York Times”. Qualche mese fa si sono riuniti per definire la nuova strategia  del quotidiano più influente del mondo, proponendo il <<journalism that stands apart>> giornalismo memorabile, che buca con inchieste e opinioni che scuotono le coscienze.

Senza avere la pretesa di imitare il quotidiano statunitense tutti possiamo impegnarci a evitare le polemiche e pubblicare quello che è utile a chi legge.  Io cercherò di farlo e voi?

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