Paolo-De-Cristofaro

IL PARADOSSO BRUNELLO DI DE CRISTOFARO

Paolo-De-Cristofaro

LE OPINIONI DI PAOLO DE CRISTOFARO IN UN ARTICOLO INTITOLATO L’ENO-PARADOSSO PIÙ’ GALATTICO CHE CI SIA. IN SINTESI: IL BRUNELLO E’ ANCORA CAPACE DI INVECCHIARE?

 

paolo-de-cristofaro-paradosso Brunello

paolo-de-cristofaro-paradosso Brunello

DI Donatella Cinelli Colombini #winedestination 

 

Ho sempre evitato le polemiche social anche se attraggono attenzione e followers. Dico quello che penso ma non in forma di attacco a qualcuno. Forse questo mi rende meno visibile ma anche più credibile. Tuttavia questa volta vorrei commentare l’articolo di Paolo De Cristofaro sul Brunello pubblicato in Tipicamente. Ometto di riportare le chiacchere di “radio vigna Montalcino” su di lui perché, alla fine vedrete che è lo stesso Paolo De Cristofaro a farne cenno. Un antefatto che fa apparire l’intero testo come il desiderio di togliersi un sassolino dalla scarpa.
Scrivo queste note perché sono completamente estranea alla vicenda, in altre parole sono un osservatore esterno.

DE CRISTOFARO E IL PARADOSSO BRUNELLO

 

Leggendo il lunghissimo articolo di De Cristofaro è immediatamente evidente la sua penna elegante e persino sovrabbondante.
All’inizio, c’è una pretattica << Sappiamo benissimo di rappresentare la minoranza della minoranza della minoranza, non serve che ce lo ricordiate. Tutti amano il Brunello>> e poi <<il Sangiovese di Montalcino onora regolarmente la sua trasversale reputazione di rosso “importante”, riconosciuta come tale a primo impatto anche dal neofita, senza bisogno di chissà quali corsi di alfabetizzazione sensoriale. Per gli aromi complessi, il corpo potente, la ricchezza alcolica, innanzitutto, insieme alle altre caratteristiche che lo differenziano a occhio nudo dalle bottiglie più semplici e quotidiane>>.
Gli studi condotti recentemente a Losanna sull’opinione dei critici e dei consumatori “evoluti” mostrano che i primi sono molto conformisti e non escono dall’opinione corrente. Questo spiega il preambolo di De Cristofaro e sembra voler dire <<non pensiate sottostimi la qualità e la reputazione del Brunello>>.
De Cristofaro parte da una costatazione <<in una fase come questa, nella quale i mutamenti climatici, agronomici e interpretativi che si susseguono sembrano irrobustire la tempra materica e “sudista” del Sangiovese montalcinese, smorzandone i contrappesi più tesi e slanciati.
I punti di forza possono facilmente trasformarsi in limiti, quando scatta il too much, ed è uno degli elementi su cui ci interroghiamo ….. punto è che, se una certa era stilistica appare archiviata per sempre in diversi distretti storici, a prescindere dalla volontà dei produttori, per il Brunello si tratta di una transizione che rischia di pesare maggiormente, alla luce del suo più importante architrave identitario>>.
Se capisco bene la critica di Paolo De Cristofaro è all’incapacità dei montalcinesi ad interpretare il cambiamento climatico e rimanendo con lo stesso schema produttivo nonostante il “global warming” e finendo per produrre un << gruppone affollato di vini che oltrepassano quella soglia: cotti più che terziari, sfibrati più che placidi, zavorrati e statici, più che estivi e tirrenici>>.

LE ACCUSE DI DE CRISTOFARO AL BRUNELLO: TROPPO EVOLOTUO E POCO LONGEVO

 

Non ha tutti i torti ma, considerata la velocità del cambiamento climatico e la mancanza di strutture universitarie toscane che aiutino a interpretarlo, i produttori fanno fatica. Vanno avanti ad adattare la vigna al nuovo clima sperimentando ognuno per proprio conto, non coordinati in un piano organico e questo rallenta i progressi…. Tuttavia i progressi ci sono. Inoltre, come scrivono tutti i manuali di management “il successo è anche una gabba” e c’è chi ha paura ad abbandonare metodi che hanno dato buoni risultati in passato: tipo la sfogliatura delle viti o l’attesa della surmaturazione prima della vendemmia ….. Ma, ripeto, i cambiamenti in vigna e in vendemmia, ci sono. Va ricordato che colpire il bersaglio non è facile quando il bersaglio si muove, come nel caso del clima.

I WEINE MAKERS MONTALCINESI NON SANNO INTERPERTARE IL NUOVO CLIMA?

 

Sono le conclusioni a cui arriva Paolo De Cristofaro a lasciare perplessi << il principe dei rossi toscani può essere ancora considerato un vino da invecchiamento, nella sua accezione più rigorosa? Ovvero, una tipologia che non solo può, ma in qualche modo DEVE affinare a lungo in bottiglia prima di raggiungere l’apice dell’armonia e della complessità? A giudicare dallo stato evolutivo evidenziato da gran parte dei Brunello già a 10-15 anni dalla vendemmia, la risposta magari non è un no secco, ma nemmeno un sì convinto, per quanto ci riguarda>>.
L’attacco è argomentato e pesante. Effettivamente è vero, come dice De Cristofaro, il Brunello, fra i rossi da lungo invecchiamento di tutto il mondo è il solo ad essere piacevolmente bevibile anche in gioventù. Ma, a suo parere <<la finestra ottimale di beva per i migliori vini di Montalcino si sta anticipando più di quanto accada da altre parti poi ha una decadenza veloce, molto più veloce rispetto al passato>>. Un’opinione che nel commento di Intravino all’articolo di De Cristofaro viene addirittura rafforzata << E ancora, è giusto chiedere ad un vino ottocentesco di adeguarsi ai gusti moderni ed assumere tratti contemporanei?>>

IL BRUNELLO E’ DIFFICILE DA BERE?

 

E poi Paolo De Cristofaro fa la mossa dello scacco matto <<sarebbe comunque un errore non tenere conto di alcune indicazioni che arrivano anche dai più ferrei estimatori del comprensorio montalcinese. I quali lamentano soprattutto la crescente difficoltà nell’individuare tradizioni culinarie e spazi gastronomici pienamente funzionali ad esaltare la ricca rosa dei Brunello>>. In altre parole, si fa fatica a berlo.
Nelle conclusioni arrivano le riflessioni più vere e più utili. << E se la comunità del Brunello fosse straordinaria a reagire agli ostacoli più insidiosi, ma meno allenata a gestire onori e trionfi? A giudicare ad esempio dalla rapidità e talvolta dalla miopia con cui vengono bollate come “indesiderate” voci anche solo minimamente dissonanti: l’interrogativo appare legittimo.

DE CRESCENZIO E’ NELLA LISTA NERA DEL CONSORZIO BRUNELLO?

 

Anche qui non si tratta certamente di un’esclusiva montalcinese, va senza dire. Oggi ci vuole davvero pochissimo per finire in ideali “liste nere”…..però da queste parti il meccanismo appare più esplicito e meno sottotraccia che altrove ……….. almeno per la rapidità e la forza con cui è arrivato>>. Questo è il sassolino nella scarpa di cui parlavo sopra, ma c’è una verità di fondo: gestire il successo è difficile.
La conclusione è una perla su cui riflettere << torniamo però al punto di partenza. Anche attraverso queste scelte di promozione e comunicazione, cogliere la visione di fondo, intuire dove si immagini il comparto produttivo del Brunello da qui a qualche anno, beh, diventa sempre più complicato>> .

CRITICHE POCO CONDIVISIBILI MA BUONI CONSIGLI

 

Non condivido la critica sulla longevità del Brunello. Sono i Brunello di vent’anni fa a non essere longevi per l’eccessivo lavoro in cantina. Ora la vigna è molto più protagonista e questo è molto positivo. Trovare un nuovo equilibrio di PH, acidi e polifenoli è complicato ma possibile. Il Brunello non è il solo a affrontare questa sfida, praticamente c’è lo stesso problema in tutti i territori storici del vino.
Non condivido la critica sulla bevibilità del Brunello. La ricerca di un nuovo equilibrio in vigna, aiuterà anche in questa direzione portando a vini più verticali e meno opulenti.
Ringrazio invece Paolo De Cristofaro per i consigli che aiutano a riflettere. Spero che il board del Consorzio ne faccia tesoro. Sono tre:
1) mai sedersi sugli allori, il successo è una conquista continua, accettiamo nuove sfide con coraggio
2) La civiltà umana cambia: mangia, vive e sceglie in modo diverso dal passato. Per questo il grande vino, che è un’espressione culturale, a somiglianza dei grandi artisti, deve evolvere il suo stile.
3) usando la lente di ingrandimento sulla realtà attuale invece del cannocchiale verso l’orizzonte, andremo poco lontano.