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Bolgheri, il Bordeaux della Toscana, alla ricerca di identità

Igt, Bolgheri Doc, Sassicaia Doc, una gran confusione definita “il solito pasticcio all’italiana”che però ha dato vita ad alcuni dei migliori vini al mondo

Sara Mazzeschi

Viale dei cipressi, Bolgheri

Viale dei cipressi, Bolgheri

Sassicaia, Paleo, Super Tuscan , vini toscani per lo più della zona di Bolgheri, tra i più apprezzati ma allo stesso tempo ritenuti il tipico esempio del caos italiano perché vini da tavola dai costi esorbitanti. Questo è più o meno quello che il mondo sa su di loro ma non è proprio la verità! Molti di questi vini hanno ottenuto – faticosamente – la Denominazione di Origine Controllata e Bolgheri è da anni teatro di discussioni, modifiche al disciplinare, acquisizioni da parte di grandi investitori. Un’area in pieno fermento dove “identità” e “terroir” sono sentiti più che mai perché se da una parte sono punto di partenza per la produzione enologica, dall’altra non c’è ancora un’idea precisissima di dove sia la zona, pur conoscendo ed apprezzandone i vini. Leggi tutto…

E’ il momento dei Superitalians

Valérie Lavigne Donatella Cinelli Colombini e Barbara Magnani

Tinaia del vento
Tinaia del vento

[gplusone]

Due o più vitigni autoctoni usati insieme: sembra ovvio ma fino a pochi anni fa il blend di maggior successo era a base di Sangiovese e vitigni internazionali, oggi invece, il bisogno di identità, di originalità, di  caratteri distintivi spinge gli enologi a nuove soluzioni che associano vitigni tradizionali dello stesso territorio, ma c’è di più

Valerie Lavigne wine maker

Valerie Lavigne wine maker

Valerie Lavigne, l’enologa che Donatella Cinelli Colombini ha portato dall’ Università di Bordeaux nelle sue cantine del Casato Prime Donne a Montalcino e della Fattoria del Colle nel Sud del Chianti, ci spiega il suo concetto di fare vino di eccellenza. Qualcosa di opposto alla globalizzazione ma comunque capace di competere ai più alti livelli qualitativi su uno scenario internazionale. 

Il suo ragionamento parte con un punto interrogativo che mette in dubbio il concetto stesso di “vitigno internazionale”. Per l’esperta francese << Le varietà autoctone che producono un grande vino – il Sangiovese del Brunello, per esempio –  sono sempre coltivate al loro limite Nord. Cioè sono coltivate dove è più difficile, raggiungere una completa maturazione. E’ in queste condizioni che l’espressione dell’ uva è la più originale e la più inimitabile. Allo stesso modo le varietà internazionali come Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay, che crescono in Borgogna o a Bordeaux sono nel loro limite più a Nord. Gli aromi di queste varietà, in queste situazioni climatiche, sono unici e identificabili. Se coltivati in zone con climi più caldi o più secchi possono dare buoni vini ma non grandi vini perché la loro espressione aromatica perde il suo particolare carattere. >>

Vigneto vecchio Casato Prime Donne

Vigneto vecchio Casato Prime Donne

In altre parole il concetto “il Merlot è uguale dappertutto” è per lei una pura illusione. Anzi è solo sfidando la natura, in condizioni estreme, che si raggiunge l’eccellenza.
Ma ecco che entra in gioco il “terroir” cioè l’impronta, il segno distintivo del territorio  << è avere un sapore riconoscibile che fa grande un vino, il sapore che è la specifica espressione di una o più varietà di uva cresciuta in una determinata regione. Senza questa autentica impronta del  terroir non ci può essere diversità. La ricerca di qualità è quindi, secondo me, indissolubilmente legata ai concetti di territorio, identità e quindi diversità.>>

Questo concetto, mette la vigna nel ruolo di protagonista assoluto, porta con sé una domanda: qual è la direzione da prendere? << Penso che sia il momento di studiare blend fra varietà autoctone, cioè di produrre vini collegati a uno specifico territorio quindi con un sapore riconoscibile e inimitabile. Perché non immaginare la combinazione  di colore, potenza, bassa acidità e forte tannino del Sagrantino con la maggiore delicatezza, maggiore acidità e meno colore del Sangiovese? E’ la qualità del tannino di ciascuna delle due uve che deve guidare il blend. Ma ci sono probabilmente altre strade  per esplorare ed approfondire. Penso a un’altra varietà dell’area centro italiana come il Colorino.>>

Un punto di vista coraggioso, quello della studiosa francese che, nelle sue opinioni, rispecchia gli anni di ricerche sugli aromi del vino effettuate nella più prestigiosa università di enologia del mondo. Le sue capacità di studiosa e di assaggiatrice, hanno fatto scegliere Valérie dal  Preside della Facoltà di enologia di Bordeaux, Denis Dubordieu, per costituire, con Christophe Olivier, un gruppo di consulenti che seguono cantine del calibro di Châteaux d’Yquem, Margaux e Cheval Blanc. Valerie, non è una donna qualunque, ma un’esperta le cui opinioni contano nel mondo del vino.

Identità a tutti i costi dunque, e salvaguardia dei caratteri distintivi delle uve di uno specifico territorio ottenuta anche attraverso un rapporto diverso con le botti << Il legno non deve disturbare questa autenticità, deve rimanere un supporto, un elemento della complessità del vino>>. Allo stesso modo come il terreno vitato deve essere << eco compatibile per produrre grandi vini>>. Nelle sue parole un deciso no a chi inquina giustificandosi con l’intento di fare vini d’eccellenza.  <<Nessun residuo di pesticidi non solo nei vini ma anche nella terra, nell’acqua e nell’aria. Una campagna pulita è bella. I produttori di un territorio che difendono l’ambiente investono sul futuro economico, sociale e culturale dei loro figli>>.


Nascono i Superitalian vini di grande qualità ottenuti da vitigni autoctoni

 

 

Valerie Lavigne

Valerie Lavigne

In occasione della sua visita alle cantine di Donatella Cinelli Colombini, l’enologa Valerie Lavigne ha rilasciato un’intervista sui vitigni autoctoni e la possibilità di usarli in blend per creare una nuova generazione di vini: con più identità, più caratteri distintivi e soprattutto con una grande qualità organolettica.

 

 

 

DCC. Cosa significano le parole diversità, identità e tipicità? In un’ era di globalizzazione sembra che abbiano sempre più importanza ma possono essere compatibili con la ricerca di alta qualità?

VL. Identità e tipicità definiscono la personalità del vino. E’ attraverso loro che il vino è  riconoscibile  per il suo sapore, sapore che è la specifica espressione di una o più varietà di uva cresciuta in una determinata regione. Senza autenticità non ci può essere diversità. La ricerca di qualità è quindi, secondo me, indissolubilmente legata ai concetti di autenticità, identità e quindi diversità.

DCC. Le varietà autoctone come il Sangiovese, Foglia Tonda e Sagrantino. Cosa possono offrire in più o di meno in comparazione con varietà internazionali come Cabernet e Merlot?

VL. Le varietà autoctone quando sono collegate con l’immagine di un grande vino prodotto in questa regione, Sangiovese Brunello per esempio, sono sempre coltivate al loro limite nord, dove c’è sempre un poco più di difficoltà che da altre parti per raggiungere una completa maturazione. E’ in queste condizioni che l’espressione dell’ uva è la più originale e la più inimitabile.
Le varietà internazionali come Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay, quando crescono in Borgogna o a Bordeaux sono al loro limite nord. Gli aromi di queste varietà, in queste circostanze sono molto unici e identificabili. I vini prodotti in climi più caldi o più secchi possono essere buoni ma non grandi vini. La loro espressione aromatica perde il suo particolare carattere. E’ invece  privilegio delle varietà autoctone di uva generare vini i cui profumi non possono essere replicati.

DCC. La scelta di preferire le botti anziché le barriques per invecchiare il Brunello è dettata soprattutto da ragioni enologiche o anche da ragioni culturali ? In altre parole questa scelta mostra un desiderio di fare un vino con più identità o solo di produrre un vino migliore?

VL. Come ho detto, i vini sono riconoscibili per una speciale espressione, tipica di uno o più varietà di uva prodotte in una determinata regione. Il legno non deve disturbare questa autenticità, deve rimanere un supporto, un elemento della complessità del vino. Meno legno per vini più autentici e quindi più “grandi”.

DCC.  Tutti noi dobbiamo collaborare per ridurre l’impatto sull’ambiente. Quale è il futuro del vigneto eco-compatibile? Molti pensano di andare verso il biologico altri verso il biodinamico... Come si possono fare grandi vini e anche conservare la natura ?

VL. Non c’ è scelta. Il vigneto deve essere sia eco compatibile che produrre grandi vini.
Gli obbiettivi di eco compatibilità sono diversi: nessun residuo di pesticidi non solo nei vini ma anche nel terreno, nell’acqua e nell’aria, una campagna non rovinata e bella, diventa un territorio arricchito sia economicamente che socialmente e culturalmente.
La diversità tra biologico e biodinamico è puramente semantica. Dobbiamo fare qualsiasi sforzo per raggiungere gli obbiettivi di difesa ambientale. Se certe pratiche di biodinamico hanno un effetto benefico evidente, esse sono giustificabili. In caso contrario esse non hanno alcun interesse.

DCC.  Oggi i Supertuscans, basati su Sangiovese e varietà di uva internazionali, non sono più così di moda. E’ l’inizio di un periodo che vede favorevolmente i blends basati su varietà autoctone ? Cosa pensa di un vino con uve Sagrantino e Sangiovese ?

VL. Penso che sia il momento di blend con varietà autoctone, sempre basati sullo stesso concetto: produrre vini tipici di una zona, con un sapore riconoscibile e inimitabile. Perché non immaginare l’effetto della combinazione  di colore, potenza, bassa acidità e forte tannino del Sagrantino con la maggiore delicatezza, maggiore acidità e meno colore del Sangiovese? E’ la qualità del tannino di ciascuna delle due uve che deve guidare il blend. Ma ci sono probabilmente altre strade  per esplorare ed approfondire. Il Colorino per esempio?

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