EXTRAVERGINE VERO E IMPORTATO
SOLO IL 28% DELL’EXTRAVERGINE VENDUTO IN ITALIA È PRODOTTO NEL NOSTRO PAESE. SU 900 MILA TONNELLATE DI CONSUMO E EXPORT DI OLIO EVO 600MILA SONO IMPORTATE

Solo il 28% dell’extravergine consumato o esportato dall’Italia è veramente italiano
Di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Casato Prime Donne
I dati sull’olio EVO sono impressionanti e lasciano vedere un panorama desolante. Da un lato gli oliveti pugliesi distrutti dalla Xylella e quelli collinari abbandonati per mancanza di mano d’opera. Dall’altro lato un mercato poco disposto a pagare prezzi remunerativi per l’olio extravergine italiano fatto a regola d’arte mentre gli scaffali di vendita sono pieni di olio extravergine a basso prezzo proveniente da oliveti intensivi di Paesi esteri.
Il Registri Telematici dell’Olio RTO mostrano una giacenza di 190mila tonnellate costituita al 71% da olio EVO che è sempre meno italiano.
La crisi produttiva italiana di olio EVO non sembra arrestarsi: fitopatie, clima avverso, abbandono degli oliveti… i motivi sono numerosi ma i risultati sono devastanti.
LA NOSTRA PRODUZIONE DI OLIO EVO E’ IL 28% DI QUELLO CHE CI SERVE
Anche la raccolta di olive italiana dell’autunno scorso ha segnato un calo di 90mila tonnellate sull’anno prima. Il deficit produttivo è sempre più marcato: produciamo a mala pena 240mila tonnellate cioè il 28% di quello che ci serve. Ogni anno abbiamo bisogno di 850-900mila tonnellate di cui 550 per il consumo interno e 350mila tonnellate per l’export. Per questo gli industriali dell’agroalimentare si approvvigionano da Tunisia, Spagna, Grecia e anche altri Paesi. La Puglia per il Sud e l’Umbria al Centro sono i centri nevralgici degli stoccaggi.
Un altro elemento da sottolineare è il flop delle DOP-IGP cioè delle 50 indicazioni geografiche protette che riguardano solo il 5,8% dell’olio totale e l’8,2% dell’extravergine. Io stessa posso testimoniare la mia esperienza deludente. I consumatori non conoscono, non chiedono e non sono disposti a remunerare la fascetta della DOP-IGP per cui noi produttori siamo disincentivati a impegnarci nelle pratiche burocratiche e nei ritardi collegati alla concessione dei contrassegni di stato.
FLOP DELLE DOP-IGP DELL’OLIO EVO
Anche sull’olio BIO ci sono <<dubbi sulla sostenibilità economica di questa filiera>> dice il GamberoRosso nel suo lungo articolo dedicato alla crisi produttiva dell’extravergine. Secondo la mia piccola esperienza personale, tuttavia, il simbolo BIO comincia ad essere conosciuto e remunerato da parte dei consumatori.
Ho notato che la Regione Toscana, così come molte amministrazioni locali hanno cercato di contrastare il declino della produzione l’olio offrendo finanziamenti alla filiera olivicola e soprattutto ai frantoi. Credo sia una buona tattica anche se il problema maggiore rimane il mercato. Le grandi importazioni estere a basso prezzo schiacciano i listini su livelli che non permettono di pagare i costi di produzione degli oliveti italiani tradizionali. Purtroppo la scarsa conoscenza delle qualità organolettiche dell’olio EVO da parte di gran parte dei consumatori impedisce loro di scegliere con cognizione e anzi li spinge a valutare l’offerta solo in base al prezzo. Altro elemento di rammarico riguarda la ristorazione che si è poco impegnata nel valorizzare l’olio evo.
RISCHIO DI ABBANDONO DEGLI OLIVETI
Il rischio di abbandono degli oliveti storici è sempre più grande con i conseguenti danni al paesaggio che ne conseguono. Questo è particolarmente preoccupante in zone come la Toscana e specificamente come Trequanda, dove si trova la Fattoria del Colle. Il comune ha ottenuto, proprio grazie ai suoi oliveti, l’iscrizione nel “Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico”.
Va ricordato come il turismo dell’olio stia facendo i suoi primi passi con successo. I frantoi ipogei di Gallipoli le destination più note e visitate ma anche il Frantoio Buonamici a Fiesole mostra come l’extravergine possa diventare un’attrattiva al pari delle cantine o dei monumenti d’arte. Del resto il recente successo dell’olio EVO in Giappone, che è passato da 280 milioni di Euro nel 2023 a circa 307 milioni di Euro in un solo anno con un incremento del +9,6%, fa davvero ben sperare. Per questo non è il caso di arrendersi di fronte a un calo produttivo e a una concorrenza estera sempre più aggressiva.






