Storytelling e turismo del vino 2

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Storytelling e turismo del vino 2

Lo storytelling principale e quelli secondari, per raccontare la cantina ai turisti: come sceglierli e come raccontarli. Perché le informazioni devono essere poche

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Di Donatella Cinelli Colombini

POCHE INFORMAZIONI SONO MEGLIO DI TROPPE

Ovviamente lo storytelling chiede di trasformare ogni informazione in un esempio concreto o un aneddoto esemplificativo. Ecco che per spiegare le scelte enologiche è meglio raccontare qualcosa di concreto come l’assaggio dell’uva che serve a decidere il calendario della vendemmia. Sicuramente è meno tecnico rispetto alla curva di maturazione polifenolica ma rende meglio l’idea. La narrazione delle camminate mattutine nelle vigne mettendo in bocca tre acini per volta per valutare polpa, buccia e vinaccioli coinvolgerà i turisti. Probabilmente proveranno a farlo anche loro. Si tratta

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infatti di un racconto molto colorito. Per fare l’analisi sensoriale dei vinaccioli bisogna schiacciarli con i denti e poi sputarli (letteralmente sputarseli) in mano per vedere il loro colore. Alla fine della camminata nelle vigne, chi è fortunato, e non è stato punto dagli insetti attirati dalla dolcezza dell’uva, ha poi il problema del mal di pancia. Far ridere i visitatori con un pizzico di autoironia è molto meglio che mostrarsi supponenti.

COSA NON FARE :

• dare troppe informazioni
• parlare troppo a lungo
• dire ovvietà o frasi generiche
• parlare male dei concorrenti
• divagare su altri argomenti
• ripetersi senza tener conto delle tendenze
• concettualizzare
• usare il gergo tecnico
• usare frasi al negativo

Evitare una sola spiegazione prolissa; meglio tante piccole pillole di 4-5 minuti, sostando durante il percorso della visita guidata. Per non annoiare bisogna evitare l’ovvio, quello che tutte le cantine dicono, puntare sulla propria storia vera, unica e irripetibile. Gran parte dei visitatori hanno visitato altre aziende enologiche, spesso in zone diverse del mondo; molti di loro pensano che le cantine siano <<tutte uguali>> e varcano la nostra porta aspettandosi la solita filastrocca. Sorprendiamoli raccontando cose diverse.

Bisogna anche evitare di dire troppe cose, anzi è meglio fornire solo una parte delle informazioni in modo che il turista, tornando, scopra qualcosa che non conosce. Avere un portafoglio di informazioni e di storie fra cui scegliere quella da raccontare serve a diversificare il lavoro di chi accompagna i gruppi adattandosi alle diverse tipologie di turisti e puntando su informazioni più tecniche per gli addetti ai lavori e più divertenti per i “turisti per caso” .
Mai, ma proprio mai, dire male dei concorrenti, perché, come insegna Marco Belzani, crea sfiducia nel cliente-visitatore. Il segreto del successo è capire cosa distingue l’azienda per cui lavoriamo, soprattutto in cosa è migliore dei suoi concorrenti e mostrarlo ai turisti.
Da evitare anche le frasi al negativo. Meglio <<durante l’ultima vendemmia c’era sempre un sole da tintarella>> piuttosto che la frase <<durante l’ultima vendemmia non è mai piovuto>> . Da evitare anche il gergo da addetti ai lavori: per un normale turista il “piede americano” potrebbe essere scambiato per la misura delle scarpe USA e la densità di impianto per il numero di cavi elettrici intorno alla vigna. Usare termini tecnici è opportuno solo con i professionisti. Per gli altri visitatori è una dimostrazione di supponenza che crea una barriera nella comprensione e nel rapporto emotivo. Il vero professionista è quello che sa benissimo quanto è grande un ettaro di vigna ma fornisce un’informazione comprensibile a tutti << poco più di un campo di calcio>>.

LO STORYTELLING PRINCIPALE E QUELLI SECONDARI

Ogni cantina deve avere il “racconto dei racconti”, quello principale e caratterizzante, quasi un “tormentone” da ripetere a visitatori, importatori e giornalisti fino ad incollarsi all’immagine della cantina come fosse la scheda segnaletica. E’ la storia del vigneto del nonno Generoso di Elena Fucci. Per impedire la vendita di questo vigneto la giovane di Barile, allora diciottenne, decise di cambiare il suo progetto di vita, iscriversi alla facoltà di enologia dell’Università di Pisa e poi diventando produttrice di Aglianico. Da queste viti di ottant’anni nasce Titolo, un vino di personalità straordinaria che ha ottenuto premi in tutto il mondo.
Il racconto che contraddistingue l’azienda: deve essere
• Semplice e breve
• Capace di evidenziare il punto di forza che rende unica una cantina
• Basato su valori condivisibili
• Coerente con gli altri messaggi emessi dalla cantina
• Ripetuto

Nella scelta dell’argomento ricordiamo di tener conto del cambiare del sentimento generale.
Un tempo era il lusso l’argomento forte, che tuttora fa presa, ma è accompagnato da altri valori che stanno diventando sempre più importanti per i consumatori, insieme alla convinzione di poter cambiare il destino del pianeta attraverso le scelte alimentari. Ecco che la coltivazione biologica o biodinamica nella vigna conta molto più di prima. Anche i valori etici hanno maggiore importanza, come ad esempio la cura per i vitigni autoctoni e le specie vegetali in estinzione, la salvaguardia dei vecchi vigneti e delle vecchie tecniche di coltivazione. Mai come ora il consumatore e il turista del vino cerca una corrispondenza fra i valori in cui crede e quelli contenuti nei prodotti che mette in bocca.
Mai prima d’ora le scelte etiche vengono proiettate in quelle alimentari e sovraesposte online con una fotogallery da mostrare a una community di amici molto più vasta di quella di un tempo. Una rappresentazione di sé che sostituisce i vestiti griffati che erano un must vent’anni fa, e comprende anche il vino e le cantine.

L’IMPORTANZA DELLE INFORMAZIONI SENSORIALI

Ricordando gli insegnamenti di Vincenzo Russo vorrei aggiungere un accenno alle descrizioni tattili. Descrivere un vino dicendo “ i suoi tannini vellutati” risulta coinvolgente mentre la frase “ottimo contenuto polifenolico” è molto più fredda. Le indicazioni “sensoriali” sui profumi e gli abbinamenti con il cibo hanno un effetto molto positivo sul consumatore e possono addirittura stimolare la produzione di ossitocina, il così detto “ormone della fiducia”, che viene secreto in situazioni gradevoli.
Proprio per questo le parole contano ma non bastano. Quello che il visitatore vede, l’aspetto e l’atteggiamento di chi lo accoglie, deve essere coerente con lo storytelling, che ascolta e ispira piacevolezza. Esplicito il concetto con un esempio: il “tipo Fantozzi” vi sembra una guida enoturistica adatta a una cantina che punta in alto e riuscirebbe a vendere il suo vino da 40€ a bottiglia?

RAFFORZATIVI NON VERBALI ALLO STORYTELLING

Secondo un celebre studio di Meharabian le componenti verbali incidono, su chi riceve un messaggio, solo per il 7%, rispetto alla totalità delle informazioni: che riceve dal tono di voce, dalla gestualità, dall’espressione del volto e dalla congruenza verbale/ non verbale. Per questo il professionista dell’accoglienza turistica deve sorridere, avere lo sguardo attento, la postura eretta ma rilassata, la gestualità contenuta. <<Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno relazionale e quest’ultimo prevale sul primo>> questa è la grande lezione di Paul Watzlawick.

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