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Wine Spectator: più vini e più qualità nel mondo

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I giudizi 2017 del Wine Spectator premiano la Francia e soprattutto la Borgogna con rating e prezzi più alti. In Italia emerge il Piemonte e poi la Toscana

Wine-Spectator

Wine-Spectator

Di Donatella Cinelli Colombini, Rosso di Montalcino, Casato Prime Donne

Wine Spectator, il più prestigioso e influente magazine del vino a livello mondiale, tira le somme sugli assaggi 2017 con un colpo d’occhio complessivo che riserva molte sorprese. Il primo dato è l’aumento dei vini, nel mondo crescono le etichette in termini di numero e di qualità anche a prezzi abbordabili.
Per i consumatori è una buona notizia ma per noi produttori no, la competizione è sempre più dura.
Nel 2017 gli assaggiatori del Wine Spectator hanno valutato, in degustazioni bendate, circa 16.000 bottiglie. Fra quelli degni di essere recensiti il 3% ha ottenuto da 95 a 100 punti su 100. 41% ha ottenuto score fra 90 e 94/100 mentre il 94% era fra gli 85 e gli 89 punti.

New-york-wine-experience-2015

New-york-wine-experience-2015

Si nota un netto miglioramento rispetto al 2016 quando solo l’1% dei vini pubblicati nella rivista aveva superato i 95 centesimi e la fascia con punteggio da 90 a 94/100 era del 35%. Tuttavia l’oscillazione verso l’alto è talmente repentina che potrebbe dipendere dall’arrivo contemporaneo di vini prodotti in buone-ottime vendemmie provenienti da diverse zone del mondo.
Altro elemento interessante è il prezzo pagato dai consumatori. La media delle bottiglie valutate 90/100 è di 81$ (66€) ma la fluttuazione è forte. I più cari sono i francesi. Una loro bottiglia con rating di 90/100 costa 96$. Non poteva essere altrimenti, noblesse oblige. Leggi tutto…

Le storie in etichetta che fanno ricomprare il vino

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Basta descrizioni generiche mettiamo le storie in etichetta con ciò che rende unico quello specifico vino. O ancora usiamo i vitigni come eroi

Tio Pepe racconto in etichetta

Tio Pepe racconto in etichetta

Di Donatella Cinelli Colombini, Montalcino, Brunello, Casato Prime Donne

Difficilmente il cliente si mette a leggere una storia in etichetta mentre compra una bottiglia in enoteca o al supermercato. Molto più probabilmente lo fa al ristorante mentre aspetta di mangiare oppure a casa mentre sorseggia dopo cena sul divano cercando di rilassarsi dopo una lunga giornata di lavoro. E’ questo il momento in cui la storia scritta in etichetta può fargli aumentare l’apprezzamento per il vino. Una storia che trasmette emozione è molto più memorizzabile di una sequenza di informazioni tecniche e quindi, il nostro cliente sarà più propenso a scegliere di nuovo quel vino nel futuro perché avrà un legame emozionale con esso.
Un recente studio dell’Università di Adelaide ha rivelato l’inefficacia di descrizioni che potrebbero adattarsi a tutti i vini dello stesso territorio o dello stesso vitigno. Funziona invece raccontare ciò che rende unica proprio quella bottiglia – della serie “ se non ti

Flexo lampada spagnola esempio di racconto in etichetta

Flexo lampada spagnola esempio di racconto in etichetta

distingui ti estingui”- basta la spiegazione di un particolare, anche piccolo, e il nostro vino esce dal coro e finalmente diventa visibile. Per spiegare il metodo The Drinks business fa l’esempio di una lampada da comodino spagnola in alluminio a basso prezzo. Sarebbe passata del tutto inosservata se non ci fosse stata una spiegazione che, solo in UK, ha colpito 30 milioni di lettori << The Flexo is an integral part of Spanish life, having been in continuous production since 1925. Although the designer is unknown, the Flexo is a design classic, a version being in the Design Museum in London>> Leggi tutto…


Vitigni autoctoni diffidate dalle imitazioni

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I vitigni autoctoni cominciano a globalizzarsi. Bisogna puntare su quelli rari: i vini sono difficili da produrre ma attraggono i turisti e hanno prezzi alti

Donatella-Cinelli-Colombini-Foglia-Tonda

Donatella-Cinelli-Colombini-Foglia-Tonda

Di Donatella Cinelli Colombini, Doc Orcia, Cenerentola

Non c’è tempo da perdere; bisogna valorizzare i vitigni autoctoni rari che sono coltivati solo nel loro luogo di origine. In Australia cominciano a produrre Nero d’Avola, Vermentino, Fiano, Arneis, Dolcetto, Sagrantino e Teroldego. Le chiamano varietà alternative cioè non internazionali come sono invece Merlot, Cabernet e Chardonnay. In realtà si tratta di un primo passo verso la globalizzazione dei maggiori vitigni autoctoni italiani che rischiano di perdere la loro caratteristica identitaria come prima è successo al Syrah – Shiraz, oppure al Prosecco.
Non si tratta di un problema piccolo. Infatti l’Australia è un “market driven” cioè indirizza la produzione in base alle vendite, come gli USA che, tuttavia, a causa della dimensione del Paese ha dinamiche più lente. La svolta australiana verso i vitigni autoctoni abbandonando i “soliti noti” così come verso un maggiore collegamento fra vini e territori di origine, deve suonare, per noi, come un’opportunità e insieme come campanello di allarme. Significa che i consumatori

Uvalino-Cascina-Castlet-Mariuccia-Borio

Uvalino-Cascina-Castlet-Mariuccia-Borio

chiedono qualcosa di diverso e di più originario. Per le cantine italiane la cosa è estremamente favorevole, siamo infatti il Paese con il maggior numero di vitigni autoctoni al mondo e siamo fra quelli che hanno costruito la piramide qualitativa sull’origine dell’uva, IGT, DOC e DOCG. Un’opportunità che contiene anche una minaccia perché, come abbiamo visto, c’è già chi pianta vitigni autoctoni italiani e forse riuscirà anche a produrre degli ottimi vini.
Ma cosa possiamo fare di fronte a colossi stranieri di enorme forza commerciale come Yellow Tail, Hardys, Lindemans oppure Jacobs Creek, per parlare solo dei grandi player australiani? Leggi tutto…

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