LA SCUOLA ITALIANA ACCENDE FUOCHI O LI SPENGE?
POCA MOTIVAZIONE E OBIETTIVI INARRIVABILI PORTANO I GIOVANI DEGLI ISTITUTI ALBERGHIERI A DECIDERE POI DI FARE TUTT’ALTRA CARRIERA. C’E’ UN RIMEDIO?

Istituti alberghieri progetto D-Vino delle Donne del Vino
Di Donatella Cinelli Colombini, winedestination, Casato Prime Donne, Fattoria del Colle
Insegno una materia che generalmente viene compressa in pochissime ore: il “turismo del vino e l’organizzazione della cantina turistica”. Tuttavia, nel corso degli anni, ho avuto modo di incontrare studenti delle scuole superiori, università e master post laurea. Anche dal mio piccolissimo osservatorio il peggioramento della qualità degli studenti è evidente e appare enorme. Hanno una scarsissima capacità di concentrarsi, si distraggono dopo pochissimi minuti, soprattutto non rispondono alle domande mostrando capacità di ragionamento. Con gli stagisti vediamo la stessa evoluzione. Persino quelli bravi, che prendono ottimi voti, mancano di grinta e soprattutto sono passivi e non riescono a trovare soluzioni senza qualcuno che dica loro come fare.
Un mio amico montalcinese insegnante di scuola media mi ha detto qualche giorno fa << vorrei farti fare una testimonianza in una terza, sono ragazzi con un grande potenziale ma non lo usano, come chi guida una Ferrari come se fosse una Cinquecento>>. Il paragone è esatto siamo di fronte a una generazione di “sdraiati” che anno dopo anno diventano sempre più spenti fino a perdere il loro talento.
PERCHE’ FAMIGLIE E SCUOLE NON SPINGONO A COLTIVARE IL TALENTO?
C’è da chiedersi perché: sono i genitori troppo protettivi che non abituano i figli a confrontarsi con i propri sbagli? E’ la scuola che appiattisce verso il basso, non chiede di apprendere e promuove tutti? E’ il telefonino usato come il surrogato della propria mente? E’ il cannabis spacciato per innocuo?
Il risultato è impressionante soprattutto se confrontato agli studenti di altre nazionalità. E non parlo delle prestigiose università americane con sede in Italia frequentate solo da giovani sulla cui formazione i genitori hanno investito fino dall’infanzia. Vengono nella mia azienda agricola per vedere anche questo aspetto del nostro Paese ma durante le spiegazioni nessuno di loro guarda il telefonino. Questo te lo aspetti da chi è proiettato a grandi carriere. Io parlo degli indiani e degli slavi che nelle scuole italiane sono i primi della classe. Parlo di quei sommelier russi a cui feci lezione 4 anni fa e che fecero pochissimi errori nel quiz finale sul Sangiovese e il Brunello perché si erano preparati prima. Quanti dei nostri lo fanno? Ricordo che rimasi sconvolta dopo la lezione fatta a Mosca e in quella di San Pietroburgo cambiai il quiz finale. Sarebbe stato difficile anche per noi di Montalcino e invece ci fu persino uno che dette tutte le risposte giuste. Un’esperienza che mi fece riflettere sulla diversa importanza che in Italia e all’estero viene data allo studio. Da noi l’impegno chiesto ai giovani non è al massimo delle loro capacità perché <<poverini… si devono anche divertire >>. Mi chiedo come faranno i nostri a competere con i ragazzi polacchi o portoghesi a cui le famiglie hanno chiesto di mettercela tutta. Avete presente il proverbio <<il bisogno aguzza l’ingegno>>?
INDAGINE SULLE SCUOLE ALBERGHIERE DEL LAZIO
Questa prolissa riflessione, di cui mi scuso, commenta un bellissimo articolo del Gamberorosso scritto da Andrea Fedo sugli istituti alberghieri. Un articolo che parte da questa domanda << Che fine fanno i ragazzi che escono dagli istituti professionali e perché, a quanto pare, almeno la maggior parte di loro sparisce dai radar del mondo del lavoro?>>
Come dice la celebre frase di Plutarco e poi del poeta irlandese William Butler Yeats: <<Insegnare non è riempire un secchio ma accendere un fuoco>>. Invece, apparentemente famiglie e insegnanti riempiono secchi d’acqua e spengono ogni fiammella.
Andrea Fedo è entrato 23 scuole alberghiere su 28 in tutto il territorio del Lazio. Sfornano circa 3.000 diplomati all’anno ma quasi la totalità di loro vanno a fare altri lavori. Apparentemente è una scuola scelta per ripiego da chi ha poca voglia di studiare e poi rivela anche poca voglia di lavorare.
Le iscrizioni sono calate del 50% negli ultimi 10 anni e i motivi sono vari: la prospettiva di lavorare quando gli altri sono in vacanza, la resistenza delle famiglie a vedere andar via di casa i figli … ma soprattutto poca motivazione, poca convinzione, poca passione … per il lavoro di cuoco o maitre
LA PAURA DELL’INSUCCESSO GENERATA DA OBIETTIVI TROPPO ALTI
Andrea Fedo mette l’accento sulla gran paura di sbagliate di questi giovani, fino a essere paralizzati da questo timore. Il problema è che i modelli di riferimento sono gli chef stellati suggeriti dalla televisione come Antonio Cannavacciuolo. Chi esce da scuola vorrebbe diventare subito uno chef stellato ed è chiaro che misurare la propria realizzazione professionale con campioni del calibro di Cannavacciuolo porta alla frustrazione. <<Come se non avessero altra possibilità di risposta, come se esistesse solo quella possibilità, essere Antonino o il fallimento>>.
I giovani non sono attrezzati per lavorare in un ambiente duro come quello dei ristoranti e soprattutto quello dei grandi ristoranti. Ambienti con orari pesanti, poco rispetto degli ultimi arrivati e grossa competizione. Solo con una forte motivazione è possibile superare quel banco di prova.
Alla fine della sua lunga ricognizione delle scuole alberghiere laziali e di tanti dialoghi con gli studenti Andrea Fedo chiude con questa riflessione. Serve << un impegno collettivo per recuperare la motivazione di chi aspira a crescere. Famiglia, scuola e Stato sono chiamati a investire nell’entusiasmo di una nuova generazione a cui va tolta la paura di essere sé stessa.>> Opinione che condivido e a cui va aggiunta un altro elemento <<in quale altra professione un giovane di medie capacità può guadagnare 1.800€ al mese a vent’anni e senza una laurea?>>






