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I Borgogna più cari in vendita nel mercato nel 2021

Sono i Pinot Noir della Grande Dame del vino francese Lalou BIZE-LEROY a dominare l’elenco dei più cari Borgogna normalmente in vendita nelle enoteche

 

10 vini migliori del mondo, Lalou Bize-Leroy

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di Donatella Cinelli Colombini

L’elenco proviene da WineSearcher e proviene dall’enorme database in cui confluiscono i prezzi delle rivendite di tutto il mondo.
Due cose sorprendono: non trovare Romanée Conti in cima alla lista e l’aumento dei prezzi.

Chi pensava che la corsa verso l’alto dei listini delle bottiglie più pregiate della Borgogna avesse toccato il tetto, si sbagliava.

 

LALOU LEROY DOMINA LA LISTA DEI BORGOGNA PIU’ CARI

Ma la cosa più sorprendente è che proprio i vini della cantina più celebre e celebrata hanno aumentato di valore meno degli altri (13,4% in un anno) mentre il Domaine Leroy Musigny Grand Cru che vediamo orgogliosamente primo nella lista dei più cari, ha fatto un balzo in avanti dell’81,3% in soli dodici mesi. Mediamente, i 10 Pinot Noir di Borgogna più cari del mercato, sono aumentati di prezzo del 40% in un anno.
Ma dove vanno questi vini così cari? Nei bicchieri degli amanti del Pinot Noir? Molto probabilmente sono destinati alle cantine blindate dei collezionisti e degli speculatori. Mentre in tavola arrivano, i più abbordabili ma ormai buonissimi, Pinot Noir dell’Oregon o della Nuova Zelanda, che costano 4 zeri di meno.

  • Domaine Leroy Musigny Grand Cru – Dollari 32.974
  • Domaine de la Romanée-Conti Romanée-Conti Grand Cru – Dollari 21.976
  • Domaine Roumier Musigny Grand Cru – Dollari 15.705
  • Domaine Leroy Chambertin Grand Cru – Dollari 11.315
  • Domaine Leroy Richebourg Grand Cru – Dollari 6.688

E’ impressionante il predominio della Grande Dame Lalou Leroy e viene da chiedersi se Aubert de Villain non abbia commesso un errore escludendola dalla cogestione di Romanée Conti nel 1992 perché Milady ha davvero il tocco magico.

 

I vini italiani più cari

Barolo Monfortino, Amarone Quintarelli, Barbaresco Roagna, Brunello Case Basse, ecco la lista dei vini italiani più cari da 1287$, di prezzo medio, in giù

 

Miani-Vini-Italiani-più-cari

Miani-Vini-Italiani-più-cari

Di Donatella Cinelli Colombini

C’è una bella fetta di consumatori ricchi che compra il vino solo perché è carissimo. Il prezzo è un messaggio semplice, chiaro ma con tante componenti simboliche come esclusività, prestigio, lusso … forse qualità intrinseca.

 

LE BOTTIGLIE ITALIANE PIU’ CARE RILEVATE DA WINE SEARCHER

A volte è sufficiente a determinare la scelta della bottiglia, soprattutto quando poi vengono regalate.
Il vino italiano offre un enorme ventaglio di prezzi, tipologie e livelli qualitativi. L’elemento vincente è il rapporto fra la qualità intrinseca e il cartellino di vendita, che è migliore rispetto alle bottiglie di tutto il resto del mondo. L’Italia sa creare milioni di piccoli capolavori enoici, alla portata di tutti e negli ultimi anni ha saputo accrescere la reputazione internazionale di denominazioni e singoli brands suscitando l’interesse dei collezionisti e degli investitori: Brunello, Barolo, Amarone, Sassicaia, Masseto …
Da questo nuovo interesse della fascia più ricca del mercato verso l’Italia nasce la classifica di WineSearcher sui vini più cari presenti nell’enorme portale che riunisce i listini di tutte le maggiori rivendite del mondo. L’elenco viene pubblicato ogni anno e ci mostra una situazione piuttosto stabile evidenziando come i collezionisti siano affezionati ad alcuni brand e continuino a comprarli.

Roagna-barbaresco-crichet-pajé

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TOP 5 LE BOTTIGLIE ITALIANE PIU’ CARE NELLE ENOTECHE INTERNAZIONALI

I primi nomi dell’elenco sono:

Giacomo Conterno Monfortino, Barolo Riserva 1287$
Giuseppe Quintarelli Amarone della Valpolicella Classico Selezione 1265$
Roagna Crichet Paje, Barbaresco 918$
Case Basse di Gianfranco Soldera Brunello di Montalcino Riserva 911$
Masseto Toscana IGT 910$
Poi ci sono i vini di due cantine che non ti aspetti, forse perché sono piccole, alternative, cresciute come grandi sfide: Barolo Cappellano Otin Fiorin Pie Franco-Michet, (740$) e Miani Refosco Colli Orientali del Friuli (709$).

 

L’E-COMMERCE DELLE CANTINE E’ LA CODA DELL’ENOTURISMO

Crescono gli ordini ma anche il valore delle singole bottiglie di vino acquistate online. Primi dati USA. Mai un momento altrettanto favorevole

 

Mondavi-winery-le-cantine-USA-aumentano-la-vendita-diretta-grazie-a-internet

Mondavi-winery-le-cantine-USA-aumentano-la-vendita-diretta-grazie-a-internet

di Donatella Cinelli Colombini

Buone notizie per le cantine e per i wine lovers amanti del web. Il numero delle cantine con carrello di vendita cresce in tutto il mondo e la possibilità di comprare vini nuovi e lontanissimi, così come grandi vini a prezzi abbordabili, aumenta a vista d’occhio.

 

POST COVID IN USA: BERE IN CASA, GRANDI VINI ORDINATI ON LINE IN CANTINA

I dati che arrivano dagli USA sono sorprendenti. Lo scorso anno gli acquisti di vino sono aumentati insieme al consumo a casa. IWSR indica un iniziale crollo e un totale a fine anno di + 10% nel 2020 per le vendite di vino negli Stati Uniti. Quest’anno tutti si aspettavano un calo ma in realtà la prima metà dell’anno è in accelerazione segnando un +1,9% sullo scorso anno.
Gli esperti sono sconcertati e cercano di capire cosa sta avvenendo. I dati che seguono sono di Sovos ShipCompliant e Wines Vines Analytics ripresi da WineSearcher.
Apparentemente i consumatori hanno cominciato a comprare online nel primo lockdown del 2020, ordinando bottiglie a prezzo più basso. Poi hanno preso fiducia nelle consegne e hanno cominciato a divertirsi nella ricerca di bottiglie pregiate e rare comprando a prezzi più alti. Altro elemento che potrebbe aver inciso su questo successone è la decisione di molte cantine di non mandare a casa il personale delle sale di degustazione ma di impiegarlo nella televendita delle bottiglie.

 

Ma il vino CULT è una selezione esclusiva o no?

Nel 2000 la parola CULT indicava i Cabernet californiani più esclusivi e costosi ora c’è chi cerca di appropriarsene e ci sono vini CULT da 15$

Screaming Eagle-CULT-wine-californiano

Screaming Eagle-CULT-wine-californiano

Di Donatella Cinelli Colombini

Il nome “vino cult” così come “supertuscan” sono stati creati per riassumere concetti complessi. Nel caso dei vini toscani, il termine indicava l’aspirazione all’alta qualità e a un linguaggio più internazionale. Tuttavia la scelta di uvaggi e sistemi produttivi diversi da quelli dei disciplinari DOC-DOCG relegavano queste bottiglie nella tipologia “vino da tavola” benché spesso fossero molto care. Dalla contraddizione fra il valore del vino e la sua tipologia scaturì la necessità di trovargli un nome che ne esaltasse le caratteristiche.

INIZIALMENTE I VINI CULT ERANO I CABERNET CALIFORNIANI PIU’ ESCLUSIVI

Per i vini CULT è successo qualcosa di simile: alla fine degli anni ’90 il termine si riferiva ai Cabernet di Napa Valley prodotti in piccole serie esclusive. Il 30 aprile 2000 Wine Spectator uscì con una cover story intitolata “The Rise of California’s Cult Wines”. L’immagine in copertina si collegava a un articolo su nove cantine fra cui Harlan Estate, Screaming Eagle, Shafer

cult-wine

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Vineyards e Colgin.

L’UTILIZZO DEL TERMINE CULT PER BOTTIGLIE A BUON MERCATO

Con il tempo, il termine CULT wine è stato utilizzato anche per vini meno prestigiosi fino ad arrivare a bottiglie sotto i 15 Dollari creando confusione ma anche reazioni  polemiche finché la questione è arrivata in tribunale. In aula si troveranno di fronte l’Appellation Trading Company e la cantina californiana Salvestrin che vuole usare il termine in esclusiva e ha una linea di vini chiamata appunto Cult Wine.

 

Per la verità non si tratta delle sole bottiglie con il nome CULT in etichetta, come ha ben spiegato W. Blake Gray nel suo articolo per WineSearcher.  Il primo è il Cult Cabernet della cantina Beau Vigne che è stata approvata dal TTB Federal Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau nel 2010. L’ente ci certificazione americano, nello stesso anno, ha autorizzato il CULT Pinot Noir della cantina Draxton Wines della contea di Mendocino della Russian River Valley.
Successivamente anche la Jackson Family Wines ha iniziato a produrre un vino CULT e poi la cantina BK Wines con un Shiraz australiano single vineyard.
All’ufficio brevetti USA sono registrati 553 prodotti CULT fra cui quello della “morte hippie”.

Chi compra il vino di lusso?

Giovane, cinese e sia maschio che donna. Contano l’età, l’annata, il brand e la sostenibilità del vino. Ecco l’identikit di chi compra bottiglie di lusso

 

di Donatella Cinelli Colombini

Vino-di-lusso-sommelier-cinesi

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Conferme ma anche sorprese. L’indagine pubblicata da Areni Global e ripresa da WineSearcher riguarda gli acquirenti di vini con prezzo superiore a 75 Dollari e quindi non solo le bottiglie ultralusso.

 

CHI COMPRA IL VINO DI LUSSO E’ GIOVANE

Tutti si aspettavano compratori vecchi, invece in Stati Uniti e UK sono giovani con molti sotto i 30 anni. Gli uomini prevalgono al 75% in USA e Regno Unito, dove sono circa il 75% ma in Cina e a Hong Kong le donne sono la metà.
A quali nazioni interessa l’età del vino? Ci si aspetterebbe l’Inghilterra e invece, fra i sudditi di Sua Maestà, la percentuale si ferma al 35% mentre in Cina sale al 57% e in Usa al 47%.

 

LA COMPLESSITA’ E L’ORIGINE LOCALE PIACCIONO AGLI INGLESI

Vini-di-lusso-Cina-consumatrici-donne

Vini-di-lusso-Cina-consumatrici-donne

I wine lovers britannici sono quelli che apprezzano di più la “complessità” del gusto del vino. Anche la “tipicità regionale” è importante in UK mentre a cinesi e statunitensi, come nel caso precedente, non interessa affatto.
I più sensibili alla rarità del vino sono a Hong Kong. Gli altri cinesi, quelli del gigante asiatico guardano soprattutto l’importanza della regione viticola e del brand.

 

I CINESI SONO I MAGGIORI COMPRATORI DI VINO DI LUSSO

Sul luogo in cui si trovano i compratori delle bottiglie con prezzo superiore ai 75$ Areni ha lavorato con Wine Intelligence per l’elaborazione dei dati.
Il risultato indica con chiarezza la Cina dove un terzo dei consumatori di vino, cioè 35,2 milioni di persone, bevono frequentemente vini costosi. Sei volte di più che negli USA dove solo il 7% dei consumatori. La percentuale è più alta in UK ma la popolazione è decisamente inferiore e quindi il mercato risulta meno interessante per chi produce grandi vini.

 

Liber Pater e Denarius sono vini o miti artistici?

Loïc Pasquet è il migliore uomo del marketing del vino che si sia mai visto oppure un artista che crea bottiglie?

 

Liber-Pater-è-un-vino-o-un-mito-artistico

Liber-Pater-è-un-vino-o-un-mito-artistico

di Donatella Cinelli Colombini

Ad ogni modo Loic Pasquet ha capito come trasferire nel vino le logiche dell’arte contemporanea creando oggetti rari, pieni di significato e costosissimi perché molto molto famosi.
Se andate a vedere la maggior parte delle istallazioni fatte dagli artisti più celebri, hanno le stesse caratteristiche. Sono espressioni simboliche di concetti intellettuali molto sottili, complessi, profondi… ma hanno poco o niente di realmente artistico anzi, nella maggior parte dei casi, sono fatti male, talmente male che hanno grossi problemi di conservazione. Ma sono famosi e costano cifre astronomiche perché permettono, a chi li compra, di mostrarsi ricco e aggiornato, membro di un’élite cosmopolita e di tendenza.

 

LIBER PATER E’ UN VINO O UN’OPERA D’ARTE CONTEMPORANEA?

Liber Pater è il vino più caro del mondo – 33.000€ – al momento dell’uscita dalla cantina di produzione. E’ famoso in tutto il mondo ed è in piccolissime serie. Ha esattamente le stesse caratteristiche delle istallazioni artistiche. Lui stesso – il produttore Loic Pasquet – ha costruito il suo personaggio come un artista, con gesti eclatanti che sono andati su tutti i giornali, andando contro gli altri produttori di Bordeaux e persino contro l’INAO fino a farsi trascinare in tribunale.

Ma è proprio l’eccezionalità dei suoi gesti e dei suoi vini che lo mettono nella categoria degli artisti post contemporanei e fuori da un metro di giudizio enologico.

Vi pare assurdo?

Denarius-è-un-vino-o-un-mito-artistico?

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Se andiamo a vedere i risultati le cose stanno esattamente così.
Pasquet è diventato celebre per il suo tentativo di ricostruire il gusto dei vini pre fillossera. Ha impiantato le sue vigne sul terreno sabbioso della Graves che impedisce la vita del perfido ragno fillosserico e ha recuperato varietà quasi dimenticate come Castets Tarney-Coulant e Pardotte lasciandole su piede franco.

 

VINI COME RELIQUIE DEL PASSATO

Recentemente Pasquet ha presentato in suo nuovo vino Denarius che costa 750€ a bottiglia ma <<non è una seconda etichetta>> ha ribadito in modo da non confondersi con gli altri produttori di Bordeaux che hanno tutti una seconda linea.
E’ fatto con uve di Cabernet (anche se lo chiama con il nome antico di Petit Vidure) Merlot e piccole quantità di varietà minori fermentate in anfore di arenaria Clayver per dieci giorni per completare anche la malolattica.  Sono poi rimasti in anfora per due anni prima dell’imbottigliamento.

 

Il pettegolezzi fanno male o bene al vino?

Nel mondo del vino troppi parlano male degli altri mentre il racconto di se è afflitto da un perbenismo che rischia di annoiare e falsificare la realtà. I pettegolezzi…..

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di Donatella Cinelli Colombini

Ho sempre guardato male i troppi produttori che dicono male degli altri. La maggior parte di loro si scaglia contro i vicini accusandoli di coltivare male le vigne, fare pratiche improprie in cantina e così via. C’è sempre il figlio scapestrato o i debiti che stanno portando il collega alla bancarotta, l’importatore in Giappone che ha rimandato indietro un container del vicino perché il vino era difettoso …. Quante volte ho cercato di bloccare discorsi del genere! L’effetto è assolutamente controproducente sia sulla credibilità della denominazione che su quella del produttore che parla.

 

PARLARE MALE DEI VICINI E BENE DI SE’ STESSI E’ POCO CORRETTO E POCO CREDIBILE

E dire che molti credono di apparire più importanti proprio facendo questo tipo di commenti! Si tratta di un’abitudine così diffusa da farmi pensare che il primo argomento di conversazione dei produttori siano i problemi dei colleghi.
Per questo sono rimasta sbalordita leggendo l’articolo di James Lawrence su WineSearcher che si intitola <<Wine’s Aversion to Gossip Kills the Buzz>> letteralmente l’avversione del vino per i gossip uccide il chiacchericcio.
Forse che i diffamatori li sento solo io?
Lawrence continua il suo articolo <<All’inizio, ho pensato che l’avversione del vino per condividere pettegolezzi e allusioni fosse piuttosto affascinante>>e racconta come certe notizie vengano fuori solo a cena quando il tasso alcolico sale ma la mattina dopo vengono censurate <<la divulgazione della conversazione di ieri sera non può essere divulgata -verboten>>. Ed è a questo punto che capisco e mi ritrovo nella situazione descritta nell’articolo.

USA: metà delle cantine in vendita dopo il covid

Il sistema produttivo del vino USA è il primo ma non sarà l’unico ad affrontare un diffuso cambio di proprietà delle cantine per effetto della pandemia

 

Previsione di-mollte-cantine-USA-in-vendita-nel-2021

Previsione di-mollte-cantine-USA-in-vendita-nel-2021

Di Donatella Cinelli Colombini

La fonte non è giornalistica ma bancaria: la Silicon Valley Bank. La notizia è che metà delle cantine USA potrebbero essere messe in vendita nel 2021. Va detto che la stragrande maggioranza dei proprietari statunitensi non hanno le radici nella terra dei vigneti, come succede in Italia e apparentemente l’interesse a vendere nasce dalla convinzione che i valori immobiliari tengano. In altre parole c’è interesse a vendere e non a svendere.

50% DELLE CANTINE USA IN VENDITA NEL 2021

Rimane da vedere se questa ipotesi sarà confermata dai fatti e un numero così alto di imprese messe sul mercato contemporaneamente non farà crollare i prezzi.
Secondo il responsabile del settore vino della Silicon Valley Bank, Rob McMillan intervistato da W.Blake Gray per WineSearcher si prospetta dunque una vera girandola di compravendite soprattutto nelle Sierra Foothills, nella zona di Lodi/Clarksburg, a Napa e a Sonoma.
<<In un momento come questo, incontri acquirenti che pensano che sia il 1929 e venditori che pensano che sia il 2015>> ha detto McMillan manifestano gli stessi miei dubbi sulla tenuta dei valori immobiliari.

DIFFERENZE FRA  LA WINE  INDUSTRY  USA E I PRODUTTORI DI VINO ITALIANI

Previsione di-mollte-cantine-USA-in-vendita-nel-2021

Previsione di-mollte-cantine-USA-in-vendita-nel-2021

La produzione del vino in USA ha una storia giovane e spesso una matrice speculativa perché il terreno da vigna è cresciuto di valore quasi ovunque e i guadagni della wine industry sono stati molto più alti che in Europa.

Da noi fare vino è generalmente una tradizione di famiglia e ci sono norme che limitano fortemente la crescita e i guadagni delle imprese: regole sui diritti di impianto, contingentamento delle superfici Doc/DOCG, salvaguardia del paesaggio, tasse, costo della mano d’opera …..
Secondo i dati ufficiali il wine business 2020 viene definito buono o molto buono dal 79% delle cantine USA. Un dato che lascia abbastanza dubbioso l’autore dell’articolo e su cui anch’io ho delle riserve. Infatti se le cantine che vendono alle rivendite e alle società di delivery, se la sono cavata, tuttavia la crisi dei ristoranti causata dal covid ha colpito tutte le imprese di produzione enologica.

Va comunque considerato che le winery a stelle e strisce hanno tratto vantaggio dal modo con cui gestiscono la clientela privata. L’e-commerce, i wine club aziendali e la community di clienti privati -censiti e ben profilati- a cui fanno offerte periodiche online e per telefono. Tutte cose che loro fanno da anni e sono servite ad attenuare gli effetti del covid, mentre noi in Italia le stiamo attuando solo ora e senza nessuna esperienza.

Influencer e giornalisti del vino sono in guerra?

Forte attacco dei wine writer agli influencer del vino, accusati di poca professionalità e narcisismo. Ma forse è solo necessario distinguere i ruoli

 

Chiara Giannotti, influencer, esperta di vino con reputazione internazionale

Chiara Giannotti, influencer, esperta di vino con reputazione internazionale

di Donatella Cinelli Colombini

A volte, i titoli degli articoli sono irresistibili <<The Incurable Plague of Wine Influencers>> e poi prosegue: non li uccide neanche il Covid. Come si fa a non leggerlo?
Pare che i giornalisti del vino abbiano iniziato un’autentica crociata contro gli influencer e The Guardian pubblichi giornalmente articoli sul narcisistico che esprimono i loro set fotografici. James Lawrence, autore dell’articolo, di WineSearcher, da cui sono partita, ha espressioni davvero forti parlando della loro <<nauseabonda auto-esaltazione>>. Descrive anche il suo primo incontro nel 2018 <<ci misurammo l’un l’altro, come un cobra che incontra una mangusta>>. Un paragone impressionante, ma probabilmente verosimile, visto che Lawrence disse pubblicamente che il loro successo <<era in gran parte un flirt passeggero di alcuni mega-marchi con soldi in eccesso da buttare>>.

 

GLI INFLUENCER DEL VINO VISTI DAI GIORNALISTI

Stefano Quaglierini, influencer ed enologo

Stefano Quaglierini, influencer ed enologo

Le invettive continuano nelle righe successive: <<dubito della loro capacità di influenzare una massa critica di consumatori di vino, nonostante i migliori sforzi di detta gente>>. Il presupposto principale della sua critica è che gli influencer incoraggiano le illusioni dei consumatori, il desiderio di uno stile di vita superiore che non hanno e non avranno mai. Alimenterebbero la <<cultura delle celebrità>>, cioè la curiosità ed il desidero di quel mondo dorato di super lusso, di superfluo, esclusivo e costosissimo in cui solo le pop star riescono ad entrare. <<L’immagine dell’influencer che penzola sulla piscina a sfioro, pochette in mano, si vende>> quella del caseificio molto di meno e sfortunatamente anche la vinificazione è un’attività noiosa e priva di glamour.

 

GLI INFLUENCER DEL VINO SONO SOLO IMMAGINE?

Riflessione vera ma che potrebbe estendersi a tutte le pagine pubblicitarie dei grandi marchi della moda. Quanti possono spendere 4.000€ in una pochette?
Ancora meno condivisibile l’accusa <<l’obiettivo principale dell’influencer è quello di vendere se stessi, tutto il resto è in secondo piano>>. Forse qualcuno sì, ma certo non tutti.
Mi ricordo una frase simile scritta lo scorso anno dal produttore di Erbaluce di Caluso, Camillo Favaro: <<Non sapendone di vino e, molto spesso, non conoscendo la lingua italiana scritta, dovrebbero limitarsi ad allietare gli astanti, esclusivamente con la mercanzia di cui dispongono e di cui, evidentemente, vanno particolarmente orgogliose>>, parole sessiste oltre che di forte critica professionale.

 

Sommelier post covid sempre più virtuale

Nel mondo 100.000 ristoranti non riapriranno e 3 milioni di persone rimarranno senza lavoro; i sommelier devono reinventarsi on line

 

Sommelier post-covid: reinventarsi digitali - Marika Vida aka TheMomSomm

Sommelier post-covid: reinventarsi digitali – Marika Vida aka TheMomSomm

di Donatella Cinelli Colombini

240 miliardi di Dollari di perdite nella ristorazione lasciano il segno. Dopo il covid, i locali che sopravvivranno taglieranno sui costi e ridurranno il personale. Quelli che avevano uno stipendio alto, oppure svolgevano un lavoro non essenziale, rischiano di non venire riassunti.

 

IL POST COVID CON MOLTO BUIO E QUALCHE LUCE PER I SOMMELIER

I dati di TheDrinksBusiness sulla Gran Bretagna sono disastrosi: un terzo dei disoccupati causato dall’epidemia è nella ristorazione che perde circa 300.000 posti di lavoro.

Evan Goldstein - sommelier post-covid: reinventarsi digitali

Evan Goldstein – sommelier post-covid: reinventarsi digitali

In mezzo al buio c’è anche qualche luce e un interessante articolo di Kathleen Willcox su Wine Searcher analizza le criticità ma anche le opportunità del post pandemia.
I più colpiti dai licenziamenti del settore hospitality saranno le hostess e i sommelier. Questi ultimi probabilmente lasceranno le mansioni amministrative e manageriali, svolte negli anni scorsi, per tornare a lavorare in sala a contatto con i clienti. Ma per loro si apre anche una nuova opportunità: parlare di vino on line.

 

I SOMMELIER  POST COVID DIVENTANO VIRTUALI

L’e-commerce del vino fatturerà 40 miliardi nel 2024 (fonte IWSR) ed ha bisogno di persone capaci di appassionare i consumatori raccontando loro vitigni, cantine, etichette meno famose, cioè i vini che senza un narratore passerebbero inosservati. Già adesso cresce il numero di sommelier che scelgono, assaggiano i vini e li descrivono prima che le bottiglie vengano mandate ai clienti. Infine le degustano insieme a loro usando internet. I wine club, ad esempio, stanno sviluppando la loro attività, esattamente in questo modo. Gli eventi virtuali, preceduti dall’invio di un pacco di prodotti da assaggiare durante il collegamento on line, sono aumentati enormemente fino a versioni sofisticate e personalizzate, mentre i fatturati cominciano ad essere ragguardevoli.
Moltissimi, se non tutti i sommelier, hanno aumentato la loro presenza on line, cosa che facevano volentieri anche prima, ma solo nei pochi ritagli di tempo. C’è chi ha iniziato a intervistare i personaggi del mondo del vino, come Vida-Arnold su instagram themomsomm, dove sfrutta i suoi contatti anche per fare tutorials e persino festival virtuali con seminari on line. L’unico problema è che iniziative come i seminari, cioè la lezione con degustazione dimostrativa, rendono una cifra maggiore dal vivo piuttosto che on line.

 

Irrigazione dei vigneti: produrre di più o meglio?

Pro e contro l’irrigazione dei vigneti: meglio evitare lo stress idrico dando acqua oppure far scendere in profondità le radici accettando il clima?

Irrigazione-nei-vigneti

Irrigazione-nei-vigneti

Di Donatella Cinelli Colombini

C’è una radicata convinzione che i vitigni diano il meglio di sé in condizioni estreme. Fin ora questo concetto era interpretato soprattutto con l’altitudine e lo spostamento a Nord. Come dire <<il Merlot di Petrus è un capolavoro quello californiano è banale>> oppure <<lo Champagne è a rischio con il cambiamento climatico il futuro è sui banchi gessosi dell’Inghilterra>>. Quante volte abbiamo sentito questi discorsi!
Ma a forse oggi dobbiamo guardare la questione anche da una diversa angolazione: basta cercare climi più freschi ove le maturazioni tecnologica e polifenolica procedano lentamente di pari passo, oppure il problema è anche lo stress idrico?

Irrigazione-nei-vigneti

Irrigazione-nei-vigneti

IRRIGAZIONE: VANTAGGI QUANTITATIVI SICURI VANTAGGI QUALITATIVI DUBBI

Le precipitazioni troppo violente e concentrate nello stesso periodo danno abbastanza acqua al terreno delle vigne? Lo stress idrico fa male alle viti? Ma quanto fa male? Risolverlo con l’irrigazione è utile o dannoso? E soprattutto l’irrigazione estiva, quella chiamata “di soccorso” crea un vantaggio quantitativo o un problema qualitativo?
Un articolo di Margaret Rand su WineSearcher, che vi invito a leggere, ci aiuta a riflettere. Ovviamente non stiamo parlando dei vigneti industriali che producono vino commodity quello a basso prezzo per il consumo quotidiano. <<Continua a esserci un mercato per questo, così come esiste un mercato per i polli allevati in batteria>>, ma discutere dell’irrigazione come elemento che modifica il terroir ha un senso per i vini complessi, eleganti, di grande pregio. Riguarda essenzialmente la modificazione del loro profilo indotta da intervento artificiale sul clima.
<<Jean-Luc Colombo, di Cornas nel Rodano, afferma che l’irrigazione conferisce al Syrah sapori fruttati e di marmellata, mentre il Syrah non irrigato ha aromi di fiori di campo e viola>> da questa affermazione parte l’analisi di Margaret Rand.

Mineralità del vino, non viene dalla terra ma c’è

Discussione accesa sulla mineralità del vino: gli scienziati escludono derivi dal terreno, gli assaggiatori no, ma forse è nel patrimonio biologico del vigneto

Egon Muller Scharzhof Scharzhofberger Riesling Trockenbeerenauslese

Mineralità-nei-vini-Egon Muller Scharzhof Scharzhofberger Riesling Trockenbeerenauslese

Di Donatella Cinelli Colombini

La mineralità è sicuramente uno dei termini più abusati da parte di chi si occupa di vino. Piace moltissimo ai consumatori anglosassoni e qualifica soprattutto i bianchi per cui la parola minerale compare spesso fra i descrittori aromatici in riferimento al sentore di rocce frantumate o di pietra bagnata. La troviamo citata anche quando i sentori di pietra focaia sono solo un vaghissimo ricordo.

MINERALITA’ DEI VINI NON VIENE DAL TERRENO

Gli assaggiatori la sentono, ne parlano ma tutta la scienza compatta nega la sua derivazione dal terreno e persino la sua esistenza: la vite e l’uva non possono acquisire profumi e sapori dai minerali contenuti nel suolo in cui sono coltivati, dicono molti di loro,  ma eventualmente prendere caratteri minerali in terroir particolarmente sfavorevoli dove la maturazione non avviene completamente.

ALCUNI SCIENZIATI NEGANO L’ESISTENZA DELLA MINERALITA’ DEL VINO

Valle del Reno vigneti

Mineralità-dei-vini-Valle del Reno vigneti

Sarebbe quindi più un difetto più che un pregio da ricondurre alla maggiore acidità dei vini ottenuti da uve raccolte in condizioni di minore maturità e poi fatti maturare in botti di rovere poco pregiato. <<L’unico modo in cui il terreno potrebbe contribuire alla mineralità del vino è quando, in qualche modo, ha causato la produzione di uva poco matura>> ha detto il dott. Kevin Pogue, professore di geologia al Whitman College, a Vicki Denig di WineSearcher.  Un’affermazione dura che tuttavia non scoraggia assaggiatori e enologi che invece la sentono soprattutto nel finale << i vini che esprimono al meglio la mineralità – la evidenziano soprattutto nella persistenza dopo la deglutizione, non mentre sono ancora in bocca>> sostiene Paul Wasserman, direttore delle vendite della West Coast per Becky Wasserman & Co.

E’ l’etichetta che fa vendere il vino?

E’ l’etichetta oppure è la qualità del vino che determina il successo di un’etichetta? Entrambe le cose ma sullo scaffale vincono etichetta e prezzo

Etichetta-premiata-a-Vinitaly-Giallo-Paglia-Etichetta-anno-vermentino

Etichetta-premiata-a-Vinitaly-Giallo-Paglia-Vermentino

Di Donatella Cinelli Colombini

In effetti l’etichetta ha un peso consistente nella decisione d’acquisto del vino sullo scaffale, almeno nel 71% dei casi, quando la scelta è d’impulso. Per questo il look ha un ruolo determinante nei vini da consumo quotidiano che vengono comprati in GDO mentre influenza meno la scelta dei clienti al ristorante che decidono in base alla wine list e con l’aiuto di un maitre o un sommelier. Vicki Denig per WineSeacher ha fatto una serie di interviste sull’argomento giungendo alla conclusione che l’etichetta interviene sulla decisione di acquisto in due modi: attraverso le informazioni che fornisce (su vitigno, zona di origine, alcool, storia, modalità di consumo) e tramite la grafica che indica lo stile generale del vino cioè la sua filosofia.
Chi lavora nel settore ha confermato che l’etichetta influenza persino i buyer << che brutta etichetta non voglio nemmeno assaggiare il vino>> .

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etichette-capaci-di-distinguersi

In certi casi costringe ad azioni provocatorie tipo la vendita di <<grandi vini con orribili etichette>> perché altrimenti nessuno li chiederebbe.

GRAFICA DELLE ETICHETTE DI VINO

In linea di massima le etichette si raggruppano in due grandi tipologie: quelle moderne e quelle classiche. In ogni caso il packaging dovrebbe essere la rappresentazione della filosofia aziendale ma sempre con un occhio al mercato. Ci sono infatti produttori che non accettano nessun compromesso << io vendo vino e non cerco di accaparrarmi clienti con l’etichetta>>. Opinione che potrebbe avere effetti disastrosi perché in rivendite che espongono migliaia di tipologie, i vini venduti sono quelli con packaging accattivane o singolare mentre quelli più anonimi attraggono solo se hanno un grande nome come Sassicaia o Paz & Hall. Questo è tanto più vero nei punti vendita senza assistenza dove il cliente deve scegliere da solo senza un professionista a consigliarlo.
Per i produttori storici il consiglio è quello di mantenere le etichette in uso da 50 oppure 100 anni ma non per questo sottostimare l’importanza del packaging come, purtroppo, fanno moltissimi enologi.

E’ tempo di cambiare il modo di giudicare i vini?

Polemic

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he, idee e suggerimenti per i wine critics che si trovano alle prese con la crescente influenza delle recensioni dei consumatori nei portali del vino

Polemiche e riflessioni sul ruolo e i metodi della critica enologica. Un argomento caldissimo nell’ultimo anno dopo la campagna social del rivenditore inglese Naked Wines con le sue “5 golden rules to choosing a good bottle of wine” cinque regole d’oro per comprare il vino.

NAKED WINES E LE SUE CINQUE REGOLE D’ORO PER COMPRARE IL VINO

Si tratta di una campagna del 2018 in cui comparivano frasi del tipo << …don’t trust wine critic recommendations either – they need to seem useful, or they’ll be out of a job! So they invent trends and get paid to push you toward certain wines … the best thing to do is look for real customer reviews>> non fidatevi dei consigli dei critici del vino, costoro devono sembrare utili, per non rimanere senza lavoro! Così inventano le tendenze e vengono pagati per spingervi verso determinati vini … la cosa migliore da fare è guardare le recensioni dei veri consumatori>>. Frasi che hanno scatenato un putiferio al punto che Rowan Gormley, responsabile di Naked Wines ha dovuto scusarsi con i critici che minacciavano querele.

La polemica si è affievolita ma non si è spenta del tutto, soprattutto in Gran Bretagna e WineSearcher pubblica un divertente articolo di Oliver Styles che sviluppa,

Firenza-Chianti-Classico-anteprima

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con toni più misurati ma diverse frecciate, l’argomento della critica enologica all’indomani delle degustazioni en primeur sui vini di Bordeaux.

E’ IL MOMENTO DI CAMBIARE I GIUDIZI SUI VINI?

La domanda che viene posta è <<E’ il momento di cambiare i giudizi sui vini?>> Il giudizio del critico che assaggia in solitudine tende a polarizzare i giudizi punendo e premiando molto ma fa emergere i vini di grande personalità. Il panel composto da un gruppo di esperti si avvicina di più al giudizio dei consumatori evoluti, è insomma più “popolare”.
Il punteggio assegnato da un singolo degustatore diventa ancora più complicato in occasione delle “en primeur” quando riguarda un vino di sette mesi in rapida evoluzione per il quale bisogna prevedere il futuro livello qualitativo. Si tratta di rating difficilissimi che costringono molti critici a ripetere il barrel tasting più colte a distanza di giorni evidenziando una grande incertezza.
Da qui un’idea che, appare stravagante, ma forse non è poi così strana: il metodo degli Oscar del cinema. Cioè chiedere ai critici e ai produttori di cercare una valutazione unanime.

Armonia del vino: quanto conta

Quanto pesa l’armonia del vino? Dal giudizio tradizionale a quello più recente che tiene in maggior considerazione i caratteri identitari e la personalità

L'armonia-del-vino-un-carattere da-cercare-nella-natura

L’armonia-del-vino-un-carattere da-cercare-nella-natura

Di Donatella Cinelli Colombini, Toscana, Orcia Doc, Fattoria del Colle

A volte il nostro giudizio sui vini nasce dall’ abitudine, da parametri che applichiamo quasi inconsapevolmente e oggi, alla luce del global warming e del nuovo movimento dei vini naturali, richiedono un completo ripensamento. Il primo e principale di questi è l’armonia dei vini.
Io sono una fanatica dell’armonia. L’enorme cura delle vigne, l’acquisto di tini di cemento nudo, i follatori, le botticelle da 7 ettolitri per la maturazione … tutto mira a mantenere il naturale equilibrio dell’uva. Ma quando ho letto la frase << Perfection is boring>> la perfezione è noiosa, mi dico <<cavolo ha ragione!>> mi viene in mente Thomas Mann nella “Montagna incantata” quando scrive che la natura rifugge dall’esattezza. Per questo la ricerca di perfezione contiene dentro di se il germe della manomissione della natura. Perchè la natura è piena di diversità.

Riesling alsaziano Zind Humbrecht vigneti biodinamici

Riesling alsaziano Zind Humbrecht vigneti biodinamici

E infatti, come scrive Oliver Styles nel suo bellissimo articolo di WineSearcher , <<show me perfect balance and I’ll show you commercial Pinot Grigio>> mostrami un perfetto esempio di armonia e ecco a voi un Pinot Grigio commerciale.
Ho vissuto l’esperienza di giurato in un concorso enologico internazionale, lo scorso maggio e posso confermare che i vini “da supermercato” quelli senza difetti ma anche senza grande personalità avevano la maggiore probabilità di ottenere alti punteggi. Questo perchè, come ha notato correttamente Oliver Styles, la ricerca di equilibrio fra alcool – frutto – tannino – e acidi – porta, in molti casi a snaturare gli elementi caratterizzanti di una varietà d’uva o di vino. Una pratica che trova opposizione nel movimento dei vini naturali al quale dobbiamo la rivalutazione del concetto di integrità in contestazione con i parametri tradizionali dell’assaggio.

                                                                       
Cinelli Colombini
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