Veronelli, i suoi eredi ed io

Luigi-Veronelli

Veronelli, i suoi eredi ed io

Veronelli, il genio ribelle che ha dato dignità ai vignaioli e ai territori del vino. Vi racconto qualcosa di lui e dei suoi rapporti con me

Luigi-Veronelli

Luigi-Veronelli

Di Donatella Cinelli Colombini, cantina, Casato Prime Donne, agriturismo, Fattoria del Colle
Luigi Veronelli l’ho ammirato ma anche temuto.
Sono cresciuta in una famiglia dove gli intellettuali –poeti, architetti, pittori, attori di teatro- erano presenze costanti. Da ragazzina capivo poco i loro discorsi ma avevo assorbito l’idea che la cultura accademica, come era intesa un tempo in modo enciclopedico e profondo, fosse la cosa più “ammirabile” delle persone cioè l’elemento che più di ogni altro andava cercato in sé stessi e negli altri.
Per questo avevo per Veronelli un rispetto reverente, era la personificazione del genio visionario e colto, del paladino dei deboli contro i poteri forti, disposto a

Gino-Veronelli

Gino-Veronelli

rischiare persino la prigione per le proprie idee. Era stato lui a ridare dignità al lavoro contadino negli anni del miracolo economico quando la gente di campagna veniva guardata come fosse di serie B. Una rivoluzione di valori che mirava a privilegiare la manualità e l’attaccamento alla terra <<il vino sente l’amore del contadino e lo ricompensa facendosi migliore>> e ancora <<il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d’industria>>. I miei erano rimasti aggrappati a Montalcino cercando di rinnovare un’agricoltura da cui tutti gli altri proprietari scappavano. Per me Gino Veronelli era un mito. Lo ascoltavo con ammirazione reverente, timorosa anche per la differenza di età; lui era nato nel 1926 cioè era più vicino a mio nonno Giovanni Colombini, che a me.Con il passare degli anni, all’ammirazione si aggiunse lo sconcerto rispetto a battaglie che mi apparivano poco condivisibili e decisamente esagerate rispetto agli obiettivi. Insomma più che un cavaliere senza paura mi appariva come un Don Chisciotte a caccia di nemici con cui scontrarsi. Polemiche sui giornali, azioni clamorose, vertenze legali in cui coinvolgeva i produttori in veste di testimoni e

Donatella-Cinelli-Colombini-convegno-su-Luigi-Veronelli-Parma-Master-in-Scenze-gastronomiche

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persino mia madre Francesca si ritrovò ad andare avanti e indietro da Milano per uno dei suoi processi per diffamazione. Per me, che ho un istinto costruttivo e conciliante, era una situazione poco comprensibile.
Ricordo che, nel 2001, quando diventai assessore al comune di Siena lui mi chiese di sostenere la sua proposta di denominazioni comunali e io gli dissi che Siena ha pochissima campagna, del tutto priva di reputazione viticola, dunque crearci una DOC mi sembrava una pessima idea. Lui replicò citando la mia risposta in un articolo e commentandola con la frase <<povera Donatella!>> come dire: la poverina non capisce ciò che dice. Ci rimasi male ma Gino era così … esplosivo. Esplosivo, rivoluzionario e geniale. Anche in questo caso c’è un nocciolo visionario, nel suo progetto di denominazioni comunali che oggi tutti riconosciamo come giusto. La battaglia di Veronelli in favore dei vitigni autoctoni, la cultura materiale, la specificità e riconoscibilità delle produzioni locali, contro la globalizzazione. Sono concetti di estrema attualità e sapere che lui li proclamava 16 anni fa rende consapevoli della grandezza del suo genio. Veronelli è stato fino all’ultimo un pioniere capace di aprire grandi spiragli verso il futuro.

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