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Vitigni autoctoni e critica enologica è vero amore?

Gli esperti ne parlano tanto ma li assaggiano poco. Vitigni autoctoni, le denominazioni minori sembrano più amate dai consumatori che dai critici del vino

Donatella-Cinelli-Colombini-Foglia-Tonda

Donatella-Cinelli-Colombini-Foglia-Tonda

Di Donatella Cinelli Colombini, Orcia Doc, Cenerentola

Una frase, di qualche giorno fa, di un amico giornalista, mi ha fatto molto riflettere <<la critica del vino fa poche scoperte, non esplora nuovi territori, o vitigni minori e non cerca nuove cantine>>. Forse non è del tutto vero ma in parte è così, soprattutto qui in Europa e soprattutto in Francia. I giudizi sui vini e le denominazioni sono molto stabili e rispecchiano rendite di posizione costruite nel tempo. Un mix di qualità intrinseca, rete commerciale, prezzo, investimenti nella comunicazione … elementi a cui va aggiunto l’istinto alla coerenza di ogni essere umano per cui anche i critici enologici tendono a non smentirsi e difficilmente stroncano le cantine che precedentemente hanno esaltato. Tutto questo creata una situazione quasi bloccata che penalizza le denominazioni, i vitigni autoctoni minori o le cantine che, pur non avendo grandi mezzi, meriterebbero più attenzione.

Donatella-CinelliColombini- Sangiovese.Vitigni autoctoni

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Ecco che invece il mercato e i consumatori più evoluti cercano proprio queste rarità, premiano la diversità, vogliono sorprendersi. Ovviamente per le piccole denominazioni e per i vitigni minori la strada è tutta in salita perché le cantine devono convincere un importatore a scommetterci. E’ difficile perché comporta spese, viaggi, bottiglie omaggio … un’impresa titanica per i piccoli vignaioli sempre alle prese con i bilanci che non tornano. Poi però i risultati arrivano perché il pubblico cerca proprio quello che “è solo li” i vini che possono essere proposti ad altri come vere scoperte. Sono tanti, sempre di più, i wine lovers, di ogni parte del mondo, che si comportano da talent scout e poi diffondono la notizia dei loro vini del cuore on line mettendo recensioni nei portali come Vivino, CellarTracker, Snooth … oppure iniziando una comunicazione virale nei propri social network. Ecco che il ruolo di anticipatori delle tendenze, di esploratori dei nuovi territori e dei nuovi vitigni, sta diventando peculiare dei social-wine lover e specialmente di quelli

Vitigni-autoctoni-storia-del-vino

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più influencer cioè dei sommelier o dei wine blogger dilettanti. Questo ha accresciuto l’attenzione di territori e cantine verso questa nuova categoria di comunicatori che, sebbene spesso meno esperti dei critici blasonati, sono più raggiungibili e più aperti al nuovo.
Due parole sui vitigni autoctoni: alcuni sono conosciuti e rispettati come il Sangiovese oppure il Nebbiolo ma anche su di loro c’è ancora tanta strada da fare. Mi riferisco all’ “enologia varietale” come la chiama il Professor Luigi Moio <<Bisognerebbe un giorno scrivere il libro perfetto dell’enologia, quello che prevede una parte di enologia generale e poi… i vari capitoli di “Aglianicologia”, “Merlottologia”, “Chardonneologia”, “Sangiovesologia”… Siccome ogni mosto ha una composizione chimica e biochimica precisa e diversa per varietà di vitigno, proprio su questa composizione va plasmato il processo di vinificazione in funzione dell’obiettivo finale>>. Una visione che apre il cuore e mette sullo stesso piano i grandi vitigni internazionali con 8 strati cellulari nelle bucce dell’uva, su cui si basano i trattai di enologia, e i vitigni autoctoni che di starti ne hanno la metà.

vitigni-autoctoni-sagrantino-

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Poi ci sono i vitigni autoctoni italiani valorizzati negli ultimi vent’anni come il Sagrantino di Montefalco che deve tantissimo alla tenacia, la lungimiranza e gli investimenti di Marco Caprai, o il Nerello Mascalese, che ora è in grande spolvero …. Non sono ignorati dalla critica enologica e sebbene ancora con qualche difficoltà rispetto agli esperti stranieri, ricevono attenzione e sostegno.
La terza tipologia, quella su cui chiedo maggiore attenzione da parte della critica enologica sono i vitigni che il Professor Luigi Moio giudica di “buon potenziale enologico” ma ancora pochissimo coltivati. Sono questi vigneti, territori e vini che devono essere valorizzati e hanno bisogno di più visite, più assaggi e più consigli da parte di chi ha competenze e influenza nel giornalismo specializzato.
Lasciamo per ultimi quei vitigni autoctoni privi di potenziale che possono diventare solo “delle curiosità locali” ma vanno comunque salvaguardati al fine di mantenere intatta l’eredità storica del vigneto italiano.

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3 Comments

  1. Marco Carestia Reply

    Ho sondato il discorso autoctono su libri di enologi docenti e sul web, concordo con questo articolo, meglio concentrarsi su vitigni già conosciuti e presenti sul mercato dove a comunità locale ha coinvolto le risorse del territorio e se possibile ottenere in queste zone il riconoscimento UNESCO per potenziare al massimo incoming.

    1. Donatella Reply

      Secondo me Marco, è necessario salvare tutti i vitigni autoctoni, anche quelli privi di un potenziale enologico, ma la produzione del vino va concentrata sui vitigni autoctoni qualitativi che, fortunatamente, sono tantissimi.

  2. Marco Carestia Reply

    Ho visto un servizio di Linea Verde girato a Subiaco su una cooperativa cheha valorizzato il territorio:producono olio da generazioni ma i produttori non sono più giovani,molti giovani sono andati in città e qualcuno di ritorno e studi universitari è ritornato sulle orme dei padri, e si dà lavorò a italiani e stranieri senza rivalità e remunerazione dignitosa con vitto e alloggio. Se il Mipaaf facesse la sua parte e rafforzasse questa politica di sviluppo,non solo si rivitalizza l’economia locale ma si ripopolano più in fretta zone rurali in declino salvaguardando ogni vitigno autoctono.

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