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GLI INNOVATORI DEL VINO ITALIANO 6

ATTILIO SCIENZA, GIUSEPPE LIBERATORE, OSCAR FARINETTI, FEDE E TINTO, DANIELE CERNILLI 5 PERSONAGGI CHE HANNO RIVOLUZIONATO LA CULTURA ITALIANA DEL VINO

di Donatella Cinelli Colombini #winedestination

Mi sono accorta di essere troppo prolissa e torno alle sette righe, dei primi profili di questa rassegna di innovatori del vino italiano. Questa volta ho scelto 5 personaggi non produttori che hanno dato una svolta alla percezione del vino da parte dell’opinione pubblica o del sistema normativo.

Desidero ribadire ancora una volta la richiesta a mandarmi suggerimenti e consigli. Vorrei arrivare a 100 profili ma non conosco tutti gli uomini e le donne che hanno rivoluzionato il vino italiano e quindi ho bisogno del vostro aiuto. Non c’è una graduatoria, le persone descritte sono scelte con estrema libertà e sono tutte meritevoli. Anzi ho lasciato indietro alcuni nomi eccellenti per essere sicura che, andando avanti,

Attilio Scienza Merano

Attilio Scienza fra gli innovatori del vino italiano

il livello fosse sempre uguale.

ATTILIO SCIENZA L’AGRONOMO SUPER STAR

Ha reso popolare la figura dell’agronomo. Attilio Scienza è stato il primo studioso di vigneti e viti a uscire dall’ambito accademico per diventare una celebrità conosciuta anche dal trade e dagli appassionati. 32 testi e 380 pubblicazioni scientifiche, un numero impressionate di premi. Ha insegnato viticultura all’Università di Milano e presieduto l’Istituto di San Michele all’Adige.

Sanguis Jovis e la variabile tipicità del Sangiovese

Bellissimo Quaderno 2021 della Summer School Sanguis Jovis della Fondazione Banfi ci fa scoprire i terroir del Sangiovese e le ragioni delle sue differenze

 

Sanguis-Jovis-Scuola-di-alta-formazione-sul-Sangiovese

Sanguis-Jovis-Scuola-di-alta-formazione-sul-Sangiovese-Fondazione-Banfi-Montalcino

Di Donatella Cinelli Colombini

Attilio Scienza Presidente di Sanguis Jovis, chiarisce il significato profondo di termini come terroir, zonazione, ma anche denominazione, partendo da un concetto molto alto e filosofico. Wax Weber filosofo – sociologo tedesco vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, definisce il termine tipico come l’elemento riconoscibile che permette di catalogare e raggruppare persone o cose con lo stesso contenuto distintivo. Con il tempo la parola è stata banalizzata anche se generalmente indica un prodotto territoriale che non esiste in altre zone con caratteri identici.

 

Cantine Cecchi bottaia

Cantine Cecchi bottaia-Sanguis-jovis-i-terroir-del-sangiovese

IL SIGNIFICATO DELLA TIPICITA’ NEL VINO

Per questo, la ricerca della tipicità nel vino parte dall’esistenza di un profilo sensoriale originale nell’ uva/vino proveniente da una specifica zona e dipende dal suo microclima, dal vitigno e da come tradizionalmente è stato coltivato. Al contrario l’uso di correggere in cantina le caratteristiche originarie dell’uva/vino per assecondare le esigenze del mercato va interpretato come un “tradimento” della tipicità allo stesso modo come il recupero di vitigni autoctoni e la modificazione dei loro elementi originari a fini esclusivamente commerciali.
Quindi la tipicità come alternativa alla globalizzazione e lo stile come interpretazione culturale del proprio tempo.

 

L’età dei vigneti e la qualità del vino

“Gallina vecchia da buon brodo”, dice il proverbio ma “vigneto vecchio da buon vino?” Attilio Scienza ci mostra che non è sempre vero almeno nel Riesling

 

età-dei-vigneti-e-qualità-del-vino-non-sempre-in-relazione

età-dei-vigneti-e-qualità-del-vino-non-sempre-in-relazione

di Donatella Cinelli Colombini

Attilio Scienza spiega anche perché, nella maggior parte dei casi, la vigna vecchia ha una marcia in più. La vite si autoregola cercando un equilibrio fra l’uva e la chioma verde che dovrebbe alimentarla. Generalmente il rapporto fra le radici e la parte verde va a vantaggio della parte sotterranea ma, se la vigna è vecchia la circolazione della linfa è in difficoltà e quindi avviene un processo di immagazzinamento che non favorisce lo sviluppo vegetativo. Avremo quindi una chioma verde più ridotta e anche meno grappoli ma una bella scorta per il periodo della maturazione.

 

COME E PERCHE’ LE VITI VECCHIE HANNO UNA MATURAZIONE MIGLIORE

Sappiamo tutti che il problema attuale è proprio nell’ultima fase del ciclo vegetativo perché le viti germogliano prima e quindi invaiano prima e arrivano nella fase di maturazione quando è ancora molto caldo. Anzi troppo caldo. Se la vite ha delle scorte da usare, in questa fase l’uva matura più lentamente e non subisce i fenomeni di appassimento che vediamo spesso nei vigneti giovani. Per questo le vigne vecchie sono, generalmente, vendemmiate per ultime.
Ecco spiegata la magia dell’uva ottenuta dai vigneti vecchi: pochi grappoli che maturano pian piano.

 

GLI SVANTAGGI DEI VECCHI VIGNETI DISOMOGENEI E POCO PRODUTTIVI

Vigne-vecchie-e-qualità-del-vino-non-sempre-in-relazione

Vigne-vecchie-e-qualità-del-vino-non-sempre-in-relazione

Accanto ai vantaggi ci sono i problemi, generalmente le vigne vecchie rendono poco e sono piene di fallanze. Spesso, qui in Toscana, si tratta di vigneti promiscui dove i filari sono sostenuti da alberi – le così dette viti maritate – e intercalati da altre coltivazioni. Generalmente c’è una forte disomogeneità produttiva per cui alcune viti hanno tronchi enormi e troppi grappoli che maturano più tardi mentre altre hanno meno frutti che vanno raccolti prima. Si tratta di eredità del passato che arricchisce il paesaggio ma è difficilissima da gestire.

Sarebbe opportuno inserire questi vigneti nella viticultura eroica per salvarli dalla distruzione anche se il loro valore al fine di produrre grandi vini, mi sembra limitato. Più promettenti i vigneti di 50-70 anni in cui i vignaioli hanno piantato cloni qualitativi e che, se restaurati e integrati con la sostituzione annuale delle piante morte, possono dare vini di grande finezza e complessità.

 

Dal verderame all’acqua ossigenata per la peronospora

La lotta alla peronospora delle viti è curiosa; il verderame era usato contro i ladri d’uva e l’acqua ossigenata esce dal bagno di casa e va nei vigneti

 

Chateau Ducru-Beaucaillou, dove fu scoperta l'utilità del ramato

Chateau Ducru-Beaucaillou, dove fu scoperta l’utilità del ramato

di Donatella Cinelli Colombini

A volte la storia della viticultura e le nuove scoperte sono così sorprendenti da lasciare interdetti. Leggo su Trebicchieri, settimanale economico del Gambero Rosso, due articoli che mi hanno davvero incuriosito e qui vi riassumo invitandovi a consultare spesso questo ottimo periodico di informazione sul vino.

 

LA STRANA STORIA DELL’ANTIFURTO DELL’UVA CHE DIVENTA IL RIMEDIO CONTRO LA PERONOSPORA

L'acqua ossigenata: dal ginocchio sbucciato alle viti

L’acqua ossigenata: dal ginocchio sbucciato alle viti

Il primo articolo è di Attilio Scienza, superdocente di viticoltura, o meglio di viticultura, all’Università di Milano, che racconta come il verderame diventò il primo sistema per combattere la peronospora. Ci sono due premesse: il metallo rame è usato dall’uomo per la produzione di suppellettili e armi fino da 4.000 anni fa. Dalla fine dell’Ottocento è iniziato il suo uso come battericida e fungicida su viti, patate e pomodoro. Purtroppo la sua natura di metallo pesante lo rende anche tossico per il terremo e quindi l’UE ne ha limitato l’uso nei vigneti a 28 Kg nell’arco di 7 anni. La notizia curiosa è come nasce l’impiego del rame in viticultura.
Nella regione di Saint Julien a Bordeaux lo Chateau Ducru-Beaucaillou subiva continui furti d’uva nella parte più vicina alla strada. Il responsabile dell’azienda Ernest David decise dunque di contrastare l’azione dei ladri imbrattando le viti più depredate con un miscuglio dal colore blu poco invitante a base di acetato basico di rame mescolato con calce. I furti cessarono.

 

VERDERAME, POLTIGLIA BORDOLESE E POMPE DA RAMATO

Erano gli anni in cui la peronospora, fungo arrivato dall’America e identificato per la prima volta in Francia nel 1878, era il maggior problema dei vignaioli.

Le nuove opportunità enoturistiche nate dal covid 2

Autenticità, panorami, pic-nic e degustazioni con vista crescono di importanza. L’enoturista esploratore porta al successo nuove wine destination

 

enoturismo-nuove-opportunità -post-covid

Enoturismo: nuove opportunità post-covid

Di Donatella Cinelli Colombini

L’IMPORTANZA DEI PANORAMI E DELLE ATTIVITA’ ALL’ARIA APERTA

Nell’epoca post epidemica cresce l’appeal di panorami e soste all’aria aperta. Ma bisogna imparare a sfruttarli meglio, segnalando i “belvedere” e attrezzando parchi, giardini e persino vigneti per pasti “con vista”. Dopo i lunghi periodi di lockdown, i visitatori hanno più bisogno di prima di grandi spazi, contatto con la natura e luoghi per stare con gli amici senza rischiare il contagio. Da tempo è ben noto come la bellezza dell’ambiente che circonda gli assaggiatori influisca sul sapore delle cose che assaggiano, compreso il vino. Il Professor Vincenzo Russo ci ha insegnato che il Sistema Limbico (emozioni) e la Corteccia Prefrontale (piacere) reagiscono agli impulsi della vista, che è il senso dominante, condizionando il gusto. Per questo davanti a un bel panorama il visitatore apprezzerà ancora di più il vino che ha nel bicchiere.
Durante il 2020 molte cantine turistiche hanno dovuto sostituire la visita in bottaia con quella nei vigneti imparando a trasformare le nozioni di ampelografia e di agronomia in aneddoti e spiegazioni avvincenti.

Brolio, enoturismo di professionisti con degustazione guidata speciale

Brolio, enoturismo di professionisti con degustazione guidata speciale

Uno sforzo che non deve andare perduto e anzi deve diventare una parte integrante delle nuove proposte enoturistiche. Ogni vitigno e ogni vigna ha una storia da raccontare ma bisogna imparare a narrarla come se fosse un’avventura. Per capire la tecnica basta ascoltare Attilio Scienza mentre racconta del vino di Chio poi diventato Ansonica con la più grande truffa della storia. E’ successo 2400 anni fa ma lui la racconta come fosse un libro giallo.

 

IL TURISTA DEL VINO DIVENTA ESPLORATORE DEL VINO

Va tenuto presente che il maggior utilizzo dell’e-commerce avvenuto durante il lockdown ha messo davanti ai consumatori uno scaffale sterminato di vini spingendoli a sperimentare ed esplorare zone, vitigni e cantine che non conoscevano. Un’indole esplorativa che sembra andare per la maggiore come conferma il taglio scelto per la 5° edizione dell’Atlante mondiale dei vini di Hugh Johnson e Jancis Robinson, appena uscito in italiano con un anno di ritardo sull’edizione inglese. Esso mostra una geografia del vino completamente rinnovata e spostata verso i poli. Le nuove parole d’ordine sono: locale, indigeno, sostenibile con biologico-biodinamico in vigna e tecniche meno invasive in cantina. Un approccio simile alla TOP 100 “Wine Discoveries 2020” di Robert Parker – Wine Advocate che evidenzia un cambio di rotta totale rispetto all’approccio fine Novecento che privilegiava vini con un solo profilo potente. Puntare sui “wine discoveries” significa infatti spingere i bevitori più appassionati a diventare esploratori.

Ansonica storia di una contraffazione

Attilio Scienza racconta del vino greco di Chio contraffatto in Toscana 2.500 anni fa e ora riprodotto tenendo l’uva Ansonica in mare e il vino in anfora

Antonio Arrighi Attilio Scienza Ansolia

Antonio Arrighi Attilio Scienza Ansonica prodotta come il vino di chio 2500 anni fa

Di Donatella Cinelli Colombini

La storia è bellissima ed è un autentico giallo, io ho avuto la fortuna di ascoltarla da un affabulatore scienziato senza eguali, il Professor Attilio Scienza. Tutto inizia circa nel VII secolo avanti Cristo nell’isola greca di Chio dove producevano un vino destinato all’esportazione in anfora. A quell’epoca tutto il vino da spedire era dolce alcolico ma quello di Chio riuscì a sbaragliare la concorrenza con un sistema di produzione segretissimo e capace di salvaguardare gli aromi ma soprattutto con la prima vera azione di marketing della storia.
Prima di mettere ad appassire i grappoli la popolazione di Chio li immergeva nel mare dentro delle ceste. Questo procedimento privava la superficie dell’uva della pruina consentendo un successivo più veloce appassimento. Il vino alla fine risultava più aromatico e questo era molto apprezzato nei banchetti più ricchi. Plinio racconta che Cesare offrì vino di Chio nel banchetto che celebrava il suo terzo consolato.

VINO DI CHIO PRIMO ESEMPIO DI MARKETING NELLA STORIA DEL VINO: LE ANFORE DI PRASSITELE

appassimento ansonica

Azienda Arrighi appassimento ansonica

Ma il colpo di genio è l’azione di marketing escogitata dai greci. I produttori di Chio chiedono al più grande artista vivente, l’ateniese Prassitele (prima metà del IV secolo a C. ), di disegnare le anfore per il loro vino. Inventano anche un logo, una piccola sfinge stampigliata nelle anfore e simile a quella delle loro monete. Prassitele è conosciutissimo, anche i romani copiano le sue statue, è insomma una star fra chi ha soldi e potere. Mettere un vino in un’anfora disegnata da lui è un segno di distinzione e di importanza. Un vero colpo di genio anche perché la forma del contenitore è diversa e facilmente distinguibile per il collo corto e la forma angolata.
Ovviamente i produttori di Chio sbaragliano la concorrenza. La rotta principale di esportazione via mare va verso Marsiglia e poi risale l’Europa via terra e via fiumi. Gli archeologi hanno ricostruito le rotte commerciali del vino di Chio trovando un numero di anfore enorme e nettamente sproporzionato rispetto alla capacità produttiva della piccola e poco fertile isola greca. Per questo hanno cominciato a pensare che ci fossero in giro dei falsari, cioè del vino di Chio contraffatto. Venivano rinvenute anfore di colore più rossastro di quelle originali e analizzando l’argilla l’ipotesi della truffa veniva confermata. Le vere anfore di Chio hanno un impasto ricco di cadmio mentre le false no.
Comincia da qui la ricerca dei falsari.

Aspettando Vinitaly 2019

Qualche anticipazione e qualche curiosità sul programma di Vinitaly 2019 a cui partecipo in veste di produttrice, wine blogger e presidente delle Donne del vino

aspettando-Vinitaly-2019

aspettando-Vinitaly-2019

Di Donatella Cinelli Colombini

Il mio Vinitaly comincia la sera della vigilia con lo show dinner dedicato a Leonardo da Vinci a 500 anni dalla sua morte. Un omaggio ai valori dell’innovazione, tecnologia e la cultura che hanno fatto grande Vinitaly e l’Italia nel mondo. Primo incontro con gli amici di Veronafiere: il presidente Maurizio Danese, il DG Giovanni Mantovani, il genio tranquillo che dirige Vinitaly Gianni Bruno, la vulcanica Stevie Kim …. Una grande squadra che passa da un successo all’altro.

VINITALY 2019 LO STAND DI DONATELLA CINELLI COLOMBINI E’ AL PADIGLIONE 6 D4

Lo stand aziendale, troppo piccolo per le nostre attuali necessità, è nel padiglione 6 (D4) fra il Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige. Una posizione anomala ma che non è mai cambiata nei 20 anni di storia dell’azienda mentre la fiera cresceva e si modificava. Importatori e clienti sanno che siamo li e questo ci impone di tenere una posizione che indubbiamente sembra stravagante.
Per noi si prospetta un Vinitaly all’insegna della continuità: esportiamo in 39 Paesi, siamo contenti dei nostri buyer e i nostri vini piacciono. Tuttavia ogni Vinitaly promette nuove opportunità e per noi arriveranno fino dal primo giorno quando mi aspettano la foto celebrativa della Guida di Repubblica DIWINE storie di donne e di terre da amare insieme al curatore Giuseppe Cerasa e nel pomeriggio due degustazioni importanti anche se molto diverse.

aspettando-Vinitaly-2019

aspettando-Vinitaly-2019

DEGUSTAZIONI STRAORDINARIE GUIDATE DA ATTILIO SCIENZA E IAN D’AGATA

La prima è sui “Figli del Sangiovese” fra i quali il Professor Attilio Scienza, più celebrato dovente di viticultura in Italia, ha messo il Foglia Tonda e per questo farà assaggiare Cenerentola, Doc Orcia 2016 a base di Sangiovese e Foglia Tonda.
La seconda (ore 15 sala Tulipano) è proposta dalle Donne del Vino e guidata da Ian D’Agata Senior Editor Vinous, autore di “Native Wine Grapes of Italy” unico libro scritto da un italiano ad avere vinto il premio Louis Roederer International Wine Awards Book of the Year.

Si tratta di una degustazione rivoluzionaria e capace di mostrare lo straordinario contributo di valori, creatività e talento apportato dalla nuova generazione dell’enologia italiana. Vini di professioniste sotto i 40 anni di età, nati in zone molto diverse d’Italia, mostrano le scelte coraggiose di giovani donne che, con la loro vicenda personale e le loro scelte enologiche, stanno puntando veramente in alto. Alcuni di questi vini hanno già raggiunto il successo, altri stanno creando delle autentiche tendenze e in certi casi sono delle sorprendenti rivelazioni.

Il Leone Rosso della leonessa Donatella Cinelli Colombini

Leone Rosso in una versione rinnovata e ruggente. Armonico, pieno, piacevolissimo e elegante è un ottimo esempio della vendemmia 2013 nell’ Orcia DOC

Di Donatella Cinelli Colombini

Leone Rosso scelta degli acini Vendemmia 2013

Leone Rosso scelta degli acini Vendemmia 2013

Il Leone Rosso prende nome dal leone visibile nello stemma della famiglia Socini un antico casato senese che, nel 1592, costruì la fattoria del Colle dove nasce questo vino. Fra i Socini c’erano cinque eretici, due dei quali -Lelio e Fausto- particolarmente importanti fra gli oppositori della Chiesa cattolica e per questo furono scomunicati. La Fattoria del Colle fu confiscata e solo nel 1919 fu riacquistata da un Socini, il bisnonno della proprietaria Donatella Cinelli Colombini.

Attualmente la fattoria ha una superficie di 336 ettari di cui 17 coltivati a vigneto per

Leone Rosso 2013 DOC Orcia

Leone Rosso 2013 DOC Orcia

la produzione di Chianti DOCG e Orcia DOC. Quest’ultima denominazione è nata nel 2000 in un territorio di grande bellezza e integrità nella Toscana del Sud fra le zone di produzione del Brunello e del Vino Nobile di Montepulciano.

La vendemmia del 2013 è stata definita dal professor Attilio Scienza “vecchio stile “ con temperature più basse degli ultimi anni, terreni ricchi d’acqua e un ciclo vegetativo lungo che tradizionalmente produce vini longevi e complessi. E’ stata una vendemmia con poca uva ma di ottima qualità, per chi, come Donatella Cinelli Colombini, ha vendemmiato prima delle piogge.

Mineralità tutti la vogliono e nessuna la conosce

E’ solo immaginazione o esiste davvero? La mineralità dei vini è un aroma o un sapore? E se esiste da cosa dipende? Qualche nota su una parola molto controversa

Borgogna

Borgogna

Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini

E’ un carattere dei vini ricercatissimo soprattutto nei mercati di lingua inglese. Minerale sembra la nuova parola magica del marketing perché ormai è una sicura chiave di successo.
Un tempo gli aromi e i gusti minerali dei vini venivano attribuiti solo ad alcuni distretti enologici tedeschi e francesi caratterizzati da una geologia molto particolare, come la valle del Reno, lo Champagne e la Borgogna. Poi, con il diffondersi della moda, i vini con “sentori minerali” sono proliferati in zone diversissime tra loro e nella maggior parte dei casi in modo inopportuno. C’è un

Valle del Reno vigneti

Valle del Reno vigneti

articolo sull’argomento di Raffaele Guzzon in “VQ Vino Vite e Qualità” e un altro di Rebecca Gibb in “Wine Searcher” che evidenziano la grande difficoltà nel dare contorni precisi alla questione. Ma i contributi recenti migliori sono del grande Attilio Scienza durante Vinitaly.
E’ complicato persino fare il punto sugli studi scientifici e sugli elementi chimici del vino a cui collegare la minaralità. I risultati sembrano ingarbugliare questa situazione già ingarbugliata.

Smettiamo di usare i diserbanti nei vigneti

Fanno risparmiare qualche soldo ma gli erbicidi danneggiano la qualità dell’uva e soprattutto inquinano il terreno fino ad arrivare alle falde e al mare

Vigneto senza diserbanti

Vigneto senza diserbanti

Visto per voi da Donatella Cinelli Colombini

Anch’io, come tutti, sono andata a un convegno sulla sostenibilità del vino. E’ l’argomento del giorno promosso da associazioni, enti, progetti … tante, forse troppe iniziative come ha sottolineato Attilio Scienza nel  “WineWorld Economic Forum”, al “Merano WineFestival” 

Servono poche regole chiare.

Anche nel convegno a cui ho assistito, il punto centrale sembrava il “foot print” – l’impronta ecologica misurabile con il bilancio del CO2. Ovviamente è importantissimo ridurre i consumi di acque e energia, ridurre le emissioni nell’aria e di rifiuti solidi ma la cosa più urgente è, a mio avviso, ridurre i pesticidi. Altrimenti finisce che, il vignaiolo biologico, risulta più inquinante di quello che usa la chimica pesante, perché va avanti e indietro con il trattore per dare rame e zolfo alle viti. <<I progetti di sostenibilità nati negli anni  si fanno la guerra, ognuno guarda a sé, pensando di essere il progetto migliore>> ha detto il Professor Scienza a WineNews.

Qualcosa di nuovo arriva dalla Borgogna dove stanno per investire 1,7 milioni di Euro per sperimentare i droni, mini elicotteri che svolazzeranno fra i filari analizzando, con sensori e telecamere, tutte le  viti. Un progetto, che durerà tre anni,  e permetterà di  ridurre i pesticidi facendo una diagnosi precoce e capillare di ogni pianta. Questa si che è un progetto in grado di incidere sulla sostenibilità del vino.

Anfore si anfore no, questo è il dilemma

Anfora: come e perché il più antico contenitore da vino è tornato di moda. Dall’Arcipelago Muratori la prima analisi sui vasi da vino di terracotta

Cos

COS

Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini

L’incontro è avvenuto nella Tenuta Rubbia al Colle di Suvereto, nella costa Toscana ed ha avuto nel Professor Attilio Scienzadell’Università di Milano il vero mattatore, con un entusiasmo travolgente.

Ritorno all'argilla Suvereto

Ritorno all'argilla Suvereto

E’ lui lo “Sherlock Holmes dell’uva” che da anni indaga sulle origini preistoriche della vite e ora segue le tracce dei suoi più antichi contenitori. Tornare alle anfore di terracotta è dunque per lui un atto culturale prima che enologico, il recupero di saperi e sapori originari << un modo per combattere la banalizzazione del vino come bevanda con un gusto stereotipato e standardizzato, occorre forse tornare a sentori più antichi>> dice il grande Attilio. In effetti, in Georgia dove si ritiene sia la culla della vitis vinifera, madre di tutte le viti, il vino viene conservato nelle anfore (kvevri in Kakheti e in Kartli ochuri in Imereti e in Racha), da 4.000 anni.
Dunque il bisogno di diversità che sembra animare in modo crescente chi lavora con l’uva, non è la ragione principale dell’uso dei contenitori in argilla ma c’è qualcosa in più, quasi la nostalgia di una semplicità antica di un ritorno a cose maturali, senza tecnologia e a un contatto manuale con l’uva che diventa vino. La spinta viene quindi da fattori più sociologici che enologici.