COSA TRASFORMA UN VIGNAIOLO IN UN BIG DEL VINO?

Elena Fucci Titolo Aglianico del Vulture

COSA TRASFORMA UN VIGNAIOLO IN UN BIG DEL VINO?

DA COSA NASCONO LE STELLE DELL’ENOLOGIA E LE CANTINE DI GRANDI DIMENSIONI? TALENTO PERSONALE, INNOVAZIONE, VISIONE SULLE FUTURE TENDEZE DI MERCATO O COSA?

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cosa trasforma un vignaiolo in grande produttore – Alessandro Mori Il Marroneto

Di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Casato Prime Donne Montalcino, Fattoria del Colle Trequanda 

A Montalcino, come a Barolo, ci sono molti produttori di vino nati in una famiglia contadina e diventati star internazionali dell’enologia. Mi sono sempre chiesta se questo processo fosse conseguenza alla crescita produttiva innescata da un’innovazione o da un’intuizione commerciale … oppure nascesse dalla capacità di interpretare i doni della terra come fa uno scultore col marmo.

ESSERE GRANDI PRODUTTORI SIGNIFICA PRODURRE GRANDE QUALITA’ O GRANDI NUMENRI

Come avviene il processo di trasformazione da vignaiolo in imprenditore di successo?
Ovviamente i grandissimi wine maker – e penso a persone come Bepi Quintarelli, Alessandro Mori del Marronetto oppure a Elena Fucci – con i loro splendidi vini accendono l’attenzione sul loro territorio, dando un esempio e un’apertura commerciale anche agli altri produttori.
Il loro successo sembra legato al loro talento personale e alla loro capacità di renderlo visibile.
Poi ci sono i produttori di successo che si trasformano da vignaioli in grandi imprenditori e su questo vorrei puntare l’attenzione.
Nei libri la trasformazione da artigiano in imprenditore è descritta come il passaggio dal fare le cose a gestire la produzione e pianificare le strategie a lungo termine <<dal lavorare nel laboratorio a lavorare sul laboratorio>>. Trasferendo il concetto nel vino potremmo dire che un vignaiolo diventa imprenditore quando smette di pensare solo alla vigna e inizia a ragionare in termini di progetto, mercato e valore.

LA TRASFORMAZIONE DELLE CANTINE NASCE SOVENTE DALL’IMITAZIONE E NON DALLA VISIONE

In realtà nelle imprese del vino non c’è un confine netto fra queste due visioni perché alle spalle delle cantine c’è il marchio collettivo DOC oppure DOCG gestito da un consorzio che spesso si occupa anche del marketing, della comunicazione e di molte azioni di espansione commerciale. Quindi il passaggio dall’agricoltore, che mette al centro la produzione, in chi si orienta al mercato è più basso di quello che appare. Questo anche in contesti dove l’abbondanza di investimenti farebbe pensare al contrario cioè a una forte propensione all’innovazione, alla diversificazione produttiva e dei canali di vendita, alla cura nell’immagine e nella comunicazione della propria identità ….. Il mondo agricolo ha una cultura analogica cioè riproduce. Apparentemente innova ma in realtà ripete quello che fa il vicino. Per questo i distretti enologici più performanti appaiono pieni di imprenditori mentre in realtà le imprese con visione sono poche e le altre sono followers.
Altro elemento da sottolineare è la presenza di innovatori provenienti da altri contesti e con ingenti capitali. Non sempre positivamente essi creano comunque sempre delle dinamiche di cambiamento.

I LIMITI DERIVANTI ALL’OPERARE  IN PICCOLI CENTRI O CON TITOLARI ANZIANI

Quello che ho descritto è forse un carattere comune a tutti i distretti produttivi ma nel mondo del vino c’è una caratteristica sfavorevole. I paesi della campagna sono piccoli e quindi il “controllo sociale” è molto forte. Tutti sanno tutto degli altri e puniscono chi è diverso, scoraggiano l’imprenditorialità ma anzi alimentano l’immobilismo. Non è colpa del vino e non è un fenomeno italiano ma è proprio la dinamica sociale dei piccoli insediamenti ad avere questa caratteristica.
A questa circostanza va aggiunta l’età media molto alta dei titolari delle imprese agricole che per due terzi hanno più di 55 anni e quasi la metà supera i 65 anni.
La risposta alla mia domanda iniziale è dunque complicata e la trasformazione da vignaiolo a grande imprenditore avviene meno spesso di quanto sembrerebbe guardando i distretti del vino e molto meno di quanto servirebbe.
Il paradosso italiano è questo: abbiamo il vigneto più ricco di identità e con maggior potenziale qualitativo del mondo, ma lo trasformiamo troppo spesso in povertà economica invece che in valore.



                                                                       
Cinelli Colombini
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