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COLOMBINO OLIO PER IL BAMBINO

Un extravergine per baby in piccoli barattoli di metallo con etichette piene di mostri. Per far amare ai bambini il più salutare prodotto della terra: l’olio

 

Colombini-olio-per-il-bambini-Fattoria-Del-Colle-Toscana-Donatella-Cinelli-Colombini

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Sono lontani i tempi delle merende a base di pane, pomodoro appena colto nell’orto, olio e sale. Avevano un profumo e un sapore meravigliosi ma anche un aspetto meno attraente delle merendine.
Eppure sono proprio gli alimenti antichi e naturali che fanno crescere sani i bambini.

<<Proviamo allora a dare un aspetto più baby friendly ai cibi salutari per primo l’olio extravergine>>. Da questa idea nasce l’olio per bambini confezionato in barattoli metallici rivestiti da un’etichetta piena di GANGHERETTI piccolo mostri disegnati dal pittore Alessandro Grazi. Le lattine sono piccole perchè i bambini possano prenderle in mano da soli (0,25 e 0,50 L) e hanno uno spazio dove ognuno può scrivere il proprio nome.

 

OLIO PER BAMBINI DELLA FATTORIA DEL COLLE

L’olio extravergine all’interno dei barattoli è BIO e proviene dai 6 ettari di oliveti della Fattoria del Colle nella Toscana più interna. Si trovano su alte colline (400 metri sul mare)

gangheretto-Alessandro-Grazi-olio-per-bambini-extravergine della -Fattoria-del-Colle-in-Toscana

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ventilate con terreno sabbioso dove gli olivi sono coltivati da oltre 2000 anni. Le olive degli alberi di correggiolo (frantoio) e moraiolo vengono raccolte a mano con piccoli rastrelli  e poi spremute a bassa temperatura nel frantoio Sant’Angelo di Castelmuzio a 10 km dalla fattoria. Tutto nel massimo rispetto della tradizione e della natura.
Ma torniamo ai Gangheretti, cioè ai piccoli mostri disegnati nell’etichetta. Si tratta dei folletti che abitano la Fattoria del Colle e sono raccontati in una fiaba che trascrivo qui sotto. C’era una volta ….

 

92 GANGHERETTI

Era la notte dei tempi e li c’erano solo boschi. Il primo contadino sentì che al Colle c’era qualcosa di magico e cercò di farlo uscire dalla terra.
Ogni notte dormiva in un punto diverso finché sentì dove il suo cuore era più felice. Aveva un aratro simile a un chiodo, aspettò la notte di mezza estate e lo infilò in terra per tre volte. La magia si liberò come un soffio di vento che mosse le foglie, fece schiudere i fiori e intrecciò la lunga barba del contadino come una forchetta in un piatto di pinci. Uno dopo l’altro dal buco dell’aratro uscirono 92 folletti. Erano azzurri, con un corpicino simile a un aglio ma profumavano di lavanda.

 

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I FOLLETTI AZZURRI DELLA FATTORIA DEL COLLE

Quando il prima eremita arrivò al Colle per pregare in una grotta sotto terra i folletti non avevano ancora un nome e lui li chiamò gangheretti , piccoli imbrogli, perché si divertivano a modificare le sue penitenze: le erbe amare della quaresima si trasformavano in gustose zuppe di verdura e i giacigli di pietre appuntite parevano materassi di piume.

Col passare dei secoli la personalità di ogni gangheretto divenne più marcata e ognuno imparò a fare qualcosa. Quando fu costruita una torre in pietra perché i soldati guardassero l’orizzonte giorno e notte i gangheretti non lo presero bene. Così come avevano reso piacevoli le giornate dell’eremita riempirono di guai la vita degli armigeri. La torre non aveva porte, i Soldati calavano una scala a pioli dalla finestra del primo piano e scendevano a terra. Dalla stessa scala passava l’oste quando portava i loro pasti. Fu lui il primo bersaglio dei gangheretti. Quando il brav’uomo saliva i pioli cominciava a oscillare finché il cesto rovesciava a terra vino, pane e uova che diventavano una sola poltiglia bavosa. Se il vivandiere legava la sporta sulla schiena inciampava e ci cascava sopra. L’abilità del capo dei gangheretti nel rovinare i pasti dei soldati lo fece battezzare Caccialoste dei Cacciaconti. I Cacciaconti della Scialenga erano i feudatari di Trequanda, ricchi, arroganti, e ghibellini in terra guelfa. Dalla torre cilindrica del loro castello dominavano il paese. Erano così convinti di poter fare qualunque cosa che sfidarono Siena e Siena li distrusse. La torre del Colle fu abbandonata e i gangheretti rimasero soli per duecento anni. Passò un’altra guerra, Trequanda fu assediata e distrutta ma al Colle non c’era nessuno. Finalmente nel 1592 arrivò Claudio Socini. Era piccolo, vestito di velluto di seta rosso e da come parlava era evidente il suo profondo sapere. Scese da cavallo, tirò fuori dalla sella dei fogli e un carboncino e iniziò a scrivere e a disegnare. I gangheretti videro che era il progetto di una grande fattoria e ne furono felici.

 

MOSTRI AZZURRI CHE ODORANO D’AGLIO E FANNO DISPETTI

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Arrivarono i tagliapietre, i capimastri e i carpentieri. Accanto alla torre sorse una grande casa con stalle, granai, il frantoio per le olive e la cantina per il vino. Nessun incidente turbò il lavoro perché i gangheretti erano sempre di guardia. Un servizio che riguardava tutti salvo il capo scalpellino. Lui era l’unico con gli occhi rossi per le schegge di travertino, le unghie nere di martellate e le costole rotte per le cadute dai ponteggi. A chi gli chiedeva il perché di questa discriminazione, Provveditore – il gangheretto antiinfortunista rispondeva – E’ di fuori, ci guarda dall’alto in basso – come a ribadire che lui proteggeva solo quelli del Granducato.

Da qui la leggenda che per vivere bene al Colle bisogna amare i toscani e vivere come loro: mangiare il pane senza sale, chiacchierare molto e bere vino Chianti del Colle. Attenti! … Il Provveditore è ancora in azione.

 

UNA FIABA CHE CASCUNO PUO’ CONTINARE INCONTARNDO IL SUO GANGHERETTO

Claudio Socini non tornò più, c’era chi diceva che la sua famiglia era andata in rovina per essersi messa contro i preti.
Il nuovo padrone era un conte di Siena pettegolo e vanesio; con lui e i suoi discendenti il Colle perse il carattere della fattoria e divenne una villa. Nel Settecento un portico ad archi decorava su due lati il fabbricato e le sale presero ad arricchirsi di mobili e soffitti dipinti. Ospiti eleganti arrivavano sempre più spesso e i loro vestiti costituivano una tentazione irresistibile per Civettina la gangheretta più vanitosa del gruppo. Viveva nelle cappelliere e nei bauli, passava il tempo a provarsi gonne di taffettà e corpetti di broccato. Nessuno degli ospiti del Conte riusciva ad avere vestiti ben stirati ma la cosa contribuiva a creare uno stile di vita più informale che piaceva a tutti.

 

CACCIALOSTE DEI CACCIACONTI, CIVETTINA  E DORIAN

Il culmine fu raggiunto con l’arrivo di Pietro Leopoldo d’Asburgo Granduca di Toscana, preceduto da una solida fama di donnaiolo. Le donne portarono i vestiti più belli e li volevano in perfetto ordine. I ferri da stiro si moltiplicarono e le servette correvano al piano di sopra dove la vinsantaia era stata riempita di manichini e pezze di stoffa. Civettina provava ogni vestito, ogni parrucca, ogni gioiello, facendo impazzire tutti nella ricerca delle cose che gli sparivano per poi riapparire nei posti più strani. Improvvisamente tutto finì.

Il Granduca aveva conosciuto la Contessina Isabella e voleva incontrarsi sempre e solo con lei. I proprietari del Colle costruirono per i due innamorati una camera sul lato Sud, quello più caldo e panoramico.
La contessina non aveva bagaglio perché abitava nel castello accanto e arrivava ogni giorno a cavallo. La delusione di Civettina fu grande ed i gangheretti decisero di aiutarla. Uno di loro, Dorian, viveva negli specchi. Per riposarsi stava in quelli più ossidati, ma quando entrava in azione era molto creativo. Gli specchi modificavano l’aspetto. Chi era simpatico a Dorian prendeva un aspetto magnifico ma le facce di chi non gli piaceva si riempivano di rughe, occhiaie e doppi menti.

 

RANUCCIO GANGHERETTO DI DONATELLA CINELLI COLOMBINI

Così avvenne anche a Isabella. Lei si vedeva brutta, si comportava da donna brutta, alla fine anche Pietro Leopoldo la vide brutta e ritornò a Firenze dalla Granduchessa sua moglie.
La vita del Colle tornò ad essere tranquilla con le villeggiature d’estate e le cacciate d’inverno quando i Conti Spannocchi proprietari del Colle trasformavano il grande camino della cucina nel giaciglio dei battitori. A quell’epoca, così come oggi intorno al Colle viveva una gran quantità di selvaggina a cui i gangheretti offrivano protezione e aiuto. Non avevano mai visto di buon occhio le battute di caccia e quando aumentarono troppo decisero di farle finire. Ogni volta che il conte mangiava cacciagione o incontrava una lepre o un tordo, veniva poi tormentato da un prurito allergico . Doveva trascorrere nell’acqua gran parte della giornata, e vasche portatili furono portate nelle camere e nelle stanze in cui passava la maggior parte della giornata.

Crepapelle, il gangheretto responsabile dei suoi guai si divertiva ad aggravare la situazione, riempiendo le sue parrucche di pulci e le sue passeggiate di prati d’ortica. Bastava che si avvicinasse al camino per scottarsi con un tizzone ardente che gli schizzava addosso, anche i barbieri più abili gli riempivano la faccia di graffi. Lo Spannocchi passava il tempo a curarsi la pelle finché i tetti crollarono, le stalle si vuotarono, la terra si impoverì e lui decise di vendere il Colle.

Dopo trecento cinquanta anni tornarono i Socini. L’ingegnere Livio sindaco di Siena era armato di uno spirito imprenditoriale e allestì cantieri ovunque. Per i gangheretti i Socini erano sinonimo di rinascita e fecero di tutto perché la rinascita ci fosse. Da Livio il Colle passò alla figlia Lelia, al nipote Fausto e infine a me. Quando la fattoria fu messa nelle mie mani non sapevo dei 92 gangheretti ma a loro piacevo e fecero in modo che il sentimento fosse ricambiato.
Il gangheretto Ranuccio fu incaricato di insegnarmi la storia del Colle, una specie di puzzle fatto di muri medioevali, reggiparrucche, vasche da bagno in ghisa, pappagalli in cristallo e persino una campana segreta per chiamare aiuto in caso di briganti.
Scoperta dopo scoperta la storia veniva fuori con tutti i misteri e la magia di questo luogo molto speciale chiamato Colle di Trequanda.
Ognuno trova qui il suo gangheretto se ama le fiabe, la natura e accetta di fermarsi intorno al camino per ascoltare e raccontare storie.

Donatella Cinelli Colombini

                                                                       

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