Giacomo Bologna gli innovatori del vino italiano

GLI INNOVATORI DEL VINO ITALIANO 4

HO TROVATO UNA FOTOGRAFIA DI CINQUANT’ANNI FA CHE RITRAE UN GRUPPO DI PRODUTTORI CHE GIA’ A QUELL’EPOCA ERANO CONSIDERATI DEI PIONIERI INNOVATORI DEL VINO ITALIANO

Di Donatella Cinelli Colombini, #winedestination

 

 

Sapevano di essere dei pionieri ed erano mossi da un grande entusiasmo nel creare un nuovo scenario per il vino italiano. La cosa bella è che, anche grazie a Gino Veronelli, questi uomini straordinari fecero una parte di cammino insieme. Nella foto ci sono: Bruno Ceretto, Piero Antinori, Giacomo Bologna (Braida), Maurizio Zanella (Ca’ del Bosco), Mario Schiopetto, Franco Biondi Santi, Marcello Ceretto, Jacopo Biondi Santi, Nicolò Incisa della Rocchetta (Sassicaia)e Angelo Gaja. Qui di seguito, tratteggerò un breve profilo di quelli che non ho ancora descritto aggiungendo Bepi Quintarelli che, pur interpretando il suo ruolo di innovatore in modo diverso dagli altri, ha sicuramente tracciato un nuovo futuro per l’Amarone.

 

 

MARIO SCHIOPETTO IL PIONIERE DEL VINO FRIULANO

L’ho conosciuto dopo che la sua salute era stata compromessa da un grave incidente stradale.

Camminava con il bastone e non poteva rimanere a lungo in piedi ma continuava a incoraggiare tutti affinché si impegnassero a fare di più e meglio. Mario Schiopetto nasce nel 1930 e cresce nell’Osteria dei genitori. Il suo Tocai in purezza del 1965, segna l’inizio del rinnovamento dei bianchi friulani. Viaggia moltissimo per

Mario Schiopetto i pionieri che hanno cambiato il vino italiano

Mario Schiopetto i pionieri che hanno cambiato il vino italiano

vendere i suoi vini ma, soprattutto per incontrare altri produttori insegnando e imparando. E’ un pioniere anche in vigna, dove riduce le produzioni e anticipa le vendemmie. Dopo la sua morte, visitando la sua cantina, ho capito quanto fosse avanti nell’uso corretto della tecnologia. C’era un l’ambiente per la moltiplicazione dei lieviti (da aggiungere nei tini in fermentazione), che qualunque cantina, anche nata vent’anni dopo, avrebbe voluto avere. Un approccio coraggioso e visionario che ha diffuso con l’esempio e il consiglio.

 

 

 

TANCREDI E FRANCO BIONDI SANTI E IL BRUNELLO

 

In realtà l’apporto dei Biondi Santi al vino di Montalcino è precedente alle ultime generazioni, perché Clemente Santi iniziò a vinificare il Sangiovese in purezza, invecchiandolo in botti di legno e scoprì la straordinaria longevità di questo rosso, intorno al 1860. Fu quindi lui a creare la “formula” produttiva ancora oggi usata

Franco Biondi Santi

Franco Biondi Santi

per il Brunello. Ma è Tancredi, enologo geniale, a dare al Brunello una reputazione internazionale portandolo sulla tavola della Regina Elisabetta nel 1955. Suo figlio Franco continua quest’opera aiutato dalla moglie Maria Flora detta Boba. I Biondi Santi sono miei lontani parenti e fu mio nonno Giovanni a portare all’altare Boba (il cui padre era morto) quando sposò Franco all’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. L’eleganza di lei e le competenze di Franco, che aveva una laurea in agraria, oltre ai viaggi e alle frequentazioni del Gotha del vino mondiale, fecero della loro Tenuta Il Greppo un luogo da mito, ammirato e rispettato dai wine lovers di tutto il mondo.

 

 

BRUNO E MARCELLO CERETTO, I BAROLO BROTHERS

 

Terza generazione della famiglia Ceretto che ha dato una reputazione mondiale all’azienda di famiglia con un’azione pioneristica sui mercati internazionali. Riempiono la cantina e le vigne di opere d’arte come la celebre Acino e la Cappella del Barolo. Pionieri anche nel rispetto ambientale, i Ceretto producono vino in modo biodinamico. Mettono le basi della riqualificazione turistica delle Langhe anche con il ristorante stellato Piazza Duomo dello chef Enrico Crippa ad Alba.

 

Un’azione costante, innovativa, coraggiosa, un puntare sempre in alto sfidando i grandi Chateaux francesi che ha portato avanti le Langhe, Il Piemonte e tutto il vino italiano. Ma anche un’apertura al dialogo impressionate. Ricordo di aver scritto, circa 10 anni fa, sul “Corriere Vinicolo” un articolo duro, sui rischi del turismo del vino lasciato crescere senza una cabina di regia e di aver ricevuto una cassa di vino e una lettera di ringraziamento da Bruno Ceretto. Mi commossi.

 

Ceretto l'acino

Ceretto l’acino

MARIO E NICOLO’ INCISA DELLA ROCCHETTA E IL SASSICAIA

 

 

 

Incisa della Rocchetta Tenuta San Guido Sassicaia Bolgheri

Incisa della Rocchetta Tenuta San Guido Sassicaia Bolgheri

Entriamo nel mito della Tenuta San Guido e dei Marchesi Incisa della Rocchetta. Questa famiglia è protagonista della storia italiana fino dal medioevo. Mario Incisa della Rocchetta si trasferisce in Maremma dopo aver sposato Clarice della Gherardesca nel 1930, discendente del Conte Ugolino descritto da Dante. Forte dei suoi studi di Agraria all’Università di Pisa, Mario sperimenta i vitigni francesi e soprattutto il Cabernet Sauvignon. Il figlio Nicolò laureato in economia a Ginevra, affianca il padre, si appoggia in cantina a Giacomo Tachis e viene poi circondato da cinque fra figli e nipoti fra cui Priscilla che diventa portavoce della cantina. Sono persone gentili ma il loro mito è tale da intimidire chiunque, anche me.
Nella loro tenuta San Guido, 2.500 ettari vicino al mare, non è solo vino. C’è il viale di cipressi descritto dal primo italiano premio Nobel per la Letteratura Giosue Carducci, c’è la razza di cavalli Dormello Olgiata e il super campione di galoppo Ribot, premiato a Ascot dalla Regina Elisabetta, c’è il Rifugio nel Padule di Bolgheri, prima oasi faunistica privata in Italia nel 1959 … Fino al recentissimo passato con i lunghi soggiorni di Mick Jagger dei Rolling Stones. Nel mito c’è anche il vino Sassicaia e la prima vittoria sui grandi di Francia. A sorpresa il Sassicaia 1972, vino da tavola senza denominazione, batte i più reputati Château bordolesi in una degustazione bendata organizzata, a Londra, dal famosissimo critico Hugh Johnson. La notizia fa il giro del mondo e crea un nuovo inizio per il vino italiano e per la voglia di nuovo, che si esprime nei supertuscan.

 

 

GIACOMO BOLOGNA E LA BARBERA

 

 

 

Giacomo Bologna gli innovatori del vino italiano

Giacomo Bologna gli innovatori del vino italiano

Mi ricordo Giacomo Bologna al Vinitaly, in camicia e bretelle mentre abbraccia i visitatori nel suo stand. Non li accoglie, li abbraccia in senso letterale. Un approccio caloroso e inusuale per un piemontese e per un’epoca in cui tutti eravamo ingessati dalla scarsa dimestichezza con le fiere. I Bologna vengono da Rocchetta Tanaro, nel Monferrato, dove hanno delle vigne di Barbera nell’azienda Braida battezzata con il soprannome del padre di Giacomo. La Monella, Barbera vendemmia 1961 è il primo imbottigliamento, ma la vera rivoluzione arriva nel 1982 quando Giacomo inizia a maturare la sua Barbera in barrique e lo battezza Bricco dell’Uccellone. Negli anni, i Bologna comprano altre tenute e allargano la gamma dei vini mantenendo sempre uno spirito coraggioso e sperimentalista. L’aver trasformato il Barbera, da vino venduto sfuso e servito nelle osterie, in espressione trendy di un’eleganza golosa, ribelle e festaiola che entra come un ciclone sulle tavole degli appassionati italiani e esteri, è il grande merito di Giacomo Bologna.
I figli Raffaella e Giuseppe portano avanti con intelligenza e talento l’eredità di Giacomo e soprattutto ne condividono il sentiment << mio padre amava il jazz e pensava che ci fosse musica nel vino>> racconta la mia amica Raffaella Bologna <<Stappava e accostava l’orecchio al bicchiere. Pensavo, è pazzo. Aveva ragione, ogni bottiglia contiene suoni diversi>>