Il cibo e le fake news

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Il cibo e le fake news

Il 92% degli italiani non è in grado di riconoscere le fake news sul cibo e spesso le diffonde attraverso reti fra gli amici, che il 57% ritiene le più sicure

 

Di Donatella Cinelli Colombini

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La corretta informazione alimentare è necessaria per mantenere i cittadini in buona salute ed ha un enorme impatto sociale ma trova un grande ostacolo dalla diffusione di notizie false online. Infatti il 92% dei consumatori non riesce a identificare un website di bufale, l’86% non riconosce un profilo fake di Twitter e il 64% una pagina Facebook inattendibile.

 

ELENCO DELLE FAKE NEWS DEL CIBO PIU’ DIFFUSAMENTE RITENUTE VERE

Ecco le più diffuse Food fake news  in ordine decrescente in base alla quota di popolazione che le ritiene vere: dall’88% che teme di ricongelare il cibo fino al 23% che attribuisce all’ananas la virtù di far dimagrire. “Ricongelare prodotti decongelati fa male”, “la frutta va mangiata lontano dai pasti”, “la carne rossa fa venire il cancro”, “il caffè fa male”, “scaldare o cuocere il cibo nel forno a microonde è pericoloso”, “più vitamine prendo e meglio sto”, “il cibo senza lattosio è più salutare”. Poi, “sulle ustioni bisogna mettere il burro”, “chi ha il diabete più mangiare tanta frutta”, “se si beve moltissima acqua si perde l’appetito e si dimagrisce”. Ma anche  “bisogna bere solo quando si ha sete”, “bere acqua minerale naturale è più sicuro che bere acqua del rubinetto”, “l’ananas brucia i grassi”.

Sicuramente anche noi siamo caduti in qualcuno di questi inganni. Magari abbiamo frainteso una notizia vera perché, ad esempio, mangiare molta carne rossa è sicuramente poco salutare.

 

LE RETI DEGLI AMICI CONSIDERATE LE PIU’ ATTEDIBILI DAL 57% DEGLI ITALIANI
fake-news-sul-cibo-caffè-in-forchetta

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Fa comunque impressione la quantità di fake news che diventano certezze granitiche nella mente dei consumatori. Eugenio Iorio, professore di Social Media Analysis dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha presentato l’indagine “Infosfera” dell’Unisob Media Lab sulle bufale del cibo al “Festival del Giornalismo Alimentare” che si è tenuto recentemente a Torino.

Fa impressione perché l’informazione istituzionale, quella proveniente da fonti accademiche e scientificamente attendibili, appare sommersa da un’ondata di comunicazione libera e priva di verifiche. “Reti omofiliache”, ovvero quelle degli amici che il 57% degli italiani ritiene addirittura più sicure di quelle universitarie o istituzionali perché non finanziate dalle multinazionali del food, della chimica, della distribuzione…. A questo si aggiungono gli algoritmi interni al web che rendono molto difficile, per chi naviga online, la percezione dell’attendibilità della fonte.

 

COME IL WEB METTE TUTTE LE FONTI DI INFORMAZIONI SULLO STESSO PIANO

Leggendo le risultanze dell’indagine del Professor Eugenio Iorio mi è venuto in mente quello che ho notato con i laureandi di Storia dell’Arte, materia che anch’io ho studiato all’Università. Ai miei tempi la costruzione della bibliografia di un argomento veniva fatta leggendo un libro dopo l’altro e usando le note per trovare le fonti precedenti. Capire quali fossero i testi importanti e quali gli “erudii locali” poco attendibili diventava determinante per arrivare a datare un’opera d’arte oppure trovare il suo più probabile autore.

Oggi internet permette di accedere da casa a biblioteche immense e cercare autori e libri dando al sistema di ricerca le parole chiave. Quello che prima richiedeva viaggi, e mesi di lavoro è fattibile in poche ore ma le fonti sono tutte sullo stesso piano e i ricercatori fanno fatica a distinguere l’opinione del vero luminare da quella del dilettante. Questo perché internet indicizza l’uno come l’altro anzi, se il dilettante con aspirazioni di influencer, ha investito per rendere più visibile la sua pubblicazione, uscirà prima del massimo esperto della materia. Se lo studioso di Storia dell’Arte ha qualche probabilità di accorgersi di questa anomalia la massaia non è certo in grado di distinguere le bufale, anche se scritte in buona fede, dalle notizie sicure. Sarebbe bene che Bill Gates, Mark Zuckerberg i dirigenti Google si ponessero questo problema che non riguarda solo il cibo ma il modo di pensare dell’intera popolazione mondiale su qualunque argomento.