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Essere sostenibili non basta bisogna sembrarlo

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Tantissime cantine impegnate nella sostenibilità ma poche capaci di comunicarlo perché fanno scelte etiche per convinzione e non per marketing

 

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di Donatella Cinelli Colombini

La situazione è capovolta ma assomiglia a quella della moglie di Giulio Cerare, Pompea quando l’amate di lei, Clodio si introdusse nella loro casa durante le celebrazioni in onore della dea Bona. Nel processo di divorzio Cesare non fece menzione del fatto e alla richiesta di una motivazione rispose che sua moglie non doveva essere nemmeno toccata dal sospetto.

Cioè non bastava che fosse onesta ma doveva anche apparire onesta.

 

LA SOSTENIBILITA’ NEL VINO E’ PIU’ REALE CHE COMUNICATA

Per quanto riguarda la sostenibilità nel vino succede l’inverso. Come ha giustamente titolato WineNews << Sostenibilità nel vino in Italia: in molti la fanno, in meno la comunicano bene>>. 

In effetti lo studio pubblicato su “Sustainability” nel 2021 mostra come per molti produttori (in questo caso produttrici) il rispetto ambientale, il supporto alle comunità locali… sia un modo di vivere e di lavorare, non uno strumento di marketing. L’analisi è stata effettuata da Marta Galli, erede della nota dinastia dell’Amarone della cantina Le Ragose e dottoranda presso l’Università del Sacro Cuore di Milano, che ha lavorato su un campione di 23 interviste insieme alle professoresse Roberta Sebastiani e Alessia Anzivino dello stesso ateneo.

 

MARTA GALLI E LA PRIMA INDAGINE SULLA SOSTENIBILITA’ IN 23 CANTINE FEMMINILI

Marta giunge alla conclusione che le scelte ecosostenibili sono più diffuse di quanto appaiano perché non vengono messe sotto i riflettori.
Arriva più o meno allo stesso esito l’indagine “Sostenibilità certificata ma poco comunicata: la virata necessaria per i brand del vitivinicolo”, di Altis e Opera dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha analizzato pratiche e comunicazione di 70 cantine leader in Italia.

 

LA NUOVA INDAGINE SU 70 CANTINE CONFERMA: LA SOSTENIBILITA’ NEL VINO E’ PIU’ SOSTANZA CHE APPARENZA

Sia la prima che la seconda indagine mostra la burocrazia come il primo e il maggiore scoglio. Troppe agenzie, sigle, sistemi di certificazione, ma soprattutto troppi fogli e troppo tempo per riempirli. Il risultato è che molte pratiche di sostenibilità non sono certificate e quindi non sono comunicabili al consumatore. Dopo quelle alimentari, presenti nel 57% del campione, le certificazioni più diffuse (53%) sono quelle di sostenibilità (su tutte Equalitas e Viva) soprattutto tra le cantine private, seguite dalle certificazioni di sostenibilità ambientale (46%) presenti soprattutto nelle cooperative. Sono meno utilizzate, fino ad ora, le certificazioni sulla sostenibilità sociale (cioè legate a salute, sicurezza sul lavoro, parità di genere …), presenti solo nel 21% dei casi e particolarmente fra i produttori con vigneti propri.
Il sito è lo strumento attraverso il quale vengono, più spesso, comunicate le scelte ecosostenibili. Il 78% delle cooperative e il 48% delle cantine private ha una sezione specificamente dedicata a questo nel proprio spazio web. C’è quindi chi lavora bene ma non lo dice. Infatti anche il numero di quelli che presentano le proprie scelte ambientali in un report è bassissimo: 18 cantine su 70.

 

NOI COME TANTE CANTINE, FACCIAMO SCELTE SOSTENIBILI E LE COMUNICHIAMO POCO

Devo confessare di essere fra i “virtuosi invisibili”. Siamo BIO, facciamo molte azioni sulla sostenibilità sociale – il Premio Casato Prime Donne, e le azioni sulla parità di genere –  ma non abbiamo una sezione sulla sostenibilità nel sito e non mettiamo i cartelli BIO vicino alle vigne. Come ha giustamente osservato Marta Galli le scelte in materia di sostenibilità ambientale, sociale e economica fanno parte di noi, del nostro modo di essere e non sono dettate dal marketing. Mi piace pensare che sia un’attitudine diffusa soprattutto fra le donne <<Siamo così dolcemente complicate/ Sempre più emozionate, delicate>> come canta Fiorella Mannoia.