NELL’ESPERIENZA DEL CIBO È MEGLIO IL VERO O IL FALSO?
UN INTERESSANTE ARTICOLO DEL GAMBEROROSSO CI INVITA A RIFLETTERE SULL’ATTRAZIONE VERSO IMMAGINI, LUOGHI, SITUAZIONI SEMPRE PIU’ LONTANE DAL VERO

Pastis restaurant di Stephen Starr
di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Fattoria del Colle di Trequanda, Casato Prime Donne di Montalcino
Non solo perché questo tipo di immagini abbiano una resa fotografica migliore rispetto al Vero al naturale. Forse perché siamo ormai abituati alla pubblicità, oppure siamo condizionati dalle ore che trascorriamo davanti agli schermi … ma il comune gusto estetico sta decisamente virando verso immagini poco vere e molto manipolate.
E’ PIU’ BELLO IL VERO O LA VERSIONE IMMAGINARIA DEL VERO?
Fin qui niente di strano, ogni epoca ha le sue “convenzioni visive” nel romanticismo c’era una predilezione per le rovine e le scogliere durante le tempeste. Il verismo ha privilegiato le miserie umane. La fotografia, in un primo momento, è stata salutata come una garanzia di fedeltà al vero in opposizione alla pittura che è sempre stata un’interpretazione del reale e, dalla metà dell’Ottocento in poi, ha preso decisamente tutt’altre strade.
Il problema è che ormai la comunicazione visiva oggi non è più una garanzia di vero. Anzi la preparazione dei set fotografici e l’uso degli strumenti elettronici portano a esiti totalmente o parzialmente artificiosi. E questo conduce a un’abitudine che alla fine crea una cifra stilistica che ci condiziona anche nell’apprezzamento di ciò che ci circonda: ambienti, architetture, oggetti …. Tutto si conforma a quello stile creando un “villaggio globale” pieno di “non luoghi” tutti simili in ogni parte del mondo.
STEPHEN STARR E IL SUCCESSO DEI SUOI RISTORANTI SFARZOSI E SPETTACOLARI
Scusandomi per questo pistolotto iniziale arrivo alla trasposizione di questo stesso fenomeno nella ristorazione e all’articolo di GamberoRosso su Stephen Starr <<E’ diventato uno dei patron di maggior successo degli Stati Uniti, replicando il suo tocco da Re Mida in locali come Pastis e Osteria Mozza. Un businessman che è stato capace di trasformare locali in esperienze, chef in star, e piatti in calamite. Con decine di insegne in varie città della East Coast e un fatturato annuale di 400 milioni di dollari>>
Nato nel 1957 ha iniziato gestendo nightclub e organizzando concerti. Nel 1995 ha aperto il suo primo ristorante, il Continental Restaurant & Martini Bar a Philadelphia dove ha cominciato a sperimentare la sua tecnica basata sulla creazione di un’esperienza glamour costruita su sfarzo e spettacolarità. Tutto è studiato nel dettaglio: dalla temperatura alla musica, dall’illuminazione all’estetica dei piatti e al Martini cocktail.
Oggi i suoi ristoranti sono 43 in 6 grandi città degli Stati Uniti e tutti replicano lo stesso format facendo vivere i clienti come in un film.
INDUSTRIA DELL’ESPERIENZA O DESIDERIO DI AUTENTICITA’
Alla fine dell’articolo Eleonora Baldwin commenta <<Se la ristorazione contemporanea negli Stati Uniti è un palco, Starr ne è certamente uno dei registi più abili e controversi. Ma dietro i riflettori e il fatturato con tanti zeri, la domanda resta: quanto può durare una forma di “industria dell’esperienza” prima che il consumatore desideri autenticità?>> Questo commento ci permette di chiudere il cerchio delle immagini dove la realtà viene manipolata o delle esperienze artificiali. E’ qui che ci porta la nostra assuefazione al falso? Non ne sono convinta secondo me c’è una tendenza opposta che cresce come un fiume in piena e si poggia su altri valori come la semplicità, la naturalezza, gli affetti e l’identità.






