Oggi è il compleanno di Donatella
Odio ammetterlo ma ho un anno in più e oggi vi racconto dei pezzetti della mia storia più remota, di quando Montalcino e il Brunello erano due sconosciuti
Di Donatella Cinelli Colombini
Sono nata a Siena nella casa dei miei nonni e nella via intitolata ai miei antenati Lelio e Fausto Socino e oggi è il mio compleanno.
L’esperienza del parto domestico, con un’enorme quantità di anguria – cibo notoriamente indigesto- nello stomaco e tutti i parenti intorno, fu così traumatica per mia madre che, tre anni dopo, mio fratello nacque a Firenze in clinica. Da piccola ho tenuto tutti svegli a nottate intere. Avevo una bisnonna, Elina Colombini, che abitava al piano di sotto e voleva che fossi continuamente trastullata con il risultato di essere una bambina faticosissima anche se molto allegra. Vivevamo sulle colline di Firenze in una grande casa che porta il nome dal suo più celebre abitatore: Giovanni Boccaccio che vi ambientò il Ninfale e una sosta delle novellatrici del Decamenrone. In estate andavamo a Montalcino e alla Fattoria del Colle a Trequanda soggiorni realmente bucolici dove io ricordo le trebbiature del grano nell’aia con enormi macchine arancioni che riempivano l’aria di pulviscolo di paglia e le serate con i figli dei contadini che portavano a pascolare i maiali e le vacche. A Firenze la situazione era completamente diversa mio nonno frequentava poeti, scrittori, architetti, studiosi e ogni domenica pomeriggio, intorno al camino medioevale a piano terra, c’erano intellettuali che prendevano il te con il plumcake acquistato da Giurovich dopo la Messa. Gli adulti discutevano di letteratura e noi bambini giocavamo con i bastoni e una papalina ricamata che stavano, solo per bellezza, in un angolo dell’ingresso. Scendere le scale con bastone e cappello era un passatempo che ci impegnava per ore.
Andavo a scuola a Ponte a Mensola, avevamo i banchi di legno a due posti con il piano inclinato e il sedile incorporato. Io ero decisamente scarsa, a quell’epoca la dislessia non era conosciuta e chi, come me, aveva questa disabilità, passava per scemo. L’unica soluzione era leggere e fare tanto esercizio cosa che ha fortificato molto il mio carattere nell’affrontare i problemi.
Ci trasferimmo a Siena nel 1966 l’anno dell’alluvione. Non ho vissuto da vicino quella tragedia ma ricordo i viaggi di mia madre per rifornire gli amici dei generi di prima necessità. Siena mi appariva povera e molto chiusa rispetto a Firenze ma anche affascinante nel suo vivere l’arte e la vita medioevale come se fossero la quotidianità. Ci sono rimasta fino alla laurea nella facoltà di Lettere moderne che era appena nata. Forse per quello ebbi dei docenti straordinari: Carli, Previtali, Briganti, Francovich, Coarelli, Carandini … Intanto a Montalcino il Brunello diventava lo strumento di riscatto di quella comunità di irriducibili che nel Cinquecento avevano difeso l’ultimo libero comune italiano. Mio nonno Giovanni Colombini non si era arreso al declino dell’agricoltura toscana negli anni del boom economico e della fuga dalle campagne. Mentre gli altri proprietari vendevano lui sperimentava l’allevamento dei polli, dei maiali e dei vitelli da latte. Mia madre andava ogni giorno, con la sua Cinquecento, a Montalcino e aveva organizzato un vero censimento delle nascite, trasformando i poveri porcili contadini in capannoni industriali per la produzione di maiali. Intanto mio nonno sviluppava quella che oggi chiameremo “filiera corta” o come la definiva lui “dal campo alla tavola” per cui alle pecore seguì un caseificio, alle stalle un salumificio e alle vigne una cantina tutti con punto vendita. Infine nacque il ristorante, il primo in campagna a creare una sorta di rivoluzione che guardava a un turismo del vino ancora quasi inesistente. Ora ricordo quegli anni eroici con orgoglio ma a quell’epoca apparivano come un’avventura assolutamente rischiosa e assolutamente controcorrente perché mio nonno vendeva argenteria, mobili antichi, collezioni di monete e libri per fare vigneti, comprare botti, costruire stalle … mentre tutti gli altri vendevano la campagna e investivano in città. Solo vent’anni dopo risultò evidente che lui, come Tancredi Biondi Santi e pochi altri, avevano costruito le fondamenta del successo internazionale del Brunello. Ma questa è un’altra storia, oggi, nel giorno del mio compleanno, mi piace ricordare di essere stata spettatrice di un autentico miracolo che ha cambiato un territorio e la storia del vino italiano. A diciotto anni partecipai a un viaggio a Bonne in Borgogna e la differenza fra lo stile di vita dei produttori nei loro chateau, che ogni sera indossavano l’abito lungo per cenare in casa, e la nostra semplicità, mi colpì allo stomaco. Quando ci tornai, con mio nonno, due anni dopo e visitai le loro cantine, vidi la rete di celebrità internazionali legavano nelle loro confraternite, mi sembrò impossibile competere con loro e invece ce l’abbiamo fatta. Che storia meravigliosa ho vissuto!






