DONATELLA UNA MOGLIE FUORI DAGLI SCHEMI

matrimonio Donatella Cinelli Colombini e Carlo Gardini
DONATELLA HA CHIESTO AL FUTURO MARITO DI SPOSTARLA E POI HA VISSUTO CON LUI UN MATRIMONIO FELICE. 9 MESI A LILLE IN FRANCIA E POI IN NOVE CITTÀ ITALIANE
di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Fattoria del Colle Trequanda, Casato Prime Donne Montalcino
Quasi tutte le migliori decisioni della mia vita sono state prese d’impulso. Anche quella di sposarmi. Io e Carlo Gardini avevamo una storia solida da anni. Lui si era laureato in Economia e Commercio con la lode, poi aveva scelto di entrare nella Banca Nazionale del Lavoro in un corso per personale dirigente che lo portava in giro per l’Italia per capire tutti i settori. 1978, poco prima di Ferragosto Carlo telefona all’ufficio del personale per sapere la sua prossima destinazione e gli dicono che dal I° ottobre avrebbe dovuto iniziato un periodo di nove mesi a Lille in Francia.
UNA PROPOSTA DI MATRIMONIO DECISAMENTE FUORI DAGLI SCHEMI
<<I miei non mi faranno venire con te>> dissi io pensando al rigido formalismo di casa mia. <<Dobbiamo sposarci>>. Lui non se lo aspettava e commentò <<come faccio a dirlo ai miei?>> La richiesta di matrimonio era già stata fuori dagli schemi ma la reazione di Carlo era proprio oltre e mi mandò in bestia. Per fortuna lui si riprese subito e iniziammo una vera corsa per sposarci e poi partire insieme. Mia madre non volle cancellare i suoi impegni di lavoro e noi fummo costretti a cambiare il giorno delle nozze con una data infrasettimanale. Per me fu un dolore, mi sentii come la cosa che, per lei, contava di meno. Fu un tour de force, affannoso. Ricordo che ristampammo le partecipazioni a causa del cambio di data ma poi non bastarono per cui usammo anche le prime correggendo il giorno a penna. Avete mai visto una partecipazione con una correzione volante? Il mio vestito era semplicissimo, cucito da una startina di Montalcino e molto “figlia dei fiori”. Ci sposammo nell’Oratorio di San Bernardino al Prato che apparteneva alla nostra parrocchia di Santa Petronilla a Siena. Cerimonia intima e poi festa con gli amici molto partecipata. Il periodo a Lille, lontani dalle famiglie, ci permise di costruire un rapporto solido. Lille, portava ancora i segni della Seconda guerra mondiale ed era in mezzo a miniere di carbone. Quando dimenticai una finestra aperta trovai la casa coperta di polvere nera. Avevamo un appartamento in Boulevard de la République e tanti amici tutti stranieri come noi. Vivere all’estero e condividere la vita di un luogo senza che sia il proprio, è starno. All’inizio stimola ma poi impoverisce perché, in fondo, i problemi che vedi, non sono i tuoi e non fai niente per risolverli. Non è diverso dal vivere in Italia fuori della propria terra: ti senti e sei trattato da estraneo.
All’inizio parlavamo in inglese ma poi, grazie ai corsi all’università (Carlo fino al diploma che gli permetteva di insegnare francese nei Paesi non francofoni e io quello da debuttanti) imparammo il francese. Lille è il carrefour d’Europe perché è vicina a Parigi, Londra, Bruxelles, Amsterdam e Colonia. Questo ci permise di viaggiare e vedere tantissimo.
LA VITA GIROVAGA DELLA MOGLIE AL SEGUITO DI UN FUNZIONARIO DI BANCA
Tornati in Italia abbiamo vissuto a Padova, Trento, Livorno, Ancona, Sassari, Venezia. Tutti periodi brevi o brevissimi, salvo l’ultimo durato un anno. Ero diventata una specialista di traslochi e case ammobiliate. Sono stata bene ovunque ma l’unico posto per il quale ho avuto nostalgia è Venezia perché è di una bellezza fuori scala. La densità di bellezza, capolavori, gli spettacoli teatrali, le conferenze …. Tutto a Venezia è fuori scala.
Vivere come “moglie al seguito”, per me, era difficile, nonostante la nostra casa fosse ospitale e avessimo molti amici. Anche continuare a studiare era difficile. I miei compagni di università pubblicavano e io andavo sempre più ai margini. Persino a Venezia, dove c’era un corso di laurea in storia dell’arte di prima grandezza, la biblioteca specializzata, nel Museo Correr, aveva bibliotecari che parlavano solo veneziano e in certi casi ci voleva l’interprete. Ma a volte mi trovavo gomito a gomito con Vittorio Sgarbi.
Poi mio marito Carlo diventò funzionario e fummo trasferiti a Reggio Emilia dove rimanemmo 4 anni. Li continuare a studiare era difficilissimo. Capisco che oggi può sembrare incomprensibile ma a quell’epoca avere nei paraggi una biblioteca specializzata e una fototeca era fondamentale. Da Reggio Emilia le più vicine erano a Parma dove i libri erano catalogati in base all’anno della prima edizione ma se non lo ricordavi eri bloccato. Oppure Modena dove c’era il vantaggio dei docenti dell’Università che passavano spesso fra i tavoli aiutando anche chi, come me, non era fra i loro studenti.
DONATELLA E IL BUSTO RELIQUIARIO DI SANT’AGATA
Fra le tante esperienze curiose legate al mio studio di oreficeria senese ricordo il viaggio a Catania per vedere il busto reliquiario di Sant’Agata. La testa della santa è oggetto di una devozione popolare fortissima e viene conservata nel sotterraneo di una cappella chiusa da una cancellata. Qui viene esposta al pubblico due volte l’anno. Monsignor Scalia. preposto alla reliquia, permise a me e a mio marito di stare nella cappella insieme alle autorità. La situazione era surreale con i fedeli che urlavano e invocavano la Santa stando fuori dai cancelli e io che toccavo il busto per misurarlo e studiare gli smalti spostando i gioielli che lo coprivano e avevano un valore incredibile anche per l’importanza dei donatori. C’era di tutto, da quelli di Riccardo Cuor di Leone al Toson d’oro. Mi resi conto che non sarei riuscita a fotografare gli smalti traslucidi sul busto anche perchè le placche d’argento erano curve. Monsignor Scalia mi rassicurò <<stasera faccio venire un devoto di Sant’Agata che le farà le foto>>. Nel pomeriggio arrivò un signore che io identificai come un fotografo che fece le foto con il flash nonostante io lo pregassi di procedere in tutt’altra maniera. Ero convinta che le immagini sarebbero risultate illeggibili ma dopo 15 giorni mi arrivò un pacco di foto perfette. La cosa incredibile era il biglietto di accompagnamento dell’Ordine degli Ingegneri di Catania in cui le foto mi venivano regalate. Scoprii che quello che io avevo identificato come il fotografo era in realtà Raffaello Mininni ingegnere e campione di tiro a segno che aveva rappresentato l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo.






