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GLI INNOVATORI DEL VINO ITALIANO 7

CINQUINA DI RIBELLI: BAROLO BOYS, JOSKO GRAVNER, WALTER MASSA, BIBI GRAETZ, VINI VERI. OGNUNO LASCIA UNA TRACCIA FORTE E POSITIVA MA ANCHE MOLTO SCOPIGLIO

di Donatella Cinelli Colombini #winedestination

Questo gruppo è composto da “bastian contrari” persone che hanno avuto il coraggio di uscire dal coro in modo esplosivo andando contro convenzioni, familiari, colleghi, vicini e persino clienti. Alcuni sono stati considerati un pericolo anziché i pionieri del rinnovamento ma il loro coraggio ha avuto sempre un effetto tonico, anche su chi pensava in modo completamente diverso ha comunque allargato gli orizzonti e ha messo sul tavolo argomenti su cui confrontarsi.

Joško Gravner

Joško Gravner

Come sempre, a costo di risultare noiosa, chiedo a tutti un contributo di idee per arrivare a 100 profili di innovatori del vino italiano. Io conosco tante persone ma non conosco tutti e sicuramente ho bisogno del vostro aiuto. Scrivetemi a donatella@cinellicolombini.it

I BAROLO BOYS

In realtà i Barolo boys sono sette e non tutti maschi: Elio e Silvia Altare, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio, Chiara Boschis e Elio Grasso e Lorenzo Accomasso. Accanto a loro, alla fine del Novecento, anche Alessandro e Bruno Ceretto, Enrico Scavino, Beppe e Marta Rinalidi, Beppe Caviola cominciano a sperimentare soluzioni nuove per produrre e affinare il loro vino.

Ma sono davvero arancioni gli Orange Wine!

C’è chi pensa al succo d’arancia e chi a vini naturali ottenuti con tecniche estreme … ma no! Sono i vini bianchi vinificati a contatto con le bucce dell’uva in anfora

orange-wine

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Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini

Per la verità, in Spagna esistono vini dolci aromatizzati con buccia d’arancia il Vino Naranja e il Moscatel Naranja prodotto a Malaga … ma sono tutt’altra cosa rispetto agli Orange wines.
In effetti il nome moltiplica la confusione soprattutto perché è in inglese mentre tutto proviene da un’antica tradizione europea. I vini Orange sono simili a quelli dei nostri progenitori dell’antica Roma che vinificavano grappoli bianchi e rossi dopo averli fatti macerare cioè dopo aver tenuto il mosto a contatto con le bucce. Un’abitudine che esisteva,

Cos

Cos

forse persino in un’epoca antecedente, in Armenia e in Georgia, da li è arrivata in Italia intorno al 1990, insieme alle grandi anfore georgiane usate per la loro vinificazione. Il nome Orange Wines, invece, è stato coniato nel 2008 negli States riferendosi al colore di questi bianchi.

Anche la convinzione che si tratti di vini naturali – tipo superbiologici – è del tutto errata. Gli orange wines possono essere prodotti da uve coltivate in modo biodinamico ma anche convenzionale, pesticidi compresi.
Mike Bennie in un delizioso articolo su Wine Searcher, che vi invito a leggere, gioca sugli equivoci legati agli orange wines e si sofferma sulla crescente popolarità dei vini Orange fra i giornalisti specializzati, nota lo scetticismo di molti sommelier e, in certi casi, l’aspetto del vino decisamente poco attraente. Insomma c’è chi esalta questa tecnica per l’arricchimento che porta ai vini bianchi, in termini di complessità e struttura, ma chi proprio la rifiuta.