Giovani in agricoltura, rimangono per forza o per amore?

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Giovani in agricoltura, rimangono per forza o per amore?

Solo il 5% dei giovani sceglie di rimanere nell’azienda agricola di famiglia. Da Nomisma i dati sulla reale attrattività del lavoro nei campi per i giovani

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Di Donatella Cinelli Colombini

Alla faccia del ritorno nelle campagne! Nonostante la crisi e la difficoltà di trovare lavoro, i ragazzi preferiscono le luci della città. Ma la cosa che trovo più triste sono i due giovani su tre che percepiscono la scarsa considerazione da parte della società cioè il “rango sociale” inferiore attribuito, a chi lavora in campagna, da una grossa fetta dell’opinione pubblica. 

Insomma dire a qualcuno <<sei un contadino>> equivale ancora a dargli dell’ignorante, rozzo e arretrato.
Credevo che certe situazioni fossero superate, invece siamo ancora al punto di quando ero giovane e, in discoteca, i ragazzi di campagna si vergognavano a dire che abitavano in un podere

I giovani del Brunello

I giovani del Brunello

e lavoravano la terra. E’ vero che esistono situazioni opposte. Oggi un giovane di Montalcino, terra di Brunello, oppure di Erbusco in Franciacorta, così come di Barolo o di Cormons nel Collio, quando va a ballare e incontra una ragazza che gli piace, si vanta di stare in mezzo alle vigne come della sua nuova moto oppure dell’Iphone ultimo modello. Ma la dignità, che il successo internazionale dei grandi vini ha dato a chi ci lavora, non riesce a proiettarsi più in là delle vigne e delle cantine. E forse neanche a quelle, se il nostro giovane agricoltore è solo un bracciante.

Giovani in campagna

Giovani in campagna

L’indagine fatta da Nomisma in collaborazione con l’Informatore Agrario, Cattolica Assicurazioni e Federunacoma ha riguardato 1.100 giovani (agricoltori e non). Fotografa l’attrattività del settore agroalimentare nel momento in cui la disoccupazione giovanile segna i massimi storici con il 42% di senza lavoro. Ebbene, nonostante questo, solo il 5% dei giovani prende in mano l’azienda agricola di famiglia. D’accordo, la proprietà in Italia è particolarmente parcellizzata con 1.630.000 aziende che hanno una superficie media di 7,9 ha. Poco per dare da vivere soprattutto in un’epoca in cui i prezzi all’origine sono compressi sotto il costo di produzione mentre la marginalità si è spostata nella catena commerciale. Ma basta questo per spiegare perché i giovani non vogliono avere le scarpe sporche di terra? Oppure in campagna c’è soprattutto uno stile di vita con poca socialità e divertimenti, uno status sociale che pesa più della probabile disoccupazione in città? Un dato mi ha colpito, nella ricerca Nomisma: solo il 3,5% degli agricoltori italiani possiede un computer anche se la media sale al 45,5% nelle aziende condotte da giovani. Questo elemento, a mio avviso, è rivelatore e spiega perchè il ricambio generazionale in Italia rallenta e ci sono solo 14 coltivatori sotto i 35 anni contro 100 anziani mentre in Francia sono 73 e in Germania addirittura 134. Le iscrizioni alle Facoltà di Agraria crescono, che sia la formazione la chiave di volta capace di proiettare il settore verso il ringiovanimento?



                                                                       
Cinelli Colombini
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