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Cantine turistiche cambiano dopo il covid 1

4 le principali novità e 4 parole chiave: esperienza, digitale, cambio di target e ambientalismo. Primo punto l’offerta enoturistica fotocopia deve finire

 

Di Donatella Cinelli Colombini

Cantine Dei - Montepulciano: enoturismo che cambia

Cantine Dei – Montepulciano: enoturismo che cambia

Tante novità in parte già evidenti e, in certi casi, appena visibili, che tuttavia richiedono un immediato adeguamento dell’offerta enoturistica da parte di chi vuole riconquistare i flussi e il successo che aveva prima del covid.

 

CAMBIARE L’ACCOGLIENZA TURISTICA PER TORNARE AL SUCCESSO

L’alternativa, per chi non cambia, è apparire come qualcosa di vecchio, “déjà vu” e non più adeguato rispetto ad un visitatore che esce dalla pandemia profondamente diverso: ha un nuovo profilo, nuovi bisogni, nuovi modi per cercare e prenotare le visite in cantina.
Sotto molti aspetti quello che, per le cantine turistiche, oggi appare immediatamente necessario, era già una tendenza a cui dare una risposta prima del covid; l’epidemia ha solo accelerato in pochi mesi l’evoluzione della domanda che sarebbe comunque avvenuta in cinque o dieci anni. La difficoltà di adeguarsi a questo scenario modificato, nasce dalla crisi che il coronavirus ha creato nelle cantine sotto forma di difficoltà commerciali. Una problematica forte soprattutto nelle piccole imprese e in quelle distribuite principalmente nell’HORECA.

Segway Argiolas: enoturismo che cambia

Segway Argiolas: enoturismo che cambia

Altro elemento critico è il turismo che colpisce le imprese del vino sotto più aspetti: nella vendita diretta e nel sottoutilizzo delle strutture di ristorazione e pernottamento costruite negli ultimi trent’anni come integrazione dei redditi agricoli o come complemento alla propria impresa.
Un quadro complicato che tuttavia va affrontato con coraggio e tempestività cercando di mediare fra le esigenze del target enoturistico attuale, costituito soprattutto da italiani, e quello futuro che, come tutti speriamo, avrà un carattere più internazionale, a somiglianza di com’era prima del 2020.
Dividerò l’argomento in 4 capitoletti: noia e scoperta come cambia l’offerta enoturistica, innovazione e last minute come cambia la ricerca delle cantine, donne e enoturisti per caso come cambia il target, ambiente e overtourism come cambiano i valori.

 

NOIA E SCOPERTA, COME CAMBIA L’OFFERTA ENOTURISTICA

Le cantine italiane aperte al pubblico erano 25 nel 1993 e quasi trent’anni dopo sono diventate 30.000. Questo ha originato un’assoluta necessità di differenziarsi, infatti se le prime 25 aziende potevano soddisfare i visitatori spiegando i processi produttivi e offrendo un assaggio del proprio vino, un’offerta simile apparirebbe noiosa e poco attraente, nelle condizioni attuali.
Ma purtroppo proprio così che si è configurata l’offerta enoturistica, come una fotocopia. La stragrande maggioranza delle cantine turistiche propone la stessa visita standard e questo ha diffuso la convinzione che <<uffa, sono tutte uguali>> spingendo più di un turista con propensione enogastronomica a scegliere l’escursione nell’ovile delle pecore con caseificio, invece di un tour fra le botti.

El beker Fabrizio Nonis

E’ il macellaio più televisivo del mondo. Inclinazioni particolari: passioni carnali. E’ simpatico, gentile, intelligente ed estroverso, è el Beker

il Beker Fabrizio Nonis macellaio più televisivo del mondo

il Beker Fabrizio Nonis macellaio più televisivo del mondo

di Donatella Cinelli Colombini

E’ nato in Canada dove il padre Celso era emigrato, poi un tragico episodio ha riportato la sua famiglia nella terra d’origine, in Veneto, a Cinto Caomaggiore e quando, dopo le scuole superiori, lo rispedirono a Toronto <<non parlavo più inglese e ho dovuto rimpararlo>>. E lo ha imparato bene, tanto da conseguire il master in pubbliche relazioni aziendali ma soprattutto di assorbire la mentalità nordamericana del business e del marketing.

 

STORIA DI UN MACELLAIO ITALO CANADESE DIVENTATO CELEBRITY

Tuttavia Fabrizio el Beker è veneto fino al midollo, parla, pensa e vive orgogliosamente con le radici in quell’angolo d’Italia che da Venezia va verso il Friuli. Così come si è sempre sentito un macellaio, che da bambino ha imparato ad usare i coltelli accanto al padre e, dopo essere tornato in Italia, ha lasciato il posto di manager di una multinazionale per tornare nell’azienda di famiglia e trasformarla in una boutique di specialità tipiche a base di carne. E’ a questo punto che l’ho incontrato grazie ai buoni auspici della comune amica Marzia Morganti Tempestini. Lui è venuto a trovarmi riempiendo la mia dispensa di salumi veneti e io sono andata a trovarlo sgranando gli occhi di fronte alle vetrine che presentavano il filetto di maiale come fosse una borsa di Gucci.

Gabriele Gorelli Primo Master of Wine italiano

E’ montalcinese, poliglotta, gentile, intelligente, grande lavoratore e comunicatore, conosce e capisce il vino … il primo Master of Wine italiano Gabriele Gorelli

 

Brookshow e Gorelli Brunello nel cuore

Brookshow – Gabriele Gorelli, Donatella Cinelli Colombini, Fabrizio Bindocci: libro “Brunello nel cuore”

di Donatella Cinelli Colombini

Al messaggio di congratulazioni mio e di Violante ha risposto <<Carissime, so che avete sempre fortemente creduto in me. Questo mi stimola e mi rende fiero del tessuto imprenditoriale toscano e italiano. È stata dura, molto dura. Ancora non ci credo … Grazie infinite, G.>> Poche parole che trasmettono la grande tensione, non ancora smaltita, rispetto a una prova impegnativa oltre le previsioni e l’enorme emozione successiva. Quasi sotto choc, per un successo inseguito da 5 anni e che tutta l’Italia del vino aspettava da almeno trenta.

 

ITALIANI WINE EXPERT CHE FANNO FATICA AD AFFERMARSI RIMANENDO IN PATRIA

Sembrava un tormentone, fra i 418 Master of Wine c’erano esperti di vino di 32 nazioni ma nessun italiano. Quasi un sigillo di provincialismo enoico che si manifesta ormai troppo spesso: ricordiamo la figuraccia al concorso a squadre per sommelier del 12 ottobre 2019 al Castello di Chambord in Francia, dove i nostri sono arrivati ultimi su 27 nazioni partecipanti. Ed è stata la seconda volta consecutiva.

Benvenuto Brunello: la cerimonia dietro le quinte con Gabriele Gorelli

Benvenuto Brunello: la cerimonia dietro le quinte con Gabriele Gorelli

I nostri wine expert sono tecnicamente fortissimi e, quando vanno all’estero fanno letteralmente il botto, basta ricordare Matteo Montone, milanese trapiantato a Londra che ha vinto il titolo di Miglior Giovane Sommelier del Mondo nel 2019 e, nell’estate scorsa, è entrato nella Court of Master Sommelier. Anche in questo sodalizio ci sono 267 membri di tutto il mondo ma solo 2 italiani, entrambi operanti all’estero.
Il caso più eclatante è Paolo Basso che ha vinto il titolo di miglior Sommelier del Mondo ASI nel 2013 concorrendo per la Svizzera.
Gabriele Gorelli sembra sconfiggere questo luogo comune di italiani provinciali in patria e capaci di sbocciare solo andando all’estero. Infatti Gabriele è un giovane DOCG nato e cresciuto fra le vigne di Brunello, suo nonno aveva proprio un piccolo appezzamento e lui non ha mai cambiato luogo di residenza.

 

ITALIAN WINE TOUR

Storia del viaggio in camper nell’Italia del vino di Lavinia Furlani e Fabio Piccoli nell’anno del covid per trovare le chiavi della ripartenza

Di Donatella Cinelli Colombini

Fabio-Piccoli-e-Lavinia-Furlani-rispettivamente-direttore-responsabile-e-direttore-editoriale-di-Wine-Meridian

Fabio-Piccoli-e-Lavinia-Furlani-rispettivamente-direttore-responsabile-e-direttore-editoriale-di-Wine-Meridian

Un viaggio durato 35 giorni nell’estate di libertà fra i lockdown 2020 che ha portato Fabio Piccoli e Lavinia Furlani fra i maggiori esperti e formatori di wine business in Italia a vedere 67 cantine di tutta Italia.

I racconti di viaggio, pubblicati a caldo insieme a video e foto, sono poi diventati un libro che è quasi una testimonianza del risveglio del vino  italiano dopo la prima ondata epidemica <<in molte aziende visitate siamo stati i primi ad entrare dopo la fine del lockdown … non ci siamo trovati di fronte uno sterile vittimismo ma una forte volontà di farcela … e una disponibilità ad accettare i cambiamenti>> Insomma il mondo del vino si piega ma non si spezza e anzi tiene duro.

ITALIAN WINE TOUR VIAGGO IN CAMPER NELL’ITALIA DEL VINO

Camper-Gino-Italian-Wine-Tour-Lavinia-Furlani-Fabio-Piccoli

Camper-Gino-Italian-Wine-Tour-Lavinia-Furlani-Fabio-Piccoli

Ed ecco che i racconti delle cantine dove il camper Gino si è fermato durante il viaggio sono un coro di voci forti ma anche una continua scoperta perché, ha ammesso Fabio Piccoli, quando ci siamo sentiti dopo il viaggio, il virtuale non basta, anzi, tuffarsi nella realtà del vino <<mi ha fatto scoprire una realtà umana e imprenditoriale superiore a ogni attesa>>.
Da questa costatazione è nato l’intervento congiunto Donne del VinoWineMeridian -TouringClub in occasione di Wine2wine  <<il virtuale non basta vince l’enoturismo en plein air>>.
Siamo partiti dal progetto “camper friendly” e il successo 2020 del turismo itinerante, per parlare del crescente bisogno di esperienze turistiche partecipate e vere, fuori dai contesti fatti per i turisti cioè dai non luoghi del vino.

Influencer e giornalisti del vino sono in guerra?

Forte attacco dei wine writer agli influencer del vino, accusati di poca professionalità e narcisismo. Ma forse è solo necessario distinguere i ruoli

 

Chiara Giannotti, influencer, esperta di vino con reputazione internazionale

Chiara Giannotti, influencer, esperta di vino con reputazione internazionale

di Donatella Cinelli Colombini

A volte, i titoli degli articoli sono irresistibili <<The Incurable Plague of Wine Influencers>> e poi prosegue: non li uccide neanche il Covid. Come si fa a non leggerlo?
Pare che i giornalisti del vino abbiano iniziato un’autentica crociata contro gli influencer e The Guardian pubblichi giornalmente articoli sul narcisistico che esprimono i loro set fotografici. James Lawrence, autore dell’articolo, di WineSearcher, da cui sono partita, ha espressioni davvero forti parlando della loro <<nauseabonda auto-esaltazione>>. Descrive anche il suo primo incontro nel 2018 <<ci misurammo l’un l’altro, come un cobra che incontra una mangusta>>. Un paragone impressionante, ma probabilmente verosimile, visto che Lawrence disse pubblicamente che il loro successo <<era in gran parte un flirt passeggero di alcuni mega-marchi con soldi in eccesso da buttare>>.

 

GLI INFLUENCER DEL VINO VISTI DAI GIORNALISTI

Stefano Quaglierini, influencer ed enologo

Stefano Quaglierini, influencer ed enologo

Le invettive continuano nelle righe successive: <<dubito della loro capacità di influenzare una massa critica di consumatori di vino, nonostante i migliori sforzi di detta gente>>. Il presupposto principale della sua critica è che gli influencer incoraggiano le illusioni dei consumatori, il desiderio di uno stile di vita superiore che non hanno e non avranno mai. Alimenterebbero la <<cultura delle celebrità>>, cioè la curiosità ed il desidero di quel mondo dorato di super lusso, di superfluo, esclusivo e costosissimo in cui solo le pop star riescono ad entrare. <<L’immagine dell’influencer che penzola sulla piscina a sfioro, pochette in mano, si vende>> quella del caseificio molto di meno e sfortunatamente anche la vinificazione è un’attività noiosa e priva di glamour.

 

GLI INFLUENCER DEL VINO SONO SOLO IMMAGINE?

Riflessione vera ma che potrebbe estendersi a tutte le pagine pubblicitarie dei grandi marchi della moda. Quanti possono spendere 4.000€ in una pochette?
Ancora meno condivisibile l’accusa <<l’obiettivo principale dell’influencer è quello di vendere se stessi, tutto il resto è in secondo piano>>. Forse qualcuno sì, ma certo non tutti.
Mi ricordo una frase simile scritta lo scorso anno dal produttore di Erbaluce di Caluso, Camillo Favaro: <<Non sapendone di vino e, molto spesso, non conoscendo la lingua italiana scritta, dovrebbero limitarsi ad allietare gli astanti, esclusivamente con la mercanzia di cui dispongono e di cui, evidentemente, vanno particolarmente orgogliose>>, parole sessiste oltre che di forte critica professionale.

 

Stefano Patuanelli nuovo Ministro dell’Agricoltura

Speriamo che  sia l’uomo dell’innovazione in agricoltura e la renda sostenibile e collegata ai consumatori. L’ingegner Stefano Patuanelli potrebbe portare le campagne nell’epoca digitale

 

Stefano Patuanelli - nuovo Ministro dell'Agricoltura

Stefano Patuanelli – nuovo Ministro dell’Agricoltura

di Donatella Cinelli Colombini

Oggi solo il 16% delle aziende agricole italiane è digitalizzata. Lo scarso uso di internet dipende dall’età degli agricoltori che in Italia è alta, dalla loro scolarizzazione che invece spesso è bassa e dalla copertura della rete che, in campagna, è a macchia di leopardo. Chi non si è perso cercando una cantina perché il navigatore si è scollegato? Tutti hanno avuto questo tipo di esperienze: le frecce segnaletiche sono solo ai due incroci prima dell’azienda e le colline, dei nostri distretti viticoli, fanno il resto.
L’ingegner Patuanelli potrebbe essere il Ministro dell’agricoltura che  rinnova e innova nel pieno rispetto della natura.
Triestino, 46 anni, laureato in ingegneria civile (mannaggia, era meglio ingegneria elettronica!) con 110 e lode, sposato con 3 figli appassionato di pittura e architettura, ama il basket e l’atletica. Attivista 5 Stelle della prima ora, è in Parlamento dal 2018 come capogruppo al Senato e poi Ministro dello Sviluppo Economico nel secondo governo Conte. Si è opposto alla Tav ma non per questo rifiuta i cambiamenti, anzi la sua esperienza al MISE dovrebbe avergli dato gli strumenti per progettare i processi verso l’innovazione, la sostenibilità e la digitalizzazione.
Io credo che le contaminazioni servano, e mettere alla guida dell’agricoltura italiana un ingegnere con un’esperienza nello sviluppo economico potrebbe fare la differenza. Resta da vedere se la sua intelligenza scientifica è più simile a quella di Albert Einstein leggendariamente privo vi senso pratico, oppure a Adriano Olivetti che era meno intelligente ma dotato di più umanità e senso organizzativo.
Le prospettive commerciali, turistiche e persino il passaggio generazionale in agricoltura dipendono in larga misura dall’introduzione di innovazione. Dall’uso dell’elettronica deriva la riduzione dei pesticidi perché la green economy non è il ritorno all’uomo delle caverne, bensì una maggiore conoscenza del clima e delle sue influenze sulla vita vegetale per cui servono centraline, collegamenti satellitari e con la rete fissa e mobile degli agricoltori.
Dall’uso del web dipende l’accorciamento delle catene commerciali previsto dal progetto farm-fork perché l’uomo di città potrà andare ad approvvigionarsi sul luogo di produzione solo se il telefonino lo guiderà fino a li.

Come evitare opacizzazioni e puzze dei bicchieri da vino

Cosa rovina i bicchieri da vino? La puzza e l’opacizzazione. Donatella vi insegna come risolvere facilmente questi problemi diffusi e fastidiosi

 

di Donatella Cinelli Colombini

Il primo problema è l’opacizzazione che riguarda soprattutto il vetro e meno il cristallo ma deriva dal lavaggio.

 

Bicchieri da vino: opacizzazione e puzze, come evitare il problema

Bicchieri da vino: opacizzazione e puzze, come evitare il problema

COME EVITARE L’OPACIZZAZIONE DEI CALICI DA VINO

L’ossido di silicio che compone il vetro diventa cristallo con l’aggiunta di altre componenti fra cui l’ossido di piombo in una percentuale superiore al 24%. E’ il metallo a conferire al cristallino la particolare lucentezza e trasparenza. Ci sono tuttavia i “vetri sonori superiori” senza piombo, che hanno brillantezza molto simile al cristallo al piombo, ma prezzi decisamente più abbordabili e sono più pratici da usare.
I bicchieri, di qualunque materiale siano fatti, devono brillare e quindi bisogna evitare che si opacizzino.

 

L’OPACIZZAZIONE DERIVANTE DALLA LAVASTOVIGLIE

Bicchieri da vino: opacizzazione e puzze, come evitare il problema

Bicchieri da vino: opacizzazione e puzze, come evitare il problema

Nel lavaggio a macchina bisogna evitare che le coppe si tocchino una con l’altra, inoltre è necessario usare il detersivo liquido o il gel anziché le pastiglie, poi è bene sostituire il brillantante con dell’aceto di vino che rimuove anche eventuali macchie causate dal calcare dell’acqua. Non usare programmi di lavaggio lunghi e soprattutto le alte temperature. Aprire lo sportello a fine lavaggio facendo uscire il vapore e asciugare i bicchieri con un panno morbido senza odori (quindi non lavato con ammorbidente).

 

L’OPACIZZAZIONE DERIVANTE DA ACQUA DURA

Quando l’opacizzazione dipende dall’acqua troppo dura è possibile risolvere il problema immergendo i calici in acqua molto calda in cui è stato sciolto il bicarbonato. Dopo un bagno di dodici ore ed un risciacquo con acqua fredda, dovrebbero essere belli lucenti ma se questo non avviene significa che l’opacizzazione dipende dall’abrasione, non c’è niente da fare, bisogna rottamare i bicchieri in una fabbrica di cristalli e comprarne di nuovi.

 

Come mettere i bicchieri da vino in tavola

Piccolo galateo dei bicchieri da vino. Come si dispongono sulla tavola e quando si levano i calici adatti per apprezzare le prelibatezze di Bacco

 

Mettere a tavola i calici del vino

Mettere a tavola i calici del vino

di Donatella Cinelli Colombini

Le regole sono poche e semplici: i bicchieri da vino vengono disposti da destra a sinistra. Il vino per l’antipasto è il primo a destra e quello per il dessert l’ultimo a sinistra. Meglio usare un bicchiere senza stelo per l’acqua in modo da rendere più facile la sua identificazione.

 

MEGLIO USARE LE COPPETTE PER L’ACQUA E I CALICI PER TUTTI I VINI

Un tempo il bicchiere per l’acqua era il più grande, ma con l’arrivo dei calici da vino di notevole dimensione è stato necessario trovare un’alternativa più pratica anche per non ingombrare troppo la tavola. Chi è abituato al vecchio galateo della tavola, tuttavia, spesso versa l’acqua nel calice dei grandi vini rossi trovandosi poi in grande imbarazzo. In effetti i nuovi bicchieri da vino sono più voluminosi e ingombranti di quelli “vecchio stile” ma anche molto più facili da lavare. Ricordo come un incubo i cristalli molati o incisi di cinquant’anni fa che si scheggiavano al minimo urto e tagliavano le mani di quelli che li lavavano come fossero rasoi. Erano così scomodi da rimanere quasi sempre chiusi negli armadi e questo li perpetuava di generazione in generazione diventando un ingombro di cui nessuno sapeva cosa farsene.

 

Bicchieri da vino in tavola al ristorante

Bicchieri da vino in tavola al ristorante

BASTA CON IL TIMORE REVERENZIALE VERSO I CALICI DI CRITALLO, SONO INDISPENSABILI PER GUSTARE IL VINO

Oggi i prezzi dei calici in cristallo da vino sono enormemente diminuiti ed è possibile acquistare “cristalli sonori” a meno di quattro Euro al bicchiere. C’è dunque un rapporto molto meno reverenziale verso la cristalliera e apparecchiare la tavola ha perso quella magia da rito religioso di un tempo.
A me piace mettere tutti i bicchieri in tavola prima di far sedere i commensali, ma questo mi costringe a limitare i calici a quattro-cinque a persona e quindi gli assaggia a quattro-cinque vini. Non è un male, i pasti con sterminate degustazioni, come usavano un tempo, sono considerate fuori luogo nella logica healthy del nuovo millennio. Per evitare gli abusi e aumentare gli assaggi bisognerebbe usare le sputacchiere, ma queste sono assolutamente da escludere a tavola.

 

Enoturismo: male il 2020 ma c’è ottimismo sul futuro

Il sentiment sull’enoturismo è la fotografia di uno strabico. Il business 2020 è disastroso ma le cantine di tutto il mondo scommettono su una ripartenza veloce

 

Enoturismo 2021: le cantine francesi sono le più ottimiste

Enoturismo 2021: le cantine francesi sono le più ottimiste

di Donatella Cinelli Colombini

Per capire questa strana immagine di due occhi strabici partiamo dai dati presentati a Wine2wine da Nomisma-WineMonitor e vediamo che a fronte di un 55% di cantine che ha avuto cali nella vendita diretta, il 44% delle grandi imprese del vino e il 57% delle piccole intende potenziare l’enoturismo come strumento per superare la crisi.

 

ENOTURISMO STRABICO CON UN DISASTROSO 2020 E TANTE, TROPPE SPERANZE PER IL FUTURO

Già questo sembra un primo segno di strabismo, infatti se c’è un settore colpito dalla pandemia è proprio il turismo.
Se andiamo a vedere altre fonti, l’impressione di avere davanti una sovrapposizione fra sogni e realtà diventa ancora più evidente e non solo in Italia. Un articolo di W. Blake Gray su WineSearcher ci aiuta a capire l’opinione ottimistica dei produttori nonostante la generale (89%) consapevolezza, che fino al 2022 i flussi dei wine lovers saranno più scarsi di prima.
I dati provengono dal sondaggio internazionale di Winetourism.com con le risposte di 1.203 aziende vinicole di 34 paesi: 38,7% in Italia, 14,5% in Francia e 10,5% in Spagna.
Lo stesso sondaggio rivela che metà delle aziende vinicole ha perso oltre il 50% del business del proprio punto vendita escluso l’Australia e Germania, dove il 20% delle cantine nel primo caso e l’11% nel secondo, hanno aumentato le vendite al pubblico.

 

Enoturismo 2021: le cantine francesi sono le più ottimiste

Enoturismo 2021: le cantine francesi sono le più ottimiste

TENGONO LE CANTINE TEDESCHE E AUSTRALIANE MA OLTRE LA META’ DELLE IMPRESE HA PERSO OLTRE IL 50%

I più ottimisti verso il futuro del turismo del vino sono i francesi: il 41% pensa ad un ritorno alla normalità nel 2021. Opinione condivisa anche dal 30% dei produttori spagnoli e australiani. Ma quasi tutti (80% di media e i tedeschi con l’89%) sono ottimisti su uno scenario a più lungo temine con l’80% che prevede una crescita del turismo del vino nella propria regione nei prossimi 10 anni. Per questo il 23% degli intervistati intende investire nella wine hospitality nei prossimi anni.
Il campione di 1.203 cantine da cui Winetourism.com ha ricavato i suoi dati è composto da aziende che traggono la maggior parte del loro business dal turismo enologico (56%) oppure da attività connesse come winery tours, corsi di cucina, oppure wine weddings.
I dati sulla tipologia dei clienti confermano l’aumento degli enoturisti “per caso” che sono ormai la netta maggioranza (57%), mentre i veri wine lovers sono il 15% del totale. Un dato che coincide con una tendenza registrata anche in Italia.

 

SAN VALENTINO, TAGLIOLINI PER UNA CENA SPECIALE

La ricetta di pasta perfetta per la cena del 14 febbraio San Valentino. Aspettiamo speranzosi di potervi ospitare presto nel nostro agriturismo alla Fattoria del Colle e nella nostra Osteria per weekend a tema.

 

di Donatella Cinelli Colombini

Si tratta della ricetta dei Tagliolini di rape rosse, con agnello, broccoli e pomodori secchi. Un piatto che richiama la cultura romanesca in chiave moderna e fantasiosa.

 

RICETTA DI SAN VALENTINO: TAGLIOLINI DA INNAMORATI CON RAPE ROSSE

Tagliolini di San Valentino della Fattoria del Colle

INGREDIENTI

Per la pasta:

300 g di farina, 2 uova, 1 rapa rossa piccola

Per il Ragù:

400 g polpa dell’agnello, 100 g broccoli già sbollentati, 30 g pomodori confit (o secchi), 1 spicchio di aglio, 1 bicchiere di vino bianco, sale e pepe.

 

PREPARAZIONE DELLA RICETTA DEI TAGLIOLINI DA INNAMORATI

Cuocere la rapa in acqua bollente, tagliarla a pezzettini, aggiungere le uova e mescolare con il mixer o con la frusta fino ad ottenere una crema omogenea. Versare il composto nella farina disposta a fontana sopra la spianatoia. Salare e lavorare l’impasto con la forchetta e poi con le mani lasciarlo poi riposare in frigorifero per un’ora racchiuso in una pellicola.

tagliolini con rape rosse per San Valentino

Stendere la pasta con il mattarello sulla spianatoia infarinata fino ad ottenere una pasta sottile e omogenea. Aiutandosi con della farina, arrotolarla a tagliarla a strisce.

 

San Valentino e compleanno della Doc Orcia

La Doc Orcia nasce il 14 febbraio 2000, giorno di San Valentino e Cenerentola è il vino per festeggiarla dicendo: ti amo, vuoi essere la mia principessa?

 

Orcia Doc, compleanno per San Valentino, vino Cenerentola

Orcia Doc, compleanno per San Valentino, vino Cenerentola

di Donatella Cinelli Colombini

Nasce sotto il segno dell’amore la Doc Orcia, il 14 febbraio, giorno di San Valentino, di ventuno anni fa. Un atto d’amore verso un territorio riconosciuto patrimonio dell’umanità Unesco per il suo paesaggio rurale formato dalla mano dell’uomo nel corso dei secoli e arrivato a noi intatto, come un capolavoro di armonia fra natura, storia e uomini.

 

DOC ORCIA, VENTUNESIMO COMPLEANNO IL GIORNO DI SAN VALENTINO

Un’immagine di bellezza che l’Orcia -vino più bello del mondo- trasforma in una cartolina liquida da assaporare. Un territorio di alte colline, strette fra le aree di produzione del Vino Nobile di Montepulciano e del Brunello di Montalcino, che in passato era colpita da  frequenti gelate primaverili. Solo con l’arrivo del Global Warming, i vignaioli Orcia hanno avuto continuità produttiva d’uva ed hanno trovato il coraggio di competere con le due denominazioni vicine, due sorelle più vecchie, famose e fortissime.

 

L'albero d'oro di Lucignano

L’albero d’oro di Lucignano, albero dell’amore, dove promettersi fedeltà il giorno di San Valentino

CENERENTOLA DOC ORCIA, UN VINO CHE SOMIGLIA AD UNA FIABA D’AMORE

Una storia che somiglia a quella di Cenerentola e per questo ha dato il nome al vino Orcia Doc prodotto alla Fattoria del Colle da Donatella Cinelli Colombini. Anche il finale è somigliante: il vino Cenerentola ha ormai varcato la magica linea dei 90/100 nei giudizi dei grandi giornali di vino internazionali (per l’annata 2016: 93 Wine Spectator, 91 Wine Advocate/Robert Parker, 93 James Suckling) ed ora ha una coroncina nell’etichetta come una vera principessa. La produzione è ancora piccola, solo 10.000 bottiglie all’anno, ma il numero dei suoi fans cresce in ogni parte del mondo e fra loro c’è anche qualche vero principe.
La storia di questo vino è quella di chi parte svantaggiato ma riesce a farcela. E’ la storia di un’autentica sfida perché Cenerentola ha il vigore armonioso dei migliori Supertuscan ma è prodotto con soli vitigni autoctoni toscani – Sangiovese e Foglia Tonda – di cui il secondo era abbandonato ed ha trovato prospettive di sopravvivenza proprio grazie a questo vino.
Una storia d’amore a lieto fine che trasforma la Doc Orcia Cenerentola in un autentico simbolo romantico. Un vino che dice alla donna amata <<diventerai la mia principessa>> e trasforma ogni uomo Innamorato in un principe Azzurro.

 

L’11 febbraio alle 17 inizia l’anno cinese 4718

Oggi è l’ultimo dell’anno nel calendario cinese. Inizia l’anno del bue che noi festeggeremo con il Drago e le 8 Colombe, ravioli e involtini primavera

 

Il Drago e le 8 Colombe con ravioli al vapore e involtini primavera

Capodanno cinese: Il Drago e le 8 Colombe con ravioli al vapore e involtini primavera

I cinesi iniziarono a contare gli anni nel 2637 avanti Cristo. Grandi conoscitori della volta celeste, crearono un calendario lunisolare simile a quello ebraico, con un ciclo che si ripete ogni 60 anni. Marco Polo, arrivando in Cina trovò questo calendario e una giornata divisa in 12 ore.
All’inizio del Novecento la Cina abbandonò la numerazione degli anni che era basata sulla salita al trono del nuovo imperatore e decide di usare solo il numero progressivo degli anni. Il 12 febbraio inizia il 4718, giocando con le parole potremmo dire i Cinesi che sono nel nostro futuro.

 

IL DRAGO E LE 8 COLOMBE IGT PER FESTEGGIARE IL CAPODANNO CINESE

Napoletani in Cina Donguangg Masterclass di Donatella Cinelli Colombini

Sommelier cinesi – capodanno cinese e vino rosso italiano Il Drago e le 8 Colombe

Quest’anno anche noi festeggeremo il capodanno cinese gustando il nostro vino Supertuscan IGT Toscana Il Drago e le 8 Colombe insieme a qualche delizioso cibo del gigante asiatico: involtini primavera e ravioli  al vapore che portano fortuna e ricchezza.
Il Drago e le 8 Colombe è un vino nato per celebrare la parte maschile della famiglia e delle cantine di Donatella Cinelli Colombini, suo marito Carlo Gardini, mentre le 8 colombe simboleggiano la componente femminile delle prime cantine italiane con un organico di sole donne. E’ un vino potente e vellutato fatto con Sangiovese che apporta eleganza, Merlot che conferisce morbidezza e Sagrantino che dona struttura.
La scelta dal Drago e le 8 Colombe per accompagnare il “cenone” del capodanno cinese dipende dal fatto che il vino deve essere rosso e questo ha un’intrigante nota piccante particolarmente adatta a accompagnare i cibi asiatici.

 

BIANCHI DA INVECCHIAMENTO

Le uve bianche autoctone italiane sono più adatte a trasformarsi in vini da affinamento che da pronta beva e a usare le fecce sottili a somiglianza dello Chablis

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Vini-da-invecchiamento-soave-castello

di Donatella Cinelli ColombiniFattoria del Colle 

Ci sono tre concetti che nella mia testolina da vignaiola ronzano come api sul miele: nel prossimo futuro bianchi, rosati e bollicine avranno un progressivo successo, nelle terre adatte ai vini rossi è possibile fare grandi bianchi ma non il contrario, gli autoctoni bianchi italiani sono più adatti a trasformarsi in vini da affinamento che da pronta beva.

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Vini-da-invecchiamento-soave-degustazione

VINI BIANCHI DA INVECCHIAMENTO ITALIANI

Tre concetti che stanno accrescendo in me l’interesse per i bianchi invecchiati.
Adoro la Vernaccia di San Gimignano affinata per anni, quella di Montenidoli, ad esempio. Ampelio Bucci mi ha fatto sognare con una verticale di Villa Bucci Riserva 2013, 2008, 2005, 1997 vintages colletions. Così come trovo intrigante il Grechetto dell’Umbria di Paolo Montioni con il suo complicato processo produttivo che scatena suggestioni minerali.

IL RUOLO DEI VITIGNI AUTOCTONI ITALIANI

Per questo l’articolo del Corriere vinicolo sui bianchi da invecchiamento ha attratto la mia curiosità e, nell’invitarvi a leggerlo, vi propongo alcuni concetti su cui riflettere. << L’Italia degli autoctoni bianchi si presterebbe molto di più a fare vini da affinamento che non da pronto consumo>> questo perché il patrimonio degli antichi vitigni del nostro Paese comprende molte varietà con bassi pH ed elevate acidità, condizioni che equivalgono a una naturale propensione a produrre vini capaci di durare nel tempo.

IL VINO SARA’ ANCORA IN BOTTIGLIA?

Si, il grande vino sarà ancora in bottiglia, ma questo non ci impedisce di scherzare con il suo packaging scomodo, quasi antico ma intoccabile

 

Bottiglie da vino: packaging ad alto valore simbolico

Bottiglie da vino: packaging ad alto valore simbolico

di Donatella Cinelli Colombini

Il vino ha uno dei packaging più vecchi e scomodi di tutta l’industria alimentare: la bottiglia di vetro con tappo in sughero è pesante, difficile da impilare e necessita di uno strumento esterno per aprirla. Nessun altro prodotto è altrettanto problematico, ma cambiare il contenitore del vino è un’operazione ad alto rischio perché nel tempo aiuta la lenta evoluzione del liquido, mentre nell’immediato, le modifiche fanno crollare il valore percepito delle bottiglie e persino il loro prezzo.

 

VALORE GUSTATIVO ED ECONOMICO DEL RUMORE DELLA STAPPATURA

Vincenzo Russo, maggior esperto italiano di neuromarketing del vino, dice che il suono prodotto dalla stappatura aumenta persino l’apprezzamento gustativo e gli studi di marketing confermano che il tappo in sughero produce una propensione a pagare di più le bottiglie. Eppure l’uso del cavatappi è tra le cose più scomode che ci siano. Moltissimi consumatori giovani non lo sanno manovrare per cui c’è persino chi ha studiato come stappare il vino battendo il fondo della bottiglia con il tacco delle scarpe.

 

Donatella Cinelli Colombini con Petrus

Donatella Cinelli Colombini con Petrus

E SE IL VINO SI VENDESSE IN FUSTI COME LA BIRRA?

Per questo Oliver Styles ha scritto un articolo fra il provocatorio e lo scherzoso per Wine Searcher di cui io vi riassumo qualche concetto. Il punto di partenza sono i banchi d’assaggio “WineEmotion” cioè quei dispenser che servono assaggi da beccucci metallici introducendo una carta prepagata. Il wine lover ha la possibilità di gustare a basso costo un notevole numero di etichette, mentre il vino viene mantenuto integro da un gas inerte.
Portando all’estremo questo sistema di consumo Styles si chiede se non converrebbe trasportare il vino in barili come la birra e poi spartirselo fra persone riunite di un gruppo d’acquisto. La descrizione prende toni esilaranti quando Oliver Styles spiega dove mettere il vino, estratto dal barilotto, per portarlo a casa.

 

TOP 100 Wine Spectator 2020 fra enologia e jet set

Rioja, Sonoma e Brunello primi della TOP 100 Wine Spectator. N°1 è il vino di Vincente Dalmau, aristocratico del jet set e scapolo d’oro di Spagna

 

WS TOP 100: Castillo Ygay Tinto Gran Reserva Especial 2010

di Donatella Cinelli Colombini

Alla fine di ogni anno i grandi giornali internazionali del vino redigono la loro classifica delle etichette più importanti del mondo. C’è chi indica nuove tendenze come Wine Advocate-Robert Parker che attualmente spinge i wine lovers verso un’attitudine da esploratori che si avventurano su nuovi territori, vitigni e tendenze. C’è chi invece, come Wine Spectator, crea etichette icona proponendo spesso cantine e vini che nessuno si aspetta. Una circostanza che produce autentici scossoni nel business del vino con consistenti incrementi di richieste e prezzo nei confronti di chi occupa il podio della WS TOP 100. I dati forniti da quello che potremmo definire il Nasdaq dei vini di lusso, cioè il portale inglese Liv-Ex ne sono una prova tangibile. Il vino incoronato dalla classifica 2020 Bodegas Marqués de Murrieta Rioja Castillo Ygay Gran Reserva Especial 2010 è passato da essere la 19° etichetta spagnola più scambiata nei primi undici mesi del 2020 al primo posto di dicembre perché tutti i collezionisti lo volevano. Anche sui prezzi l’effetto di essere the Number 1 Wine Spectator TOP 100 è stato più che percepibile e la cassa da 12 bottiglie è salita da 960€ a 1170 € in un mese. E non parliamo di una micro selezione ma di 90.000 bottiglie prodotte.

 

Vincente Dalmau Cebrián-Sagarriga

Vincente Dalmau Cebrián-Sagarriga

LA RIOJA CHE CONOSCO: VINA TONDONIA E ARTADI

Soffermiamoci un attimo su questa cantina spagnola e il suo proprietario che sono davvero degni di nota. Ammetto di averli scoperti attraverso internet e non averne una conoscenza diretta. Per me la Rioja è rappresentata dalle cantine dei miei amici Maria JoséLopez de Heredia Montoya di Vina Tondonia e Juan Carlos Lopez de Lacalle di Artadi. La prima è la paladina della tradizione e il secondo è talmente furioso contro l’incremento produttivo della denominazione da aver cancellato la parola Rioja dalle sue etichette. Splendide cantine entrambe e con un’anima autenticamente vignaiola completamente diversa da quella espressa da Vincente Dalmau Cebrián-Sagarriga il dongiovanni del vino spagnolo.

 

VINCENTE DALMAU CEBRIAN SAGARRIGA  PRODUTTORE DA JET SET

Vincente e le sue tre sorelle sono eredi di un impero che va dalla comunicazione televisiva all’immobiliare agli alberghi. Dopo la morte improvvisa del padre, a soli 25 anni Vincente prese le redini dell’azienda di famiglia alternando il lavoro con la frequentazione del jet set e soprattutto di bellissime modelle come Marta Ortiz – di vent’anni più giovane di lui – oppure della marchesa blogger María de León Castillejo, nota per il suo idillio con l’attuale Re di Spagna Felipe VI. Nelle foto dei giornali, il nostro wine maker latin lover è spesso accanto a donne bellissime quasi sempre molto più giovani e alte di lui.

 

                                                                       
Cinelli Colombini
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