DONATELLA INIZIA A LAVORARE ALLA FATTORIA DEI BARBI
CACIO PECORINO, SALUMI, RISTORAZIONE E PUBBLICHE RELAZIONI INIZIA COSÌ LA CARRIERA PROFESSIONALE DI DONATELLA CHE INTANTO DIVENTA MAMMA CON L’ARRIVO DI VIOLANTE

Donatella alla Fattoria dei Barbi
di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Fattoria del Colle Trequanda, Casato Prime Donne Montalcino
Stufa di fare la moglie al seguito e di cucinare, decisi di chiedere a mia madre Francesca di lavorare in azienda e lei mi dette l’incarico di gestire il caseificio, la salumeria, il ristorante, l’incoming turistico e i rapporti con la stampa.
Intanto stava per nascere nostra figlia Violante. Anche sulla gravidanza non ci fu una vera decisione. Mio marito Carlo rimandava, perché non voleva cambiare la nostra vita di coppia, ma andammo in Messico, io presi la “vendetta di Montezuma” o diarrea del viaggiatore che mi spostò il ciclo e rimasi incinta. Dopo una gravidanza perfetta Violante nacque nell’ospedalino di Montalcino. E’ l’unica della famiglia nata nella terra del Brunello. Arrivai all’ospedale alle otto e dopo mezz’ora Violante era nata. Mentre tutti i neonati sono grinzosi lei era talmente bella che sembrava finta. All’inizio mangiava e dormiva ma poi le nostre notti divennero terribili. Quando finalmente, a due anni di età, ci fece dormire otto ore di seguito io e Carlo ci precipitammo al suo lettino per capire cosa era successo. Un’esperienza che determinò la decisione di farla rimanere figlia unica.
LA CASA DI BOCCACCIO A FIRENZE
Intanto Carlo era stato trasferito a Prato, poi a Roma e infine a Firenze. Noi abitavamo nella casa che, alla metà del Trecento, era della famiglia di Giovanni Boccacio. L’autore del Decamerone che vi ambientò, la novella “Ninfale Fiesolano”. Si tratta della casa, sulle colline fiesolane, dove io stessa sono cresciuta. Fu acquistata da mio nonno Giovanni Colombini, inforno al 1950, dagli eredi di un vescovo inglese che non vollero ma mettere piede in Italia per paura dei comunisti e cedettero la proprietà a scatola chiusa con tutti gli arredi dentro. Ora vi abitano Violante con suo marito Enrico e il loro figlio Lorenzo.
PRIMI PASSI LAVORATIVI ALLA FATTORIA DEI BARBI
La mia attività nell’azienda di famiglia, la Fattoria dei Barbi, ha avuto luci e ombre. Nelle pubbliche relazioni andavo fortissimo. In quell’epoca poche cantine avevano rapporti costanti con le redazioni dei giornali, organizzavano eventi e diffondevano comunicati stampa. Questo permise anche a una dilettante come me, di emergere e la rassegna stampa era stratosferica.
Per il ristorante Taverna dei Barbi, iniziai a raccogliere il ricettario montalcinese in 3 opuscoli intitolati “Beccamorti e buongustai” dove la prima parola si riferisce al soprannome affibbiato ai montalcinesi dopo la battaglia di Monteaperti del 1261. Anche questa era un’iniziativa pionieristica. E dire che io non sono una gran cuoca ma le ricette che avevo trascritto diventarono un opuscolo intitolato 66 ricette di cucina montalcinese che è ancora in vendita.
IL FORMAGGIO PECORINO E GLI ANTICHI PASTORI DEL LAZIO
I maggiori risultati li ottenni con il caseificio. Mi piaceva fare il cacio pecorino mettendo le mani nella cagliata e comprimendola negli stampi. Era un gesto fatto da migliaia di generazioni prima di me perché il formaggio è uno degli alimenti trasformati più antichi – almeno 8mila anni-. Anche qui riuscii a dare un mio apporto originale. Durante un giro nella campagna laziale avevo notato che le grotte in cui veniva conservato il cacio non avevano portoni bensì cancelli. Mi chiesi perché, visto che sembrava un invito per topi affamati di formaggio. Ma leggendo sui manuali di casearia scoprii che gli sbalzi di temperatura favorivano la maturazione della caseina e degli aromi. Quindi decisi di imitare gli antichi. Feci eseguire camini muniti di una ventola nei frigoriferi in modo da cambiare l’aria di notte. Il tecnologo, che ci faceva da consulente, si arrabbiò e andò da mia madre minaccioso <<o date retta a lei o a me>>. Ma dopo un mese risultò evidente che il formaggio aveva bisogno di meno lavaggi, maturava più in fretta e soprattutto era molto più buono. Credo che il nostro battagliero tecnologo abbia diffuso i camini ovunque in Italia.
Ma non c’erano solo rose, anzi le spine facevano sempre più male perché i rapporti all’interno della famiglia erano molto difficili. Visto a distanza di 25 anni mi rendo conto di aver aggravato la situazione lavorando senza soste nella speranza che i risultati avrebbero cambiato la situazione. Invece le cose non potevano migliorare, anzi, c’era sempre qualcosa di sbagliato. … Ho capito solo dopo che, in una famiglia, così come nel lavoro, è controproducente cercare di dimostrare le proprie capacità quando le decisioni sono già prese e non ci piacciono. Molto meglio lavorare sulle alternative salvaguardando la propria autostima dai danni che derivano da simili situazioni. Ripartire con dei grossi dubbi sul proprio talento, come è capitato a me, è la cosa più difficile.






