Forum: vino e tanto altro

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Vino e web: gioie e dolori delle cantine on line (2)

Maximilian Girardi, Marilena Barbera sono i produttori più bravi in Internet. Consigli e metodi per aumentare la visibilità  delle cantine on line

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Di Donatella Cinelli Colombini

Ancora su Instagram: nella classifica dei 10 maggiori influencer mondiali del vino 2018 pubblicata da worldinfluencer.gq troviamo quattro italiani Maximilian Girardi, Simone giovane Roveda, Saverio Russo ed Emanuele Trono. Fra loro Girardi – 53mila followers- è un produttore vitivinicolo romagnolo.

SITO WEB DELLA CANTINA

Avere un buon sito e attrarre su di esso una crescente attenzione è complicato e costoso. La parola complicato nasce dalla difficoltà di trovare agenzie competenti, problema diffuso non solo nelle zone di campagna. A volte persino gli studi con clienti importanti, possono rivelarsi deludenti e realizzare siti pieni di errori. Fra i tecnici con cui ho lavorato tre dei quattro più competenti lavorano all’estero, molte agenzie non hanno le necessarie competenze informatiche e quasi nessuna è in grado di sviluppare una comunicazione social efficace. Per questo ho sempre preferito farla in azienda, impiegando ore di lavoro ogni giorno e con risultati più artigianali ma sicuramente più coinvolgenti e capaci di introdurre nella nostra vita e passione per il vino.

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Le problematiche non devono impedire alle cantine di presentarsi bene on line. Non esserci è mortale, soprattutto nei periodi economicamente difficili e soprattutto nel business turistico. Le statistiche evidenziano come siano proprio le aziende senza una presenza attiva su Internet quelle che hanno subito maggiormente gli effetti della crisi economica.

IL BLOG DELLA CANTINA TURISTICA. L’ESEMPIO DI MARILENA BARBERA

Fra le attività di comunicazione più importanti delle cantine ci sono il blog e la newsletter. Il blog richiede un impegno assiduo e viene spesso delegato a consulenti esterni. In realtà, se diventa una testimonianza diretta delle esperienze e delle opinioni del produttore può ottenere riscontri straordinari in termini di visibilità ed engagement, come è avvenuto alla produttrice siciliana Marilena Barbera che compare in alcune classifiche, fra i wine blogger più influenti del mondo.

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Le cantine on line: gioie e dolori del vino digitale 1

Non essere in Internet è mortale ma essere visibili è complicato.  Le cantine on line; sito, blog, social, house organ, georeferenziazione … istruzioni per l’uso 

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di Donatella Cinelli Colombini

Per le cantine l’immagine on line ha una doppia valenza: commerciale e turistica.

IL SUCCESSO COMMERCIALE DELLA CANTINA PASSA DA INTERNET

Oltre la metà degli importatori piccoli non vengono in Italia ma scelgono le cantine in cui comprare tramite le guide, gli eventi all’estero, oppure il consiglio di esperti. Il primo elemento di valutazione è il sito dell’azienda, a cui seguono i contatti via e-mail, la richiesta di campionatura e, se tutto va bene, un piccolo ordine di prova. Si tratta di enoteche con una distribuzione nella loro città, oppure di una

cantine-on-line-Antinori

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catena di tre o quattro ristoranti che fanno arrivare container misti unendo le bottiglie di più cantine. Buyer che alla fine dell’anno comprano oltre un pancale di vino da ogni produttore e hanno la giusta dimensione per i bravi ma piccoli, che non vogliono essere in mano a un solo importatore grande cioè a un acquirente che compra quasi tutta la loro produzione determinando poi anche il prezzo di vendita.

Un sito ben fatto, anche in inglese, è determinante per intercettare questi buyers.

IL SUCCESSO TURISTICO DELLA CANTINA PASSA DA INTERNET

Per quanto riguarda il turismo del vino bisogna ricordare che cresce attraverso il passaparola: quello reale prima e quello virtuale ora. Gli altri sistemi di comunicazione – giornali specializzati, pubblicità, tour operator, pubbliche relazioni, news letter- funzionano pochissimo per diffondere le wine destination. Altra cosa da ricordare è che tutte le indagini descrivono i turisti del vino come utenti Internet più attivi della media.

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Ai piedi dell’Etna le Donne del Vino in festa

Le Donne del Vino a Castiglione di Sicilia per la Convention Nazionale, conferenze, degustazioni, visite … 2 inaugurazioni, prima consulta regionale del vino al femminile …. E tanta amicizia

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Di Donatella Cinelli Colombini

Festa siciliana per le Donne del Vino arrivate sull’Etna da tutta Italia per una convention (28-30 giugno) sul tema “Donne Vino e Design”. Bravissima Roberta Urso delegata della Sicilia e responsabile pubbliche relazioni e comunicazione della Cantina Settesoli che ha organizzato un percorso spettacolare nella cultura e nel vino. Insieme a lei le strepitose Donne del vino della regione che hanno aperto le loro cantine per pranzi e visite trasformando la convention in un’esperienza gioiosa, golosa ma soprattutto arricchente.

DONNE DEL VINO AI PIEDI DELL’ETNA

Donne-de-vino-2019-convention-in-Sicilia-Planeta -Sciaranuova

Donne-de-vino-2019-convention-in-Sicilia-Planeta -Sciaranuova

Terra ospitale la Sicilia, ma anche sorprendente. Accoglienza trionfale nel comune sede della convention, Castiglione di Sicilia con il sindaco Antonio Camarda con fascia tricolore, la banda, il corteo storico e i tamburi. Qualcosa di spettacolare e inatteso che ha lasciato a bocca aperta le 80 donne del vino presenti. Castiglione di Sicilia è uno dei borghi più belli d’Italia ed è stato magistralmente descritto da Cettina Cacciola.

Al convegno è intervenuto l’Assessore regionale all’Agricoltura Edgardo Bandiera che, oltre a portare i saluti del Presidente Nello Mosumeci ha offerto alle Donne del Vino qualcosa di veramente importante:  la creazione, prima in Italia, di una consulta di concertazione che progetti e dia risposte alle problematiche dell’enologia al femminile. Un’opportunità che, se ben utilizzata, potrebbe aprire grandi orizzonti.

CANTINE SICILIANE E INAUGURAZIONI

Francesca e Alessio Planeta hanno accolto le Donne del Vino nel loro antico baglio Cantina Sciaranuova. La visita dei vigneti e la merenda siciliana accompagnata ai loro splendidi vini hanno fatto da cornice all’inaugurazione dell’istallazione artistica che rimarrà in modo permanete in questo luogo.

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Toscana, BuyFood per gli artigiani del food e il turismo

Buyer esteri per le piccole imprese dell’agroalimentare come con le cantine? La Toscana ci prova con BuyFood ma per l’export deve usare anche il turismo

Di Donatella Cinelli Colombini

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BuyFood-Siena-2019-B2B-dell’agroalimentare-tipico-toscano

BUYFOOD PER INTERNAZIONALIZZARE GLI ARTIGIANI DEL GUSTO

Due appuntamenti in sequenza per immaginare scenari possibili anzi auspicabili.
Le aziende agroalimentari che producono artigianalmente in modo tradizionale, faticano a sopravvivere vendendo solo nel mercato italiano dove la crisi vuota le tasche di consumatori. Per guardare avanti bisogna esportare, ma alle piccole imprese mancano i soldi per fare il gran passo. Non hanno le risorse economiche per andare alle fiere oppure ai B2B esteri dove è possibile trovare importatori, inoltre non riescono a costruirsi il brand prestigioso che serve per posizionarsi nel segmento commerciale più alto. Insomma rimangono in ombra nel “mondo di mezzo” dove le prospettive di sopravvivenza sono sempre di meno.

La Regione Toscana, prova a internazionalizzarle con il workshop BuyFood che replica nell’agroalimentare quello che è stato fatto nel vino. Un B2B con incontri programmati fra chi produce e i buyer internazionali.

L’AGROALIMENTARE TIPICO TOSCANO GENERA 3,5 MILIARDI

Siena-2030-Incontro-promosso-dalla-Fondazione-MPS-moderato-da-Anna-Scafuri

Siena-2030-Incontro-promosso-dalla-Fondazione-MPS-moderato-da-Anna-Scafuri

Vediamo i dati di scenario: l’agroalimentare toscano impiega 74.000 occupati, il 4,4% del totale Regionale, di cui 13.390 nella filiera dei prodotti certificati. I prodotti più rilevanti sono l’olio (18 milioni di euro), le carni fresche (12,4 milioni di Euro) e i salumi (50 milioni di Euro).
Tante piccole imprese che hanno bisogno di mercati e buyer a caccia di eccellenze qualitative. Ecco che l’Amministrazione regionale, guidata dall’Assessore Marco Remaschi ha riunito a Siena importatori di Australia, Brasile, Canada, Corea del Sud, Emirati Arabi, Giappone, Hong Kong, Israele, Russia, Stati Uniti e li ha fatti incontrare con chi produce cacio pecorino, salumi di cinta senese, ricciarelli e cavallucci, salse a base di tartufo bianco oppure zafferano…
Questa è una strategia vincente che, se sviluppata aggiungendo il turismo ai buyer esteri, può dare un futuro agli artigiani del food tipico. Infatti i consumatori esteri disposti a pagare prezzi più alti, si raggiungono attraverso gli importatori ma anche rivolgendosi al turismo.

Mineralità del vino, non viene dalla terra ma c’è

Discussione accesa sulla mineralità del vino: gli scienziati escludono derivi dal terreno, gli assaggiatori no, ma forse è nel patrimonio biologico del vigneto

Egon Muller Scharzhof Scharzhofberger Riesling Trockenbeerenauslese

Mineralità-nei-vini-Egon Muller Scharzhof Scharzhofberger Riesling Trockenbeerenauslese

Di Donatella Cinelli Colombini

La mineralità è sicuramente uno dei termini più abusati da parte di chi si occupa di vino. Piace moltissimo ai consumatori anglosassoni e qualifica soprattutto i bianchi per cui la parola minerale compare spesso fra i descrittori aromatici in riferimento al sentore di rocce frantumate o di pietra bagnata. La troviamo citata anche quando i sentori di pietra focaia sono solo un vaghissimo ricordo.

MINERALITA’ DEI VINI NON VIENE DAL TERRENO

Gli assaggiatori la sentono, ne parlano ma tutta la scienza compatta nega la sua derivazione dal terreno e persino la sua esistenza: la vite e l’uva non possono acquisire profumi e sapori dai minerali contenuti nel suolo in cui sono coltivati, dicono molti di loro,  ma eventualmente prendere caratteri minerali in terroir particolarmente sfavorevoli dove la maturazione non avviene completamente.

ALCUNI SCIENZIATI NEGANO L’ESISTENZA DELLA MINERALITA’ DEL VINO

Valle del Reno vigneti

Mineralità-dei-vini-Valle del Reno vigneti

Sarebbe quindi più un difetto più che un pregio da ricondurre alla maggiore acidità dei vini ottenuti da uve raccolte in condizioni di minore maturità e poi fatti maturare in botti di rovere poco pregiato. <<L’unico modo in cui il terreno potrebbe contribuire alla mineralità del vino è quando, in qualche modo, ha causato la produzione di uva poco matura>> ha detto il dott. Kevin Pogue, professore di geologia al Whitman College, a Vicki Denig di WineSearcher.  Un’affermazione dura che tuttavia non scoraggia assaggiatori e enologi che invece la sentono soprattutto nel finale << i vini che esprimono al meglio la mineralità – la evidenziano soprattutto nella persistenza dopo la deglutizione, non mentre sono ancora in bocca>> sostiene Paul Wasserman, direttore delle vendite della West Coast per Becky Wasserman & Co.

Vini spagnoli in crisi di identità?

C’è una rivolta dei migliori produttori spagnoli contro le loro denominazioni, accusate di puntare sui volumi e non sulla qualità. Ora la rivolta è nel Cava

Artadi-Juan-Carlos--Lopez-de-Acalle

Artadi-Juan-Carlos–Lopez-de-Acalle

Di Donatella Cinelli Colombini

Quando Juan Carlos Lopez de Lacalle prestigiosissimo e rigorosissimo produttore di Artadi decise di togliere la denominazione Rioja dalle sue bottiglie la notizia fece il giro del mondo. Era il 2015 Thomas Matthews pubblicò un articolo intitolato “Revolt in Rioja” (Rivolta in Rioja) nel Wine Spectator.
Ho parlato più volte con Juan Carlos riguardo alla sua decisione e di quello che mi sembrava un orientamento verso più garanzie e più qualità da parte delle istituzioni spagnole, come la creazione dei “Viñedos Singulares”.  Ogni volta lui mi guardava dritto negli occhi attraverso i suoi occhiali rettangolari <<è cambiato qualcosa?>> poi scuotendo la testa aggiungeva <<e allora!>> come dire non ci sono le condizioni per tornare nella DOC.

Artadi è uscito dalla Rioja nel 2015 ed è stato il primo di un esodo

Anche Maria José Lopez de Heredia Montoya della celebre Viña Tondonia è su posizioni super tradizionaliste. A queste due star del vino spagnolo si aggrega un crescente numero di

Caves López de Heredia Viña Tondonia

Caves López de Heredia Viña Tondonia

produttori insofferenti rispetto a denominazioni poco orientate sulla qualità. Secondo loro le norma poco restrittive causano confusione fra i consumatori e danno d’immagine alle cantine migliori.
<<Se la Spagna fosse un essere umano, direi che soffre di un disturbo di personalità multipla>> ha scritto James Lawrence nel suo articolo di WineSearcher.

l’istinto scismatico degli spagnoli in politica e nel vino

Un istinto scismatico su tutti i fronti: nella politica con le elezioni a ripetizione,  i Baschi e la Catalogna che chiedono l’indipendenza, nel vino con l’ascesa di associazioni private come Grandes Pagos de Espana in concorrenza con le DOC e articoli come quelli del giornalista e enologo Victor de La Serna in aperta contestazione del Consejo Reguladors organismo che corrisponde al nostro Comitato Nazionale Vini. La richiesta più forte sembra quella di un sistema piramidale, come quello italiano, forse attraverso l’utilizzo delle tipologie riserva e selezione conosciute a livello internazionale. Azioni capaci di togliere, almeno ai vertici dell’enologia spagnola, la cappa nera di vino a buon mercato. Questo sembra il problema più grosso: i vini sono spesso molto buoni ma i prezzi sono tutti bassi. <<Sia Victores de la Serna di Grandes Pagos che Xavier Gramona di Corpinnat sono determinati a sbarazzarsi della reputazione della Spagna per i vini economici>> precisa Wine Searcher.

false made in Italy cold cuts

I finti prodotti italiani sembreranno meno italiani

Nuova arma contro l’italian sounding cioè salumi e formaggi che sembrano italiani e non lo sono: non possono più usare simboli ingannevoli

false made in Italy cold cuts

false made in Italy di

 Donatella Cinelli Colombini

La cosa buona è che i produttori di salame sloveno non potranno più incartarlo con nastri tricolori e neanche quelli di mozzarella made in Germany potranno disegnare il Vesuvio e il golfo di

Napoli sulle buste del formaggio. I simboli ingannevoli sono diventati fuori legge grazie a una sentenza della Corte di Giustizia Europea.

Questa è la buona notizia.

Queso Manchego Dop

Queso Manchego Dop

LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA VIETA LE IMMAGINI INGANNEVOLI SUGLI ALIMENTI

La cattiva notizia è che la storica sentenza arriva grazie all’azione della DOP spagnola Queso Manchego contro una fabbrica di formaggio senza denominazione con un’etichetta molto simile al suo marchio registrato cioè Don Chisciotte su un magro cavallo con intorno pecore e mulini a vento.  Il consumatore poteva essere facilmente tratto in errore da questi elementi evocativi del marchio registrato della DOP Queso Manchego  esattamente come succede ai chi  compra Spagheroni prodotti in Olanda, Salsa Pomarola Argentina, Pompeian Oil realizzato negli Stati Uniti, Zottarella prodotta in Germania, oppure Caccio cavalo scovato in Brasile ….  Il Colosseo, la torre di Pisa o il Davide di Michelangelo nell’etichette, così come i nomi, sono studiati per far sembrare italiano quello che in realtà ha tutt’altra provenienza.   

Strade del Vino: le ragioni del fallimento (2)

Poco marketing e troppe mediazioni politically correct. Per le Strade del Vino serve una rifondazione che magari utilizzi i distretti rurali e una regia nazionale

Alleanze-territoriali-per-il-turismo-Strada-del-Vino

Alleanze-territoriali-per-il-turismo-Strada-del-Vino

Di Donatella Cinelli Colombini

Altro  aspetto poco in linea con una corretta strategia di marketing turistico è stata la decisione di non puntare  solo sulle Strade del vino trasformandole in “vini e sapori” con un’ulteriore perdita di appeal. Infatti la maggior parte di questi network hanno optato per un nome che richiama la zona. Nomi che spesso sono quasi sconosciuti al turismo internazionale. Pochissime Strade hanno puntato su quello che di unico e celebre offre il loro territorio facendone il locomotore dell’intera offerta: Strada del Culatello di Zibello, Strada del Fungo Porcino di Borgotaro, Strada del riso e del risotto mantovano, Strada dei formaggi delle Dolomiti …

I NOMI DELLE STRADE DEL VINO

Strada del vino Colli del Trasimeno

Strada del vino Colli del Trasimeno

Attualmente ci sono Strade  con nomi di tutti i tipi: quelle classiche che si chiamano come la denominazione a cui fanno capo, quelle comprensoriali, che sono la maggior parte e abbracciano tutto l’agroalimentare di una regione o di una zona compresi asparagi o mele, poi ci sono quelle che hanno il nome di una DOC-DOCG ma riguardano aree dove ci  sono anche altre denominazioni.

L’unico grande biglietto di invito di un territorio del vino sono le sue bottiglie che vanno in giro per il mondo e fanno desiderare ai wine lovers di andare a vederlo. Per capirlo basta ricordarsi che la maggior parte dei cinesi ricchi conosce lo Champagne, ma non sa dove sia la Francia. Questo non deve far sorridere, perché la stragrande maggioranza di noi italiani non sa dov’è esattamente la valle del Rodano, anche se ha bevuto con piacere il suo Syrah e il nostro Paese confina con la Francia.

Per questo l’uso oculato del nome della denominazione da parte della Strada del vino ha un ruolo chiave. Questo è soprattutto vero quando il vino è un brand celebre come Chianti o Barolo e il numero dei turisti/enoturisti è talmente alto da spostare il ruolo della Strada del vino sulla gestione dei flussi, più che sul loro incremento. Occorre infatti pensare alla Strada come il regista dell’offerta territoriale che interpreta bisogni diversi: dalla promozione, alla destagionalizzazione, dal decentramento rispetto ai luoghi di maggiore concentrazione fino alla tutela dell’identità locale contro il degrado turistico.

Strade del vino: le ragioni del fallimento (1)

Strade del vino, sono 149 di cui solo una trentina funzionanti. Tra i motivi dell’insuccesso la creazione di Strade del vino anche dove non c’erano cantine

Strade del vino- Strada del vino Orcia

Strade del vino- Strada del vino Orcia

Di Donatella Cinelli Colombini

Le Strade del vino sono state istituite con la Legge 268 del 27 luglio 1999 e il Decreto Ministeriale del 27 luglio 2000 a cui hanno fatto seguito le normative regionali.

PERCHE’ SONO NATE LE STRADE DEL VINO

Nascono con l’intento di creare dei network di offerta integrata capaci di unire attrattive culturali, naturalistiche, gastronomiche, attività ricettive, di ristorazione, servizi e ovviamente cantine di uno stesso territorio per promuoverle nel mercato turistico. Un’attività che richiede il censimento periodico dell’offerta e un’attività assidua di promo commercializzazione attraverso l’apposizione di cartelli, la produzione di informazione cartacea e on line, l’organizzazione di eventi, la partecipazione a fiere e la creazione di una rete di contatti capaci di portare immagine e business nei territori del vino.

Attività di importanza enorme, specialmente nelle terre delle denominazioni meno famose e meno ricche dove una Strada del Vino

150-Strade-del-vino-con nomenclatura-difficilissima

150-Strade-del-vino-con nomenclatura-difficilissima

potrebbe efficacemente affiancare il Consorzio di tutela con un effetto moltiplicatore sull’appeal commerciale del vino e lo sviluppo territoriale.

QUANTE SONO E COME SONO

Invece pochissime Strade del Vino hanno corrisposto alle attese. L’Associazione Nazionale Città del Vino censisce 149 di questi network  ma la maggior parte di essi  hanno assorbito risorse pubbliche senza produrre una reale utilità per i territori e le imprese che rappresentano.

Il  XIII Rapporto sull’enoturismo redatto da Professor Giuseppe Festa dell’Università di Salerno a capo dell’Osservatorio sul turismo del vino, fornisce una fotografia tutt’altro che confortante sulla situazione delle Strade del Vino. Delle 133 Strade che fanno capo a Città del vino solo 25 hanno risposto ai questionari e moltissime hanno siti dove persino i telefoni e le e-mail non risultano aggiornati e attivi.

Gli armadi che uccidono il vino

Chi ama i grandi vini deve usare calici assolutamente inodori: diffidare di mobili antichi, scatole di cartone e detersivi  possono contaminare bicchieri e vino

Fattoria-de-Colle-cristalliera-sala-del-biliardo

Fattoria-de-Colle-cristalliera-sala-del-biliardo

Di Donatella Cinelli Colombini

Chi, come me adora i mobili di grande antiquariato e contemporaneamente i grandi vini si trova spesso a scegliere fra l’uno e l’altro. Infatti le credenze in legno con due o trecento anni di età hanno spesso subito trattamenti antitarlo, oppure piccoli restauri con l’uso di prodotti a base di cloro, in altri casi hanno trascorso decine d’anni in luoghi umidi dove si sono sviluppate muffe – il fungo armillaria mellea – il cui metabolismo produce TCA …. Le cause posso essere diverse ma il risultato è sempre lo stesso: i cristalli conservati all’interno di questi mobili rovinano il vino. Portando al naso il calice vuoto, esso risulta inodore ma versandoci dentro il vino sprigiona un fortissimo e devastante odore di tappo rovinando anche il più meraviglioso nettare di bacco. Si tratta del TCA tricloroanisolo un inibitore dell’olfatto che agisce sulle cellule nervose per cui l’unica percezione è uno sgradevolissimo odore di medicinale, tintura di iodio.
Non basta avvinare i bicchieri per risolvere il problema, bisogna lavarli con il detersivo. Ma c’è di più: l’inquinamento è velocissimo, bastano pochi giorni per inquinare i bicchieri. Spostando i calici in un altro armadio appestano tutti quelli che ci sono dentro come in una specie di contagio a catena.

mobili-antichi-che-contaminano-i-calici-da-vino

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I mobili antichi non sono i soli killer dei profumi del vino, anche le scatole di cartone trasmettono al cristallo delle puzzette sgradevoli. Sono quegli odorini di panno fradicio e di chiuso che, spesso, sovrastano l’aroma del vino.
Per chi, come me, dedica la sua vita alla vigna e alla cantina è quasi un oltraggio. Ma come si fa a rovinare il lavoro appassionato dei produttori con dei bicchieri che puzzano?

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E’ l’etichetta che fa vendere il vino?

E’ l’etichetta oppure è la qualità del vino che determina il successo di un’etichetta? Entrambe le cose ma sullo scaffale vincono etichetta e prezzo

Etichetta-premiata-a-Vinitaly-Giallo-Paglia-Etichetta-anno-vermentino

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Di Donatella Cinelli Colombini

In effetti l’etichetta ha un peso consistente nella decisione d’acquisto del vino sullo scaffale, almeno nel 71% dei casi, quando la scelta è d’impulso. Per questo il look ha un ruolo determinante nei vini da consumo quotidiano che vengono comprati in GDO mentre influenza meno la scelta dei clienti al ristorante che decidono in base alla wine list e con l’aiuto di un maitre o un sommelier. Vicki Denig per WineSeacher ha fatto una serie di interviste sull’argomento giungendo alla conclusione che l’etichetta interviene sulla decisione di acquisto in due modi: attraverso le informazioni che fornisce (su vitigno, zona di origine, alcool, storia, modalità di consumo) e tramite la grafica che indica lo stile generale del vino cioè la sua filosofia.
Chi lavora nel settore ha confermato che l’etichetta influenza persino i buyer << che brutta etichetta non voglio nemmeno assaggiare il vino>> .

etichette-capaci-di-distinguersi

etichette-capaci-di-distinguersi

In certi casi costringe ad azioni provocatorie tipo la vendita di <<grandi vini con orribili etichette>> perché altrimenti nessuno li chiederebbe.

GRAFICA DELLE ETICHETTE DI VINO

In linea di massima le etichette si raggruppano in due grandi tipologie: quelle moderne e quelle classiche. In ogni caso il packaging dovrebbe essere la rappresentazione della filosofia aziendale ma sempre con un occhio al mercato. Ci sono infatti produttori che non accettano nessun compromesso << io vendo vino e non cerco di accaparrarmi clienti con l’etichetta>>. Opinione che potrebbe avere effetti disastrosi perché in rivendite che espongono migliaia di tipologie, i vini venduti sono quelli con packaging accattivane o singolare mentre quelli più anonimi attraggono solo se hanno un grande nome come Sassicaia o Paz & Hall. Questo è tanto più vero nei punti vendita senza assistenza dove il cliente deve scegliere da solo senza un professionista a consigliarlo.
Per i produttori storici il consiglio è quello di mantenere le etichette in uso da 50 oppure 100 anni ma non per questo sottostimare l’importanza del packaging come, purtroppo, fanno moltissimi enologi.

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SPEDIRE IL VINO DALLA CANTINA A CASA

Molti dei turisti del vino sono stranieri e fanno shopping in cantina solo se le bottiglie arrivano nelle loro  casa con un corriere. Istruzioni per la spedizione e il pagamento 

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Di Donatella Cinelli Colombini

La cantina turistica ha bisogno di spedire il vino a casa dei suoi visitatori, specialmente a quelli stranieri che arrivano in aereo. Sono sempre più numerosi e spesso hanno poco tempo ma alta capacità di spesa.  Quasi nessuno di loro accetta di trasportare il vino in valigia benchè le guaine wine-skine salvino quasi sempre i vestiti nel caso le bottiglie si rompano. E’ un tipo di trasporto poco pratico.

LA SPEDIZIONE COME MOLTIPLICATORE DELLE VENDITE

L’importanza di attrezzare la cantina per la spedizione ai clienti privati, viene moltiplicata dagli acquisti da casa via internet che, soprattutto nel caso degli enoturisti, sono molto frequenti.

Per questo le cantine turistiche devono sottoscrivere almeno un contratto con un corriere (Traco, DHL, Logistics, TNT, AWS,

Spedizioni-e-pagamenti-dalla-cantina-turistica-Fattoria-del-Colle-Toscana

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Express, Mail boxes …)  in modo da disporre di imballaggi, listini e moduli per le spedizioni. Ovviamente solo i vini rari, prodotti in piccole serie, oppure i fine wine ad alto prezzo, rendono conveniente la spedizione rispetto all’acquisto nell’enoteca vicino casa, ma le cantine italiane pullulano di vini d’autore per cui ricevono continue richieste di spedizione .

Le tariffe delle spedizioni dipendono dalla destinazione del vino, sono superiori quando le consegne sono espresse e quando le cantine hanno poche spedizioni mensili.

SPEDIZIONI DEL VINO IN USA

Per l’invio del vino in  USA la cantina deve usare il suo codice di sicurezza come nel caso di qualunque altra esportazione in quella nazione. Si tratta di un documento che va richiesto al  FDA (Food and Drugs Amministration) e,  per le aziende che ne sono sprovviste, può essere sostituito da quello del corriere, come Logistics, che si avvale del suo importatore. Ancora in USA, in alcuni stati è legalmente previsto che il corriere lasci la merce davanti alla porta del cliente. Questo comporta qualche problema perchè, se avviene un furto, è possibile ricevere la revoca del pagamento del vino e della spedizione. 

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Sideway al femminile è il film Wine Country

Wine Country è un film divertente, trasgressivo, decisamente nuovo e parla di sette amiche che viaggiano fra le cantine di Napa Valley

di Donatella Cinelli Colombini

Wine-Country-film-sul-vino-al-femminile

Wine-Country-film-sul-vino-al-femminile

Il film Sideway è ricordato come la maggiore genialata per promuovere un territorio del vino – la Santa Ynez Valley a Santa Barbara – e il suo Pinot Noir. Racconta l’esilarante viaggio prematrimoniale di Jack fra cantine e assaggi. Fu realizzato nel 2004 ed ha avuto un successo mondiale grazie al modo autoironico e leggermente trasgressivo di raccontare la passione del vino e l’esperienza enoturistica.

Wine country sette amiche alla scoperta del vino

Oggi, a distanza di 15 anni, i protagonisti del viaggio alla scoperta del vino non sono due amici ma sette amiche che percorrono le strade del vino per festeggiare il cinquantesimo compleanno di una di loro. Lo scenario è ancora la California ma nella regione del vino più nota: Napa Valley.
Lo stile è ancora più friendly del celebre Sideway con le protagoniste decisamente intenzionate a godersi la vita senza nessun imbarazzo per essere sovrappeso, rotolare sull’erba, trovarsi su mezzi di trasporto improbabili – come una specie di ape con sedile posteriore – vestire abiti carnevaleschi tipo quelli celebrativi del compleanno “The big 5-oh!” e le felpe della Antonio’s Pizzeria…. Soprattutto viaggiano da sole, senza mariti e compagni, ma con la tipica abitudine femminile di confidarsi su questioni molto personali.

Wine-Country-film-sul-vino-al-femminile

Wine-Country-film-sul-vino-al-femminile

Il turismo del vino come esperienza che arricchisce la vita

Il film presenta un modo spensierato e avventuroso di entrare nel mondo del vino senza alcun timore reverenziale. Parla di persone in cui ogni donna può identificarsi, almeno in parte e in situazioni che tutti hanno vissuto, almeno qualche volta, ma insegna a riderci su.
Wine Country, dal 10 maggio sulla piattaforma di streaming Netflix, ha l’attrice Amy Poehler al suo debutto come regista e un cast quasi interamente femminile con Tina Fey, Maya Rudolph e Rachel Dratch

Settimana del miele

Mettete le api nei vostri vigneti

Il progetto parte dal Friuli Venezia Giulia e crea un’alleanza fra vigneti e api all’interno di un ecosistema più salubre e ricco di biodiversità

api sull'uva

api sull’uva

Di Donatella Cinelli Colombini

Hanno iniziato Mariagrazia De Belli e le altre donne di Enomarket con il progetto “Eno Bee Api in Vigneto” che ha diffuso gli alveari nelle vigne del Friuli Venezia Giulia fino a convincere il Consorzio del Collio e produttori autorevoli come la mia amica Ornella Venica.

API SENTINELLE AMBIENTALI NEL VIGNETO

Le api sono sentinelle ambientali e muoiono se vengono usati prodotti fitosanitari dannosi come i piretroidi. La presenza delle api è quindi una garanzia di salubrità ambientale, rispetto del territorio e della biodiversità. Portarle nel vigneto stimola un equilibrio virtuoso perché le api

Settimana del miele

Settimana del miele a Montalcino alleanza fra api e vigneti

impollinano quindi agevolano l’allegagione (formazione del frutto), inoltre succhiano lo zucchero dagli acini danneggiati riducendo il rischio di botrite. La vecchia credenza che le api bucassero gli acini per cibarsi della polpa è sbagliata e i vignaioli non hanno nulla da temere dalle laboriose amiche alate. Le api vanno solo sugli acini già aperti e, se ci riescono, li prosciugano evitando il marciume.

API CUSTODI DELLA BIODIVERSITA’

Sono anche fra i custodi dei lieviti, infatti una ricerca della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, sviluppata in collaborazione con l’Università di Firenze ed il Cnrs di Montpellier, pubblicata dalla rivista statunitense Pnas – Proceedings of the natural academy of sciences, ha dimostrato che il Saccharomyces cerevisiae cioè il lievito responsabile della fermentazione alcolica da cui si origina il vino, vivono e svernano nell’intestino di vespe sociali e calabroni. Sono loro i custodi della biodiversità dei lieviti che accresce le specificità locali dei vini con essi ottenuti.

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FIDELIZZARE IL TURISTA DEL VINO

Fidelizzare un cliente è molto meno costoso che conquistarne uno nuovo. Fra i clienti più fidelizzabili c’è il turista che ha visitato la cantina

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Di Donatella Cinelli Colombini

Uno degli esiti più importanti dell’accoglienza enoturistica ben fatta è la creazione di un rapporto emotivo forte fra i visitatore con i luoghi e le persone. Un legame che in certi casi diventa quasi una parentela. Ho visto piccoli vignaioli che, senza parlare una parola d’inglese, avevano un’amicizia fortissima con famiglie tedesche o inglesi che tornavano ogni anno a comprare il loro vino solo per la gioia di mangiare a casa loro una semplicissima pasta al sugo. Clienti talmente affezionati da sentirsi parte della famiglia e fare centinaia di chilometri per partecipare al funerale dei nonni.

TRASFORMARE I TURISTI IN CLIENTI AFFEZIONATI

 

Senza la possibilità di dilatare un simile rapporto per le migliaia di visitatori che arrivano in cantina ogni anno, è comunque necessario creare un rapporto affettivo con gli enoturisti e mantenerlo. Il turista del vino ha visto l’azienda, conosce le sue produzioni e magari ha postato la propria foto con i produttore nel suo profilo Facebook. E’ quindi più interessato di altri a sapere cosa c’è di nuovo e più disposto a preferire i  vini di quella determinata cantina rispetto a quelli di un’azienda che non ha visto.

Fidelizzare-il-turista-del-vino-racconto della-quotidianità

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CONTATTI PERIODICI COME STRUMENTO DI FIDELIZZAZIONE

Instaurare un rapporto continuativo serve a far ritornare il nostro enoturista oppure di fargli comprare le nuove bottiglie ma la tecnica per raggiungere questi obiettivi varia da cantina a cantina. C’è chi inserisce i visitatore nel “Club degli amici ” e gli invia un house organ quindicinale, chi gli manda qualche messaggio augurale, chi invece usa la tecnica call-center e gli telefona per salutarlo e offrirgli l’acquisto delle nuove annate.

LEGGE SULLA PRIVACY E DATA BASE

Il punto di partenza di queste azioni è comunque sempre il modulo che l’enoturista deve firmare e che contiene la liberatoria per la privacy (procurarsi la versione aggiornata dal proprio consulente).

                                                                                               

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