Vitigni autoctoni o internazionali? Meglio uguali o biodiversi?

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Vitigni autoctoni o internazionali? Meglio uguali o biodiversi?

Il nostro Paese ha la maggiore biodiversità nei vigneti e nei vini; il 75% del vigneto Italia contiene 80 vitigni. Ma meglio autoctoni o internazionali? 

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Donatella Cinelli Colombini, Cenerentola, DOC Orcia

Siamo bio-diversi anche nel vigneto; nessuna altra nazione del mondo adopra così tanti vitigni per produrre vino. Per questo domandarsi se è meglio i vitigni autoctoni o internazionali ci porta direttamente a un secondo quesito: come trasformare la diversità in opportunità economica.

In Italia la vigna da vino copre 660.000 ettari in cui sono coltivati circa 500 varietà di vite. Nel mondo esistono oltre 10.000 vitigni e il nostro Paese è fra le prime tre nazioni per numero di varietà autoctone ancora coltivate.

Sangiovese spalliera fine luglio 2013 Violante Gardini

Autoctoni o internazionali?Sangiovese spalliera fine luglio 2013 Violante Gardini

80 tipologie di vite sono abbastanza diffuse e coprono il 75% della superficie vitata totale. Si tratta di qualcosa di completamente diverso da quanto avviene negli altri grandi Paesi produttori dove la coltivazione si è polarizzata su pochissime varietà. 13 vitigni da soli coprono un terzo del vigneto mondiale e 33 oltre la metà. Il vitigno più diffuso si chiama Kyoho ed molto coltivato in Cina per la produzione di uva da tavola.
Il Cabernet Sauvignon è la varietà da vino sicuramente più presente con 340.000 ettari ma sorprendentemente è seguita a ruota dall’uva sultanina che viene usata soprattutto per tavola e cucina, in forma passita, ma è anche vinificata. Nella classifica dei vitigni più diffusi ci sono il Merlot, il Tempramillo, l’Airen, lo Chardonnay e il Sirah.
La maggior parte delle grandi nazioni produttrici ha scelto di avere un vigneto con pochissime varietà puntando su caratteri omogenei e grandi volumi. L’Italia, invece è andata in direzione opposta.
Secondo i dati OIV– Organisation Internationale de la Vigne et du Vin presentati al congresso mondiale di Sofia, il vigneto Italia appare come un mosaico mentre in Francia, in Spagna e in tutti gli altri Paesi, sembrano quadri unitari. Da noi i vitigni più coltivati sono 80 con in testa Sangiovese (8%) seguito da Montepulciano, Glera e Pinot Grigio con il 4% ciascuno, poi Merlot (3%).In Francia invece, il 14% dei 785.000ettari vitati sono di Merlot, Trebbiano (Ugni Blanc) e Grenache hanno il 10% ciascuno, Syrah 8% e Chardonnay il 6%. Sommando queste

Vitigni internazionali merlot-Vendemmia 2013 Merlot Fattoria del Colle

Vitigni internazionali merlot-Vendemmia 2013 Merlot Fattoria del Colle

cinque varietà abbiamo quasi la metà del vigneto totale.
La situazione spagnola è ancora più polarizzata perché Airen (22%), Tempramillo (21%) Bobal, Garnacha e Viura (6-5% ciascuno) coprono il 60% della superficie totale di 975.000 ettari.
C’è da chiedersi chi abbia ragione e quale sia la strategia giusta ma soprattutto come trasformare la meravigliosa varietà italiana in opportunità economica e commerciale. Non va infatti dimenticato che esistono due facce della questione: quella dei grandi numeri che probabilmente privilegia la semplicità dei vitigni internazionali e del loro gusto più conosciuto, sul fronte opposto le piccole quantità con caratteri distintivi.

C’è un pubblico costituito da giovani consumatori – millennials- che desiderano cose uniche, sempre diverse, non globalizzate e omologate. Visto che l’Italia ha scelto di puntare su vitigni e vini con queste caratteristiche deve aprire un dialogo con il target di consumatori che le predilige. Ma allora come mai il messaggio che parte dalle cantine italiane è così paludato, formale e poco divertente come se fosse diretto a ultracinquantenni? Soprattutto perché sembra meno smart di quello spagnolo e non ha riconquistato i giovani come è avvenuto in Francia?

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