SE I VITIGNI AUTOCTONI ITALIANI DIVENTASSERO INTERNAZIONALI SAREBBE UN VANTAGGIO?

se gli autoctoni italiani diventassero internazionali

SE I VITIGNI AUTOCTONI ITALIANI DIVENTASSERO INTERNAZIONALI SAREBBE UN VANTAGGIO?

WINE NEWS HA DOMANDATO PROVOCATORIAMENTE A DUE SUPER ESPERTI IL MASTER OF WINE ANDREA LONARDI E ALL’AGRONOMO GIOVANNI BIGOT CREATORE DELL’INDICE BIGOT

se gli autoctoni italiani diventassero internazionali

se gli autoctoni italiani diventassero internazionali

di Donatella Cinelli Colombini, #winedestination 

La domanda è provocatoria ma fino a un certo punto perché i cambiamenti climatici alterano la vocazione dei vigneti e spingono all’utilizzo di vitigni adatti a climi caldi e aridi. Del resto gli enologi sostengono da sempre che le viti esprimono il loro miglior potenziale, in termini di finezza, quando sono coltivate in condizioni difficili e quindi è meglio spostare a Nord vitigni meridionali che fare l’operazione contraria. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi i vitigni che hanno la loro zona di origine in climi freddi, una volta piantati in zone calde producono vini banali, tutti uguali.

ANDREA LONARDI E GIOVANNI BIGOT SUI VITIGNI AUTOCTONI

Ecco che la domanda posta da Wine News al Master of Wine Andrea Lonardi, ed a Giovanni Bigot, agronomo ed ideatore dell’Indice Bigot che classifica i vigneti in base al loro potenziale qualitativo, è tutt’altro che fuori luogo. In altre parole, se il riscaldamento globale cambia i vitigni più adatti ai terroirs, molti dei 500 vitigni autoctoni italiani potrebbero diffondersi in altre parti del mondo e questo potrebbe privare il vino italiano di uno dei suoi punti di forza: la varietà, l’originalità distintiva dei suoi vitigni.
La prima riflessione arriva da Giovanni Bigot: alcune varietà internazionali e cita subito il Merlot, sono messe a dura prova dall’innalzamento delle temperature. Questo significa che i così detti vitigni internazionali non sono realmente capaci di adattarsi a qualunque clima, come si diceva un tempo. Per questo l’idea di puntare su vitigni autoctoni di regioni più meridionali o nazioni più caldo-aride potrebbe portare a buoni risultati. Bigot cita <<alcuni vitigni delle isole greche che hanno una resistenza alla siccità incredibile>>.

ALESSANDRO REGOLI E I VIGNETI AUTOCTONI ITALIANI

Da qui la domanda di Alessandro Regoli: <<se le varietà autoctone italiane diventassero un giorno le nuove varietà internazionali sarebbe un problema per il vino italiano che perderebbe una sua esclusiva o sarebbe un nuovo trampolino di lancio per una crescita ulteriore delle nostre produzioni nei mercati del mondo?>> Andrea Lonardi pensa di si e parla di Verdicchio o il Vermentino che, diffondendosi anche all’estero, potrebbero fare da traino alle esportazioni dalle zone originarie. Tuttavia, a suo parere, grandi classici come il “taglio bordolese” torneranno di moda soprattutto nel mercato dei fine wines.
Anche Giovanni Bigot è d’accordo. Piantare vitigni autoctoni in altre zone del mondo porta a risultati diversi e accresce il prestigio dell’area di origine. Come per il Pinot Noir, tanti producono straordinari Pinot in giro per il mondo ma tutti sognano la Borgogna.
Nel bicchiere beviamo per vitigno, coltivato in quel terroir, influenzato dal clima di quell’anno e coltivato con una specifica tecnica.
Alla fine Alessandro Regoli commenta <<non di soli autoctoni vive il vino italiano>>

 



                                                                       
Cinelli Colombini
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