FEDERICO FELLINI E DONATELLA
I MIEI INCONTRI CON FEDERICO FELLINI E IL FASCINO DI UN UOMO STRAORDINARIO CON UN ASPETTO ORDINARIO CHE TRASFORMAVA COSE ORDINARIE IN MODO STRAORDINARIO

Federico Fellini with
his wife and the Guidotti and Cinelli Colombini families
di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Casato Prime Donne Montalcino, Fattoria del Colle Trequanda
Parlo di fatti avvenuti una cinquantina d’anni fa. Federico Fellini veniva spesso alla fattoria di mia madre a Montalcino, grazie alla comune amicizia con Mario Guidotti, giornalista e animatore culturale. Dopo le prime visite più formali, il più grande regista italiano, cominciò ad arrivare senza preavvertire, come una persona di famiglia.
Il problema era che, spesso, i miei erano fuori e io dovevo accogliere Fellini da sola. Io ero una giovanissima e vivevo tra Montalcino e Siena un’esistenza molto borghese e decisamente provinciale. Ero abituata a incontrare intellettuali e persone famose perché la mia famiglia aveva sempre avuto quel tipo di frequentazioni ma Federico Fellini era decisamente fuori misura.
Quell’uomo era un mito, un genio riconosciuto a livello mondiale con 5 premi Oscar. Una fama talmente gigantesca che avrebbe intimidito gente molto più attrezzata di me. Davanti a lui ero nervosissima, mi sudavano le mani, non riuscivo a stare e ferma e soprattutto dicevo solo qualche frase cortese ma non sapevo dialogarci, mi sembrava di non avere niente di interessante da dire. Peccato!
Federico Fellini e sua moglie Giulietta Masina venivano in Toscana per “passare le acque” a Chianciano. Da li arrivavano a Montalcino per spezzare la monotonia della cura e forse anche per fare qualche stravizio. Spesso li accompagnava Mario Guidotti o l’allora giovanissimo Fabio Carlesi.
FEDERICO FELLINI E GIULIETTA MASINA A MONTALCINO
Fellini era sempre in disordine come se odiasse farsi stirare i vestiti. La moglie invece era sempre impeccabile con i capelli ben pettinati e i vestiti senza una piega. Il Maestro parlava poco ma si guardava intorno con curiosità e si interessava di vino. Amava la buona tavola per cui mia madre lo attraeva con arrosti e Brunello.
L’ANTICONFORMISMO E L’UMANITA’ DI FELLINI
Era anticonformista in modo così spontaneo da lasciare interdetti. Una volta avevamo organizzato per lui una cena in giardino ma era freddo. Gli proponemmo varie cose per coprirsi e lui scelse un orribile scialle rosso di maglia con delle lunghe nappe. Sarebbe stato volgarotto su qualunque donna ma lui se lo drappeggiò addosso godendo del nostro imbarazzo.
Un’altra volta arrivò inaspettato mentre i miei genitori erano fuori e io avevo la casa piena di amici per una merenda. Fra questi giovani c’erano Azelia Batazzi che mi hanno ricordato l’episodio poco tempo fa. L’arrivo inaspettato del grande maestro mi aveva messo in imbarazzo e non riuscendo a organizzare qualcosa solo per lui decisi di unirlo al gruppo << posso dire a Federico Fellini di unirsi a voi?>> chiesi e loro benché entusiasti di questo incontro inaspettato non riuscirono a rivolgergli la parola mentre lui addentava pane e prosciutto.
Un’altra volta venne per mandare del Brunello a Georges Simenon e mi chiese di scrivere la lettera di accompagnamento. A quell’epoca l’azienda aveva una sola impiegata, Vanna Rossi, e un solo piccolissimo ufficio con una macchina da scrivere Lettera 32. Lui era abbastanza corpulento e quel locale sembrava troppo piccolo per la sua dimensione e il suo genio. Ma senza protestare e senza chiedere aiuto lui si mise a sedere e iniziò a battere sulla tastiera.
Impiegò un’eternità perché non era possibile cancellare e, ad ogni errore, doveva riscrivere l’intero testo. Quando finalmente mise la lettera nella busta e se ne andò il cestino dell’ufficio era pieno di fogli con la lettera quasi intera. Penso che a furia di riscriverla l’avesse quasi imparata a memoria.
Per curiosità le lessi. La lettera era in italiano ed era bellissima. Aveva la stessa leggerezza ironica, la stessa fantasia iperbolica che caratterizza i suoi film. Una capacità descrittiva quasi tattile nell’evocare immagini. <<Mamma mia>> pensai <<Fellini è un gigante qualunque cosa faccia>>.
Mi chiesi se dovevo conservare quei fogli visto che erano un carteggio privato che non mi riguardava e da corretta padrona di casa li feci distruggere. Ho sempre rimpianto questo gesto doveroso. Ma a volte il passato ti insegue come un cane da caccia che annusa le tracce e arriva sulla preda inaspettato. Ero a Zurigo alla degustazione di Wine Advocate – Robert Parker e Alessandro Regoli di WineNews mi mostra, sul suo telefonino, una lettera pubblicata da Adelphi nel volumetto “Carissimo Simenon. Mon cher Fellini. Carteggio di Federico Fellini e Georges Simenon”.
CARO SIMENON … ECCO LA LETTERA DI FELLINI
<<Caro Simenon, girando in macchina per le valli qui attorno Chianciano siamo arrivati oggi a Monte Alcino, mitico colle, favoloso almeno quanto lo era l’Olimpo per i greci ai tempi di Omero. Anche qui c’è una divinità: il Brunello di Montealcino, un vino rosso che può competere vantaggiosamente anche con i più celebrati vini francesi.
Scrivo queste righe nell’ufficio della proprietaria dell’azienda, messo un po’ in soggezione dalla valanga di premi, diplomi, medaglie, coppe che mi sovrastano da ogni parte e dalle foto di regnanti cardinali, e famosissimi ubriaconi di ogni parte del mondo con dediche di gratitudine totale. Anche io quindi sono preso un po’ nel vortice dell’enfasi. Non mi intendo molto di vino, anzi non me ne intendo affatto, ma questo Brunello assaggiato dinanzi al paesaggio straordinario della val d’Orcia mi è sembrato buonissimo. Comunque l’idea di farlo giudicare da Simenon è stata di Giulietta.
Eccolo qua dunque, mi auguro che sia arrivato in buono stato.
Brindiamo auguralmente alla felicità dei nostri amici Teresa e George. Prosit! Cin cin! Evviva!
Con affetto, Federico Fellini>>.






