Vincenzo Russo Tag

Le aspettative condizionano la percezione del vino

Il vino sembra buono o cattivo, bianco o rosso in base a come l’assaggiatore lo vede o se lo aspetta. Non esiste un giudizio obiettivo se non bendato

 

Di Donatella Cinelli Colombini

Assaggio bendato

la-vista-condiziona-l’assaggio-del-vino

Vi ricordate a scuola quando gli studenti bravi prendevano voti alti anche nel caso di prestazioni mediocri? Tutti abbiamo visto casi del genere.
E non dipende dal “cocco del professore” ma dalle aspettative che condizionano chi esprime il giudizio.

 

I PROCESSI SENSORIALI INCONSCI

Nel vino è lo stesso: i bravi sono sempre bravi e i mediocri sono sempre mediocri. Indipendentemente dalla qualità oggettiva della bottiglia.
Non è una critica ai critici ma un dato di fatto che Vincenzo Russo, professore di neuromarketing alla IULM di Milano e massimo esperto italiano dei processi celebrali legati alla percezione ci spiega con chiarezza cristallina.

assaggio bendato

la-vista-condiziona-l’assaggio-del-vino

La percezione obiettiva non esiste se non in un assaggio privo, di immagini, suoni, odori … e persino sensazioni tattili che interferiscano. In effetti il 50% delle cellule del cervello sono a servizio delle informazioni visive. Vedere l’etichetta di un vino che piace condiziona gli altri sensi ma basta anche meno per ottenere un’alterazione della percezione gustativa come essere in un ambiente illuminato di luce rossa oppure verde, sentire una musica dominata da suoni gravi o acuti… per alterare il gusto.

 

IL CONDIZIONAMENTO DELL’ASSAGGIO DEL VINO

Non solo, Miguel Gomez e Anna Mansfield della Cornell University di New York, nei corsi “The science of selling wine” (2013) mettevano l’accento sulla correlazione fra la piacevolezza dei luoghi e del panorama con la vendita del vino. La percezione delle bottiglie migliora e con essa le probabilità di fare business.
Cade fragorosamente l’affermazione proposta all’inizio di ogni corso da sommelier secondo cui la degustazione organolettica sarebbe qualcosa di oggettivo. In realtà il degustatore è in buona fede perché la parte razionale del suo cervello è oggettiva ma quella inconscia no. E lui non può accorgersene.

 

Non fidatevi del gusto fra i sensi è il più manovrabile

La vista è il senso più forte, poi l’udito. Sono in grado di alterare il gusto e cambiare le scelte: effetto Lafitte, ascoltando Mozart scegli vini più cari

 

Neuromarketing: Vincenzo Russo e Donatella Cinelli Colombini

Neuromarketing: Vincenzo Russo e Donatella Cinelli Colombini

Di Donatella Cinelli Colombini

Vincenzo Russo, professore di Neuromarketing alla IULM di Milano, pubblica sul settimanale economico del Gambero Rosso “Trebicchieri” delle pillole di scienza estremamente utili a chi vende il vino ma anche a chi lo compra perché rivelano come non tutto è come appare.

 

NEUROMARKETING: LA VISTA CONTA PIU’ DEL GUSTO

Nel nostro cervello le cellule deputate alla vista sono circa il 50% mentre quelle deputate al gusto solo l’1%. A conti fatti il gusto è un senso meno “forte” degli altri e subisce l’influenza di vista, udito e tatto.
Ecco perché la stessa bevanda colorata di rosso viene percepita più dolce fino al 10%.

 

NEUROMARKETING: SUONI, SENSAZIONI TATTILI PIACEVOLI FANNO SEMBRARE IL VINO PIU’ BUONO

Non solo la vista altera la percezione gustativa, anche l’udito e persino il tatto.

Vincenzo Russo e Donatella Cinelli Colombini a Wine2wine

Vincenzo Russo e Donatella Cinelli Colombini a Wine2wine

Charles Spence, il professore di gastrofisica all’Università di Oxford, ha fatto assaggiare lo stesso vino ascoltando suoni dolci ad alta frequenza e toccando una tovaglietta di peluche bianco poi ha ripetuto l’assaggio ascoltando suoni acuti a bassa frequenza e toccando la carta vetrata.
Il primo vino è stato giudicato molto, ma molto più buono.
Allo stesso modo sentire il rumore dl cavatappi crea un’aspettativa di qualità che fa sembrare il vino migliore perché il tappo in sughero è inconsapevolmente associato alle bottiglie più pregiate.
Con gli odori la questione è ancora più complicata. Non vengono percepiti come tali ma filtrati dalla memoria tipo le madeleine di Marcel Proust. Gli aromi compiono un lungo viaggio nel cervello, passano dal bulbo olfattivo e poi dalla corteccia olfattiva dove vengono riconosciuti in base alle esperienze precedenti. Solo alla fine l’informazione arriva alla corteccia orbito frontale, diventa consapevole e prende un nome. Per questo il giudizio sugli aromi è poco obiettivo e molto evocativo.

 

E’ l’etichetta che fa vendere il vino?

E’ l’etichetta oppure è la qualità del vino che determina il successo di un’etichetta? Entrambe le cose ma sullo scaffale vincono etichetta e prezzo

Etichetta-premiata-a-Vinitaly-Giallo-Paglia-Etichetta-anno-vermentino

Etichetta-premiata-a-Vinitaly-Giallo-Paglia-Vermentino

Di Donatella Cinelli Colombini

In effetti l’etichetta ha un peso consistente nella decisione d’acquisto del vino sullo scaffale, almeno nel 71% dei casi, quando la scelta è d’impulso. Per questo il look ha un ruolo determinante nei vini da consumo quotidiano che vengono comprati in GDO mentre influenza meno la scelta dei clienti al ristorante che decidono in base alla wine list e con l’aiuto di un maitre o un sommelier. Vicki Denig per WineSeacher ha fatto una serie di interviste sull’argomento giungendo alla conclusione che l’etichetta interviene sulla decisione di acquisto in due modi: attraverso le informazioni che fornisce (su vitigno, zona di origine, alcool, storia, modalità di consumo) e tramite la grafica che indica lo stile generale del vino cioè la sua filosofia.
Chi lavora nel settore ha confermato che l’etichetta influenza persino i buyer << che brutta etichetta non voglio nemmeno assaggiare il vino>> .

etichette-capaci-di-distinguersi

etichette-capaci-di-distinguersi

In certi casi costringe ad azioni provocatorie tipo la vendita di <<grandi vini con orribili etichette>> perché altrimenti nessuno li chiederebbe.

GRAFICA DELLE ETICHETTE DI VINO

In linea di massima le etichette si raggruppano in due grandi tipologie: quelle moderne e quelle classiche. In ogni caso il packaging dovrebbe essere la rappresentazione della filosofia aziendale ma sempre con un occhio al mercato. Ci sono infatti produttori che non accettano nessun compromesso << io vendo vino e non cerco di accaparrarmi clienti con l’etichetta>>. Opinione che potrebbe avere effetti disastrosi perché in rivendite che espongono migliaia di tipologie, i vini venduti sono quelli con packaging accattivane o singolare mentre quelli più anonimi attraggono solo se hanno un grande nome come Sassicaia o Paz & Hall. Questo è tanto più vero nei punti vendita senza assistenza dove il cliente deve scegliere da solo senza un professionista a consigliarlo.
Per i produttori storici il consiglio è quello di mantenere le etichette in uso da 50 oppure 100 anni ma non per questo sottostimare l’importanza del packaging come, purtroppo, fanno moltissimi enologi.

Come raccontare cantine e vini ai turisti: storytelling

Raccontare e raccontarsi invece di dare informazioni tecniche del processo produttivo è vincente con i turisti del vino e anche in video

 

Violante Gardini at the head of Movimento Turismo del Vino - Toscana

storytelling-Violante Gardini-Fattoria-del-Colle

Di Donatella Cinelli Colombini

CHI SA FARE LO STORYTELLING

Tutti possono diventare ottimi addetti all’accoglienza turistica in cantina basta prendere sul serio questa attività e prepararla con cura prima che arrivino i turisti esattamente come un avvocato studia l’arringa prima del processo e l’attore prova la sua parte prima di salire sul palcoscenico.

Evidentemente c’è chi ha una predisposizione naturale ma tutti possono riuscirci. Il problema è che spesso sono proprio quelli con meno comunicatività che, per evitare lo stress, si buttano allo sbaraglio improvvisando all’ultimo momento. I risultati sono spesso disastrosi perché lo sforzo è tutto concentrato nel trovare argomenti e manca la dovuta attenzione al rapporto con i turisti. Aspetto quest’ultimo, che è invece fondamentale che quindi dovrebbe essere al centro dei pensieri, mentre le parole escono quasi da sole grazie al training fatto prima.

Movimento del Turismo del vino Toscana

Storytelling-Cantine aperte-Movimento del Turismo del vino Toscana

Quindi preparare le cose da dire è fondamentale anche perché i messaggi devono avere una diretta corrispondenza nei contenuti espressi da depliant, sito, blog, comunicati stampa ed ogni altra forma di messaggio espresso dalla cantina. Con la sola ma grande differenza che il racconto ai turisti deve essere, nella stragrande maggioranza dei casi, anche divertente perché è rivolto a persone in vacanza.

Secondo Vincenzo Russo, esperto di neuromarketing della IULM di Milano, lo storytelling è più congeniale alla mentalità femminile. Uomini e donne addetti alle vendite del vino e dell’incoming enoturistico hanno strategie diverse «lui procede per obiettivi, lei creando relazioni» e usando il racconto per spiegare come e perché nascono le sue bottiglie.  Secondo Russo le donne «hanno uno stile emotivo e coinvolgente nella comunicazione e sono orientate alla condivisione di esperienze. Gli uomini considerano la comunicazione come terreno di confronto e di prova su cui misurarsi». Ecco che la mente femminile, più multitasking e capace di coinvolgere, si rivela particolarmente adatta nel creare engagement con clienti e visitatori.

 

Il sapore del vino ha un prezzo?

Quanto il valore o la fama influenzano la percezione di un vino? Molto, chi si aspetta alta qualità la percepisce coi sensi anche quando non c’è

Vincenzo-Russo-e-Donatella-CinelliColombini-a-Wine2wine

Vincenzo-Russo-e-Donatella-CinelliColombini-a-Wine2wine

Di Donatella Cinelli Colombini, Montalcino, Brunello, Casato Prime Donne

La risposta è si, il sapore del vino ha un prezzo. O meglio il prezzo da al vino un sapore più buono. Il Professor Vincenzo Russo della IULM ha recentemente spiegato, in un articolo pubblicato in Trebicchieri, cosa succede alle aree del cervello deputata alla gradevolezza e al piacere sensoriale – la Corteccia OrbitoFrontale e la Corteccia Prefrontale Ventromediale – quando beviamo un vino molto costoso aspettandoci che sia anche buono. Controllando con la risonanza magnetica queste due aree è rilevabile un’ attività nettamente superiore rispetto a quando viene assaggiato un vino con minori

Chateau-Lafite-Rothschild

Chateau-Lafite-Rothschild

aspettative. Ecco che la comunicazione, e quindi anche il prezzo, è in grado di far percepire il vino in modo completamente diverso. Chi assaggia ha sinceramente una sensazione migliore ma essa non dipende dai sensi bensì dal cervello.
A queste considerazioni scientifiche aggiungerei quelle di Oliver Styles in uno spassosissimo articolo di Wine Searcher intitolato appunto <<Can money buy taste>>. Il punto di partenza è la critica al Primo Ministro britannico Theresa May da parte del giornalista russo Dmitry Kiselev <<She didn’t pick up her glass by the stem, as is common practice in respectable society>> per non saper tenere in mano un bicchiere di vino dallo stelo come fanno le persone civili. I formali sudditi di Sua Maestà, si sono sentiti punti nel vino, perché << if you’re British, claret runs in your veins>> se sei inglese nelle tue vene scorrono i vini di Bordeaux. Ma le riflessioni che seguono a questa prima schermaglia politico-nazionalista, sono davvero interessanti.

Neuromarketing  e vino

Messaggi verbali e non verbali di chi vende il vino e neuromarketing nuova frontiera del rapporto fra il consumatore e la bottiglia di vino. La psicologia applicata

neuromarketing-del-vino

neuromarketing-del-vino

Di Donatella Cinelli Colombini

Continuiamo la nostra esplorazione su cosa arriva al buyer o al semplice consumatore, dei messaggi che emettiamo. L’effetto dei messaggi non verbali, quelli del corpo, i messaggi verbali e infine quelli direttamente espressi dal packaging della bottiglia e che il neuromarketing aiuta a valutare.

MESSAGGI DEL CORPO

Secondo un celebre studio di Meharabian le componenti verbali incidono, su chi riceve un messaggio, solo per il 7%, rispetto alla totalità delle informazioni che riceve dal tono di voce, dalla gestualità, dall’espressione del volto e dalla congruenza verbale/ non verbale.

Quindi le parole contano ma non bastano.

Sorridere, sorridere, sorridere. Questa è la prima regola e la più importante per il professionista che sa fare il suo mestiere. L’espressione del volto cordiale, lo sguardo attento, la postura eretta ma rilassata, la gestualità contenuta trasmettono l’intenzione di aprirsi agli altri piacevolmente.

B2B Buy wine 2013 Firenze

B2B Buy wine 2013 Firenze

Non esagerare con l’espansività entrando “nello spazio altrui” specialmente con gli asiatici,  ma neanche sembrare una fortezza da conquistare o avere un aspetto in completo contrasto con lo stile del vino.

Per fare un esempio, secondo voi, un “tipo Fantozzi” riuscirebbe a vendere del vino da 40€ a bottiglia?

 

<<Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno relazionale e quest’ultimo prevale sul primo>> questa è la grande lezione di Paul Watzlawick.

PAROLE, PAROLE, PAROLE

Ci siamo, dopo quella istintiva iniziale, arriva il momento in cui l’interlocutore – buyer o cliente-  inizia a fare un’elaborazione più profonda e razionale. Un’elaborazione si basa sul confronto e le esperienze precedenti, in base alle quali egli scegliere cosa comprare.

Rosé una moda con giovinezza e celebrity

La rivoluzione rosè: alla cieca piacciono più dei rossi. Il neuro marketing rivela quanto la percezione del rosato sia condizionata da stereotipi negativi

Rosé una moda con voglia di denominazione

Rosé una moda con voglia di denominazione

Di Donatella Cinelli Colombini

Rosé una moda con voglia di denominazione. Successone rosè con i francesi e statunitensi a tirare la corsa dei consumi e un segno più del 43% e del 40% fra il 2002 e il 2014 ma soprattutto con una impressionate impennata delle vendite statunitensi che negli ultimi 12 mesi hanno segnato una crescita del 112%

I rosè italiani più ricercati provengono da Puglia e Abruzzo ed hanno nelle donne i principali estimatori.
Il boom dei rosè ha un risvolto anche digitale con un’esplosione di interesse nei grandi siti del vino. Fra i rosè più cercati del mondo nell’enorme portale di Wine searcher,

Sorrento rosè Rosé una moda con voglia di denominazione

Sorrento rosè Rosé una moda con voglia di denominazione

alcuni sono collegati a celebrità come lo Château Miraval di Brad Pitt e Angelina Jolie e questo ha decisamente incendiato l’attenzione. Ci sono ancora vini “fun” ma molti sono ottimi con punteggi sopra i 90 punti. Fra i primi 10 rosè più ricercati ce ne sono cinque della Provenza con al primo posto Château d’Esclans Whispering Angel. Ancora fra i top 10, due sono di Long Island e uno è italiano a base di Nerello Mascalese prodotto dal siciliano Frank Cornelissen Susucaru.
L’elemento nuovo, in questo quadro molto positivo, arriva del neuro marketing e dal Professor Vincenzo Russo dell’università Iulm di Milano che ha spiegato come reagisce il cervello dei consumatori alla degustazione dei rosati giungendo a risultati interessantissimi.<< Dagli anni ’70 in poi gli studi di economia comportamentale e le neuroscienze hanno dimostrato che i consumatori, lungi dall’essere esclusivamente

                                                                       
Cinelli Colombini
Privacy Overview

Questo sito web utilizza i cookie per offrirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie vengono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni come riconoscerti quando torni sul nostro sito web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito ritieni più interessanti e utili.