Vino italiano in Usa: farlo assaggiare e usare il web

Vino-italiano-in-USA-Tasting at South Lyndale Liquors - Minneapolis MN

Vino italiano in Usa: farlo assaggiare e usare il web

 

Degustazioni, zona di origine, consigli dei famigliari decisivi nella decisione di acquisto in USA ma per vendere serve lo storytelling e l’uso di internet

Vino-italiano-in-USA-Tasting at South Lyndale Liquors - Minneapolis MN

Vino-italiano-in-USA-Tasting at South Lyndale Liquors – Minneapolis MN

Di Donatella Cinelli Colombini, Toscana, Montalcino, Casato Prime Donne

L’Italian wine week a New York è un momento di assaggi e incontri ma anche di riflessioni. In quella occasione Vinitaly ha presentato, un’indagine commissionata a “Wine Opinions e realizzata su un campione di 1463 intervistati. Nella fascia fra i 10 e i 12 Dollari a bottiglia il preferito è italiano, per vini più cari la prima scelta è invece francese. Allo stesso modo il cliente USA sceglie il vino italiano a bicchiere nella fascia 10-15$. C’è quindi la convinzione di un rapporto imbattibile qualità prezzo dei nostri prodotti di costo medio mentre salendo i cugini d’oltralpe riprendono il sopravvento anche se le nostre bottiglie stanno su un fortissimo secondo posto.

Vino-italiano-in-USA-tasting presso Davio's PH di Philadelphia

Vino-italiano-in-USA-tasting presso Davio’s PH di Philadelphia

Se andiamo a vedere le tipologie prescelte troviamo Pinot Grigio 68% , Chianti 67%, Prosecco e Chianti Classico 64% con un’estrema difficoltà nel distinguere le due tipologie toscane.
Dall’indagine emerge anche lo strapotere del web nell’influenzare le opinioni di acquisto e della debolezza delle cantine italiane nella comunicazione on line in inglese. Ci sono enormi margini di miglioramento in questo settore ma occorre sbrigarsi. Facebook è quello più utilizzato (45%), seguito da Instagram (17%), Vivino (15%), Pinterest (12%), Twitter (11%) e YouTube (9%). Se guardiamo solo chi ha meno di 40 anni Istagram raddoppia.
Imparare a raccontarsi per rimanere ben fissi nella mente dei consumatori diventa indispensabile anche perché la storia è 22 volte più memorizzabile di un fatto puro e semplice. Il problema è che ci vuole un racconto distintivo, in grado di attirare l’attenzione e ben raccontato. Il primo dato di fatto è che <<il sesso non fa vendere>> bisogna puntare su altro e soprattutto organizzare il racconto come una mini struttura

Storytelling- dinner presentation presso silver spoon Detroit

Storytelling- dinner presentation presso silver spoon Detroit

teatrale come la piramide dal drammaturgo tedesco Freytag alla metà dell’Ottocento ancor oggi utilizzate nella costruzione della comunicazione pubblicitaria. L’inizio si inquadra la situazione, poi avviene qualcosa di drammatico che fa crescere la tensione fino a una svolta che accresce il conflitto e lo conduce a una soluzione positiva. Secondo gli esperti di blog post la piramide di Freytag può essere usata anche per call to action cioè per coinvolgere i lettori on line fino a chiedere loro mi piace, condivisioni e persino acquisti.
Tornando alla ricerca presentata a New York qualche giorno fa, sono decisivi per determinare l’acquisto le degustazioni nei punti vendita (60%); la provenienza del vino da Paesi o regioni reputate 45% i consigli di famigliari a cui si attribuisce una

Vino-italiano-in-USA-Violante-e le sue storie

Vino-italiano-in-USA-Violante-e le sue storie

certa competenza 42%. Lo zio gourmet è insomma più attendibile del commesso del negozio accreditato con un misero 31% e i punteggi della critica superiori ai 90 punti (25%) oppure le recensioni web (21%).
Dalla mia esperienza diretta i punteggi della critica servono per i vini costosi come Barolo o Brunello mentre nessuno li chiede per un Chianti che costa 5 Dollari. E’ anche vero che ormai la competenza dei sommelier attivi nei principali ristoranti è talmente alta che l’assaggio diretto del vino è il solo modo per convincerli a comprare anche quando la bottiglia è accreditata da grandi punteggi.

Chiudo con un riferimento all’indagine condotta da Momisma Wine Monitor per Verallia e presentato all’Università di Studi gastronomici di Pollenzo. I millennials USA sono sensibili, nell’ordine a notorietà del brand (32%), tipo di vino (21%), prezzo (20%) territorio di origine(15%). All’opposto i Millennials italiani scelgono cosa acquistare in base alla tipologia del vino (51%), zona di origine (21%), prezzo (11%) mentre la notorietà del brand è del tutto marginale (10%).
Nella scelta entrano anche fattori puramente estetici e di design come il packaging e le etichette, indicati dal 10% del campione USA e dal 5% di quello italiano.  Per i Millennials statunitensi la forma dell’etichetta e della bottiglia così come i loghi o le grafiche in rilievo sono un chiaro segno di qualità e esclusività.

wine-destination-wine-experiences-spa-accommodation

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