I talebani del vino: scontro fra classicisti e naturalisti
Le opinioni sulla qualità del vino si stanno radicalizzando con scontri sempre più duri fra chi ama una perfezione classica e chi demonizza gli enologi

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Di Donatella Cinelli Colombini, Orcia DOC, Fattoria del Colle
C’è chi pensa che il grande vino debba possedere una perfezione assoluta prendendo a modello prototipi classici francesi e chi demonizza gli interventi enologici arrivando a apprezzare i difetti come espressioni di carattere, localismo e naturalezza.

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Talebani del vino: trionfano convinzioni opposte che, mese dopo mese, diventano sempre più radicali. Ognuno sostiene le sue idee come se fossero una fede religiosa.
Torniamo indietro di 150 anni e troviamo uno scontro simile nella pittura. Era il 1863 e viene inaugurato il Salon des Refusés, per ospitare le opere escluse dal Salon.
Al Salon c’erano i dipinti accademici accettati dalla cultura ufficiale: molto disegno, forme perfette di ispirazione raffaellesca. Di questi pittori quasi nessuno ricorda il nome. I rifiutati avevano portato i cavalletti fuori dagli studi riscoprendo l’emozione della luce e del colore. Erano stati battezzati dispregiativamente Impressionisti e ora le loro tele sono contese dai collezionisti a prezzi milionari: Édouard Manet, Claude Monet, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir …
GLI ACCADEMICI E GLI IMPRESSIONISTI DEL VINO
Parto da un articolo della Master of Wine Lisa Perrotti Brown Editor in Chief di Wine Advocate-Robert Parker.

Herlan Estate
Nel suo ultimo editoriale 2017 racconta di una cena per grandi collezionisti in cui furono assaggiate 6 annate di Herlan Estate e alla sua domanda <<che ne pensate?>> gli è fu risposto <<non assomigliano ai Bordeaux>> come se lo “stile Bordeaux” fosse sinonimo di eccellenza del Cabernet.
Ho avuto la stessa esperienza durante un concorso enologico internazionale nel quale partecipavo come giurato. Quando assaggiavamo un rosso invecchiato potente e armonioso gli esperti del mio tavolo alzavano i voti se ne uscivano con frasi del tipo <<questo è francese>> per poi scoprire, a fine seduta, di aver assaggiato solo bottiglie statunitensi.
Nella mente dei conoscitori più abituati ai grandi vini ci sono dunque degli stereotipi di eccellenza ben radicati e purtroppo francesi. La Perrotti Brown espone la sua opinione completamente contraria al “pensiero unico”. Secondo lei l’eccellenza cambia a seconda dei territori.
Vero, assolutamente condivisibile.
Anzi aggiungerei che l’eccellenza cambia nel tempo, per il vino come per la musica, per la letteratura e per qualunque espressione culturale c’è un’evoluzione collegata all’evolversi di tutta la civiltà.
I FANATICI DEL VINO SECONDO NATURA
C’è chi, tuttavia, porta il legame fra vino e vigneto all’estremo opposto chiedendo quasi l’esclusione dell’intervento umano. A questo proposito trovo utile citare un recente post di DoctorWine dove Daniele Cernilli commenta le opinioni dei sostenitori dei vini naturali << ogni pratica enologica diventa una sorta di bersaglio per le critiche più feroci, come se non si trattasse di tecniche di carattere prevalentemente fisico, e non chimico come qualcuno adombra>>.
Cernilli evidenzia come il lavoro degli enologi venga <<spigato come qualcosa di negativo e in qualche modo pericoloso>> descrivendo i wine makers come <<coloro che snaturano il vino autentico per farne qualcosa di industriale, poco salubre e di nessun interesse organolettico>>.
Purtroppo, le opinioni descritte da Daniele Cernilli sono più diffuse di quanto si immagina. Ricordo una degustazione a Roma, tre anni fa, di fronte a un pubblico di wine lover molto esperti che rimasero letteralmente affascinati da un vino evidentemente difettoso che fu descritto come <<nato in una cantina senza strada di accesso, senza pavimento, senza attrezzature e, ovviamente, senza enologo>>. E’ l’idea di una natura benigna che fa tutto da sola che attrae i paladini dei vini “veri”. Prendendo a prestito le parole di Cernilli è <<semplicemente un’assurdità. Da sola la fermentazione degli zuccheri dell’uva porta alla produzione di un cattivo aceto>>.
Detto questo bisogna tuttavia considerare in senso positivo l’appello al rispetto ambientale e all’apprezzamento delle specificità di ogni vitigno e di ogni vigneto dando valore alle differenze. Ecco che l’impressionismo enologico (o forse l’espressionismo enologico) prende forma.
Usciamo dall’approccio accademico e dalla ricerca di una noiosissima e ormai invecchiata “perfezione classica”, cerchiamo nella natura l’espressività e il carattere dei vini ma senza rinunciare alle conoscenze scientifiche che consentono di preservare, nelle migliori condizioni, proprio la naturalezza.
So bene che quando le posizioni si radicalizzano chi, come me, non si schiera è svantaggiato ma io trovo sbagliate entrambe le opinioni perchè, alla fine, un grande vino sarà sempre fatto da una grande uva e da un grande vignaiolo e la sua grandezza sarà proprio nell’umiltà davanti alla natura.






