Langhe-Barolo

Cannubi la collina della discordia

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La guerra è finta? 7 anni di contrasti sull’uso in etichetta la parola Cannubi passando da Tar, Ministero, Consiglio di Stato e Cassazione

Cannubi-Mappa-Barolo

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Di Donatella Cinelli Colombini, Brunello, Casato Prime Donne

Se esiste un deterrente contro la voglia di zonazione dei vigneti di pregio, è la parola Cannubi. La meravigliosa collina di Barolo ha scatenato un contrasto così forte e lungo da compromettere i rapporti e persino la compattezza dello squadrone langarolo.
Cannubi, un nome quasi magico per chi ama il vino. Mio nonno Giovanni Colombini me ne parlava con un rispetto sacrale spiegandomi che Cannubi veniva usato sulle bottiglie ancor prima di Barolo. Quando finalmente la vidi rimasi impressionata da questo poggio coperto di vigne come fosse consacrato al vino. Una visione poetica che cozza contro la recente realtà: Cannubi si è trasformato in un nome che evoca veleni, avvocati, ricorsi, carte bollate e sentenze. Quasi un incubo che ha visto da un lato i Marchesi di Barolo e dall’altro un gruppo di produttori della stessa area.

Cannubi-e-dintorni

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Vediamo di capire questa intricatissima vicenda giudiziaria: la collina di Cannubi è divisa fra 5 delle 166 “Menzioni geografiche aggiuntive” previste dal disciplinare di produzione del Barolo DOCG approvato nel 2009. Esse sono Cannubi (14 errati), Cannubi San Lorenzo, Cannubi Valletta, Cannubi Boschis, Cannubi Muscatel per un totale di 37 ettari. Una goccia rispetto ai 1.900 ettari della denominazione Barolo.Il disciplinare chiede di indicare in etichetta il nome della sottozona da cui provengono le uve ma c’è chi ha vigneti in più di una di queste 5 “frazioni” di Cannubi. In particolare la cantina Marchesi di Barolo ha vigneti in due di questa

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aree: Cannubi e Cannubi Muscatel. Dal 1904 usa solo il termine Cannubi nelle sue etichette e vorrebbe continuare a farlo. Va sottolineato che i Marchesi di Barolo sono stati i primi e i più perseveranti nell’uso della dizione Cannubi in etichetta.
Il Consorzio e il Comitato Nazionale Vini dicono di si alla loro richiesta. Mentre alcuni vignaioli di Cannubi (Borgogno Fratelli Serio & Battista, Brezza Giacomo, Bartolo Mascarello, Giuseppe Rinaldi, Sandrone Luciano, Tenuta Carretta, Michelina Fontana e Pietro Scarzello), si oppongono e ricorrono al Tar del Lazio che nel giugno 2012 da loro ragione e obbliga di indicare in etichetta il nome di ogni singola sottozona.
A quel punto interviene il Ministro dell’Agricoltura che chiede lumi al Consiglio di Stato. Questa volta la sentenza è all’opposto e autorizza a usare il termine Cannubi da solo in tutte le sottozone della collina. Siamo arrivati al 2013 e c’è chi non accetta la decisione ricorrendo in Cassazione. Il 17 novembre 2016  arriva la sentenza definitiva che dichiara inammissibile il ricorso. A questo punto la decisione non ha altri gradi di giudizio ed è quindi inappellabile. Maria Teresa Mascarello ha espresso al quotidiano La Stampa la sua delusione <<Questa sentenza è una beffa alla storia dei Cannubi>>.

Vista dall’esterno la vicenda fa riflettere. Se da un lato la battaglia giudiziaria sottende un’esaltazione dell’eccellenza del vigneto e evoca la divisione in piccoli climat della Borgogna dall’altro la stoia enologica della collina Cannubi sembrerebbe indicare un uso delle uve non frazionato come invece avveniva a La Tâche, Richebourg, Montrachet ….
La cosa più sconcertante è la vicenda nel suo complesso e l’impossibilità di trovare un accordo davanti al camino invece che in tribunale. Per questo la parola Cannubi è diventata il maggior deterrente alla zonazione: vi immaginate i “maledetti toscani” di cui io stessa faccio parte, alle prese con i confini delle zone del Brunello, di Bolgheri o del Chianti Classico … torneremmo all’epoca di Guelfi e Ghibellini.

                                                                       

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