DONATELLA DA GIOVANE
LA GIOVINEZZA A SIENA E MONTALCINO, GLI STUDI DI ARTE MEDIOEVALE E LA METAMORFOSI DELLA CITTÀ DEL BRUNELLO DA POVERO CENTRO RURALE A STAR MONDIALE DEL VINO
di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Fattoria del Colle Trequanda, Casato Prime Donne Montalcino

Donatella Cinelli Colombini infanzia
Benché fossi un tipo schivo da ragazza, partecipavo alla vita sociale di Siena che, a quell’epoca, era fatta di abiti lunghi, feste da ballo in prefettura, nei circoli e nelle case. Se mi guardo indietro vedo anzi molte più feste che cene. Quelle sono arrivate dopo.
GIOVINEZZA DI DONATELLA IN PROVINCIA FRA PASSATO E FUTURO
Altra cosa che mi ricordo è la presenza di adulti e giovani negli stessi eventi, non erano mondi separati come adesso. I vestiti erano di sartorie locali, al massimo fiorentine. La moda degli abiti griffati non era ancora all’orizzonte ma c’era un gran sfoggio di gioielli. Anzi era sorprendete come le “signore bene” sapessero con esattezza i rispettivi tesoretti e si accorgessero quando qualcuna di loro comprava una nuova spilla.
Un teatrino sociale che, nella provincia in qualche modo sopravvive. Di recente mi è capitato di essere presentata non per quello che sono e per quello che ho fatto ma per il ruolo di mio padre, i miei nonni e addirittura i miei bisnonni.
Ma il mondo è cambiato, radio, televisione, telefoni e poi telefonini. Montalcino ha avuto una metamorfosi enorme. Quando ero giovane, le strade per arrivare erano sterrate e per telefonare bisognava andare nel centro storico dove c’era un ufficio con centralinista e cabina.
Negli anni Sessanta Montalcino era poverissimo ma molto ben organizzato, c’erano ospedale, scuole superiori, teatro, negozi, artigiani, 4 parrocchie con i parroci, la sede vescovile e persino un giornale. La struttura sociale era quella di una città con una classe dirigente di riferimento ma anche un’emigrazione galoppante. Dai 13.400 abitanti del 1951 si scese a 11mila nel 1961 a 7700 dieci anni dopo fino a stabilizzarsi intorno ai 6mila dal 1991 in poi.
ALLE ORIGINI DEL BRUNELLO
Il successo del Brunello è cresciuto lentamente all’ombra dei pionieri Biondi Santi fino alla creazione di Banfi la grande azienda dei fratelli Mariani fondata nel 1978. Per la verità c’erano stati alti altri investimenti precedenti in grandi proprietà come quella dei Nardi a Casale del Bosco (1950) e dei Tiezzi a Camigliano (1957) ma nessuna di esse ebbe l’impatto di Banfi che letteralmente mise il Brunello in un palcoscenico mondiale.
Io studiavo storia dell’arte medioevale all’Università di Siena e nel week end andavo a vendere il vino ai turisti in cantina. Non c’erano i flussi turistici attuali ma il livello dei visitatori era altissimo. Dirigenti industriali, professionisti, persino teste coronate da tutta Europa. Questo rendeva divertente il lavoro di accoglienza. Non c’erano prenotazioni, i visitatori suonavano il campanello, visitavano la cantina facevano qualche assaggio informale e compravano. A quell’epoca le bottiglie erano tutte etichettate a mano e poi disposte su file sovrapposte sotto una grande finestra. Da li noi le prelevavamo per metterle nei cartoni. Non c’era il bancone di vendita ma solo un tavolo con una tovaglia di plastica. Carlo mi aiutava pazientemente così come mi accompagnava in giro per pievi e monasteri a catalogare e fotografare croci, calici e reliquiari. Mi ero concentrata su piccoli bassorilievi coperti da paste vitree colorate chiamati smalti traslucidi, una produzione in cui gli artisti senesi eccellevano. Li cercavo come un cane segugio. Ricordo che a Montisi il vecchio parroco si commosse vedendo la dedizione paziente del mio fidanzato e gli dette l’assoluzione. Solo a lui perché evidentemente, già a quell’epoca, tutti capivano che era più buono di me.
STUDIARE STORIA DELL’ARTE ALL’UNIVERSITA’ DI SIENA
Considero un privilegio e una grande opportunità aver studiato storia dell’arte medioevale anche se dopo ho fatto tutt’altro mestiere. Ho avuto docenti stratosferici perché la facoltà di lettere moderne era appena nata e aprì le porte ad alcuni dei migliori cervelli italiani che il cannibale sistema universitario aveva emarginato: Giovanni Previtali, Giuliano Briganti, Enzo Carli, Luciano Bellosi, Giuseppe Cantelli, Filippo Coarelli, Andrea Carandini, Riccardo Francovich, Omar Calabrese, Mauro Cristofani …. Noi studenti eravamo talmente pochi da essere obbligati a ritmi di studio importanti ma anche a stimoli importanti. Nella nostra vita non doveva esserci altro che lo studio. Ricordo che quando io e Carlo decidemmo di sposarci in gran fretta per andare a Lille in Francia dove trascorremmo 9 mesi il Professor Bellosi, che era il relatore della mia tesi mi chiese <<si sposa al mattino o nel pomeriggio>> <<al mattino>> risposi e lui <<allora ci potremmo vedere a Firenze al Kunsthistorisches Institut alle cinque>>. Sembra incredibile ma a me piaceva quella situazione perché sono tendenzialmente ossessiva e quando faccio una cosa mi ci butto anima e corpo, non sono per le mezze misure.
Come ho già detto non ero un fulmine nello studio ma ho sempre avuto un istinto competitivo. Mi piaceva fare ricerca e competere con studiosi di tutto il mondo. Quando ho smesso mi sentivo amputata di una parte di me e non ho messo piede nei musei per anni.





