Il cibo per la sostenibilità e non solo per mangiare
A Firenze, dal 4 al 6 giugno 2015, il forum internazionale sulla ‘Sostenibilità del benessere ’ SWIF, con 300 studiosi...
A Firenze, dal 4 al 6 giugno 2015, il forum internazionale sulla ‘Sostenibilità del benessere ’ SWIF, con 300 studiosi...
Ignazio Anglani ci mostra la splendida Masseria Carvinea dove ha iniziato a lavorare dividendo le sue giornate con il Consorzio Puglia Best Wine
Carvinea nasce dalla passione di Beppe di Maria per i grandi vini e le grandi sfide. Salentino di Francavilla Fontana a vent’anni va a Milano per tornare in Puglia nel 1978 e gestire concessionari Volkswagen e Audi, poi Lexus ed infine Porsche. Un uomo di successo con la passione delle auto che tuttavia sente un legame profondo con il suo passato e la sua terra. Nel 2000, Beppe, si imbatte, per puro caso, nella Masseria Pezza d’Arena nelle campagne di Carovigno a 3 km dal mare e nei pressi del Parco di Torre Guaceto. Costruita nel Cinquecento ed antica proprietà dei principi Dentice di Frasso, era in terribile abbandono.
Quella di riportare la masseria al suo antico splendore diventa per Beppe di Maria una sfida in grande. Il restauro procede nel rispetto delle strutture storiche, usando metodi e materiali tradizionali e …. alla fine l’antica nobiltà dei muri torna fuori con un’eleganza tutta nuova. Al nome storico aggiunge Carvinea che fa riferimento al nome medioevale di Carovigno, e vuole sottolineare la rinascita dalle radici più antiche e solide.
Il vino è una parte integrante di questa sfida che guarda in alto. Intorno ai muri in pietra ci sono i vigneti coltivati come giardini e all’interno della masseria nascono grandissimi vini sotto l’attenta direzione di uno dei maggiori enologi del mondo Riccardo Cotarella. L’azienda è associata al Movimento turismo del vino e presto sarà aperta al pubblico.
Facciamo una piccola pazzia: beviamoci un Perrier-Jouët Belle Epoque Blanc de Blancs 2002 e gustiamo un mito sensuale e senza tempo
Visto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Io e mio marito Carlo Gardini amiamo pasteggiare con le bollicine. Tutti i pretesti sono buoni: il caldo d’estate, i tartufi in autunno ( la fattoria del Colle ha 5 riserve tartufigene), il bisogno di variare dopo l’assaggio di tanti vini rossi. Il Perrier Jouet non è fra i miei preferiti perché io detesto il liberty e la bottiglia di questo Champagne mi è sempre sembrata orrenda. Ma ho scoperto che il contenuto non è niente male, anzi devo ammettere che mi affascina profondamente.
Per questo l’articolo di Caroline Henry su Wine Searcher mi ha attratto subito: Le 10 cose che ogni wine lovers dovrebbe sapere su Perrier-Jouët.
Alcune di queste dieci sembrano fiabe. Prima di tutto la storia: Pierre Nicolas Perrier e Rose Adelaïde (Adèle) Jouët si sposano nel 1810. Lui vende tappi e lei ha 19 anni ed è figlia di un produttore di Calvados. Un anno dopo fondano la loro cantina Perrier-Jouët e tre anni dopo comprano il grande edificio dove si trova, ancora oggi, la direzione aziendale.
Malala Yousafzai 17 anni pakistana ha detto a Obama e ai leader mondiali <<invece di mandare armi mandate libri e insegnanti>> ecco la rivoluzione giovane
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Per la prima volta il più importante riconoscimento mondiale per gli operatori di pace, il Premio Nobel, viene assegnato a un’adolescente. Malala poco più che una bambina proveniente da Mingora, alla frontiera Nord Ovest del Pakistan, nella regione montuosa dello Swat, controllata dai talebani. Per la prima volte la scelta ha trovato tutti d’accordo, senza le polemiche che hanno accompagnato i premi a Obama o
all’Unione Europea, negli anni scorsi. Malala è un simbolo internazionale di coraggio e di un modo nuovo di essere giovani contribuendo attivamente al cambiamento del mondo.
Riceverà il Premio Nobel per la pace a Oslo il prossimo dicembre insieme all’ingegnere indiano Kailash Satyarthi che si batte contro il lavoro minorile e i bambini schiavi. La scelta di due persone provenienti da Paesi in guerra fra loro è emblematico e vuole sollecitare la fine delle ostilità.
Il vino Novello sembra in piena crisi dopo il boom della fine del Novecento. E’ uscito dalle cantine il 30 ottobre fra l’indifferenza generale
per voi da Donatella Cinelli Colombini
Ammetto di averne bevuto pochissimo perché non lo amo e ancora meno apprezzo il Beaujolais nouveau con quell’odore da medicinale che lo fa sembrare artificioso. Il mio non è snobismo, solo che trovo molto più piacevole un buon Lambrusco con le castagne e la mortadella. Mi piaceva invece l’apparato di comunicazione che i francesi mettevano in campo per promuoverlo con i furgoni carichi che, allo scoccare della mezzanotte, uscivano dai cancelli delle cantine mentre i consumatori aspettavano nei locali per stappare le prime bottiglie. Un rito collettivo, in diretta TV, il terzo giovedì di novembre, che faceva sembrare tutto una festa.
In Italia il Novello si era diffuso negli anni ’70 con il Vinot di Angelo Gaja ( non ve lo aspettavate vero? ) e il San Giocondo dei Marchesi Antinori a cui si accodarono altri produttori principalmente di Veneto, Trentino e Toscana. Un successo effimero che ha segnato il suo apice alla fine del Novecento. Finito, passato di moda! Vi ricordate il salone del Novello a Vicenza? Si è spostato a Verona e ora non esiste più.
Curcuma, pepe nero, peperoncino, cannella, cumino … nelle spezie virtù sorprendenti che vanno da quelle calmanti a quelle eccitanti anche sessuali
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Nel passato remoto le spezie erano l’unico rimedio disponibile contro le malattie. Monaci e speziali le usavano con maestria, poi il loro utilizzo ha assunto un carattere stregonesco e i dubbi sulla loro efficacia hanno sostituito la fiducia. Invece cinesi e indiani continuano a usarle abbondantemente e con risultati, spesso sorprendenti.
Vale dunque la pena di sapere quali effetti hanno sul nostro corpo le spezie che, anche inavvertitamente, mettiamo nel cibo o nelle bevande. Del resto senza spezie i cibi non avrebbero fascino e piacevolezza di sapore.
Feste in grande per il 50° anniversario di Agriturist Toscana e i 10 anni del riconoscimento Unesco della Val d’Orcia. Progetti, ricordi e qualche polemica
Visto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Feste diverse ma ugualmente importanti. A San Quirico un convegno riassume il lavoro fatto nei primi 10 anni dall’iscrizione della Val d’Orcia nel patrimonio dell’umanità Unesco e fornisce qualche indicazione per il futuro. Due ottime proposte arrivano da Carlo Cambi –giornalista e professore universitario – il festival e il museo della val d’Orcia. Il festival dovrebbe coinvolgere, incuriosire ed entusiasmare, insomma più estro e meno contesto. Nel museo il territorio si dovrebbe raccontare, e dare agli agricoltori il ruolo di artefici della campagna più bella del mondo.
Potrebbero essere queste le realizzazioni da proporre alla Regione Toscana che è arrivata al convegno mostrando una borsa di soldi da conquistare con progetti convincenti. Del resto la situazione della ricettività, salvo l’Hotel Adler di Bagno Vignoni, non è confortante: i posti letto sono cresciuti ma rimangono vuoti due terzi dell’anno. E questo nonostante ci siano tante cose da gustare, da vedere e da provare in Val d’Orcia. Una su tutte, il treno natura, piccolo gioiello dell’Assessore di Siena Stefano Maggi che meriterebbe molte più corse delle 10 attualmente in calendario. I viaggi sui treni storici e sulle strade ferrate semi abbandonate sono ormai una vera attrattiva turistica.
Stessa cosa gli alberi monumentali e quindi aderisco volentieri all’appello di Nicoletta Innocenti per la Quercia delle Checche di 360 anni di età che si è rovinata lo scorso ferragosto. Un albero storico che è ormai una celebrità internazionale.
Da Montreux #DWCC Digital Wine Communications Conference un racconto di prima mano e tante novità da Gian Piero Staffa di centovingeitalia
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Ci sentiamo spesso via e-mail e lui mi fa schiantare di invidia con frasi del tipo << Ciao Buona serata, per me un po’ impegnativa con un Chassagne Montrachet Monopole Clos de la Chapel 2004 in abbinamento alle caldarroste >>. Non meravigliatevi, lui è al massimo qualunque cosa faccia: le traversate transoceaniche da solo in barca a vela, i grandi vini e naturalmente il web.
A Montreux ha partecipato a due giorni di immersione totale nel vino digitale “Wine in context” #DWCC Digital Wine Comunication Conference.
<< Porto con me un’esperienza unica ed informazioni
pazzesche su dove sta andando l’informazione. Operatori del settore enotouristo che rinunciano al sito web perché Instagram gli funziona meglio. I blog che diventano microblog trasferendosi sui social media … il nuovo modo di fare SEO. La crescita di attenzione per le recensioni online dei consumatori comuni e, in contemporanea, il crescente disinteresse per quello che dicono i critici… www.vivino.com è un sito nato in Danimarca con 6 milioni e seicentomila utenti che pubblicano le loro impressioni sulle bottiglie che assaggiano. Persino in Russia il 90% dei blogger sono winelover e le recensioni che pubblicano sono di normali consumatori che tuttavia orientano il mercato…. Invece in Italia il numero delle guide scritte dai critici aumenta ogni anno…>>
Ci ha lasciato uno degli uomini che hanno dato di più al vino e al turismo del vino in Italia. Francesco Lambertini sapeva imporsi senza alzare la voce
Visto per voi da Donatella Cinelli Colombini
L’ho conosciuto nel 1992 quando venne a Siena, da Bologna, per assistere al convegno in cui presentavo il primo identikit dei turisti del vino elaborato dall’Università Bocconi. Da quel momento non ha mai smesso di lavorare per accrescere le visite nelle cantine italiane fino a succedere a Ornella Venica nella Presidenza nazionale del Movimento turismo del vino.
Negli anni eroici dell’associazione, proprio all’inizio, quando c’erano pochissimi soldi e tante speranze, io incontravo spesso Francesco ammirando il suo carattere pacato e l’enorme mole di lavoro che faceva mantenendo sempre degli altissimi livelli. Era professore universitario di economia, sviluppava la Tenuta Bonzara fino a portare i suoi vini all’eccellenza e trovava anche il tempo di promuovere il turismo del vino. A quell’epoca, sia io che lui, avevamo i figli piccoli ma Francesco riusciva a dedicare ai suoi molto più tempo di quello che io davo alla mia Violante. Mi ricordo la sua casa <<cucino-centrica come tutte le vere case bolognesi>> mi spiegò sorridendo. Ricordo la cantina Bonzara che rispecchiava perfettamente la sua personalità: tecnologia avanzata, organizzazione e ordine perfetti, ma nessuna ostentazione. Mi mostrò il museo dove aveva raccolto gli oggetti degli antichi contadini e la spettacolosa sala banchetti sopra la tinaia.
La bottiglia di Whisky più cara costa 121.451 Dollari ma le prime 10 hanno un prezzo medio fra 32 e 10.000$ e sono tutti single malt scozzesi
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Pensate alla sala di un castello con camino acceso, tappeti sul pavimento in legno e librerie che salgono fino al soffitto. Pensate al dopo cena nella sala da fumo e a un maggiordomo che vi serve in guanti bianchi, su un vassoio d’argento, una bottiglia di The Macallan Lalique di 60 anni contenente un single malt Scotch Whisky Speyside –Highlands. E ora immaginate di inebriarvi con l’aroma sensuale che sale dal liquido ambrato del vostro bicchiere. Ebbene avete in mano 2.700$ del Whisky più caro del mondo!
Solo un sogno ovviamente, solo Lord inglesi, sceicchi, petrolieri e simili possono permettersi delle esperienze del genere. La curiosità resta e dunque scopriamo la lista dei 10 wisky da super ricchi proposta da Wine Searcher, il portale che raccoglie i prezzi di 47.000 rivendite sparse in tutto il mondo.
La classifica dei 10 più costosi whisky è costruita sul prezzo medio ma la cosa più impressionate sono i prezzi massimi, c’è chi vende il Glenfiddich ‘Rare Collection a 121.451 Dollari.
• The Macallan Lalique 60 Year Old Single Malt Scotch Whisky, Speyside – Highlands
• The Macallan Lalique 62 Year Old Single Malt Scotch Whisky, Speyside – Highlands
Un tempo si chiamava diritto di tappo e, in Italia, era una pratica risparmiosa. Oggi lo chiamano Byob o Byo ed è di gran moda fra i wine lovers
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Byob significa bring your own bottle e, in USA, è un’abitudine snob, da veri intenditori, che non si accontentano del vino del ristorante e vogliono abbinare delle bottiglie veramente importanti, con le pietanze. L’acronimo Byob nasce intorno al 1950; all’inizio, l’abitudine di portare le bottiglie al ristorante era diffusa soprattutto in California, dove sono concentrati un gran numero di wine lovers, poi si è estesa quasi ovunque ( in Colorado è proibito) come il modo migliore per bere vini pregiati senza spendere una fortuna. Trovate la sigla Byob nella pubblicità dei ristoranti che permettono questa pratica e negli inviti alle feste in cui i partecipanti sono pregati di portare buone bottiglie.
Il diritto di tappo -corkage fee è la tariffa richiesta dal ristorante perché il cliente beva il vino. Varia dai 7€ da pagare in Italia ai 15-25$ degli Stati Uniti, cifra che vanifica il risparmio se le bottiglie hanno un costo iniziale inferiore ai 50$. Infatti in America il prezzo del vino, rispetto al listino del distributore, raddoppia sullo scaffale e triplica in tavola. Qualche consiglio sul vino portato da casa al ristorante arriva da Intravino che suggerisce di limitare la pratica alle sole bottiglie rare o importanti e ai soli locali in cui si è ben conosciuti per non diventare dei clienti indesiderati. Infatti il vino è una componente importante del bilancio del ristorante che sparisce se le bottiglie sono portate direttamente dai consumatori.
Ecco i caratteri dei vini da bere in aereo secondo il Master of Wine e campione del mondo Sommelier Markus Del Monego e il nostro Andrea Gori
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Il punto di partenza è un breve articolo di Andrea Gori che commenta positivamente le scelte delle compagnie aeree in fatto di vini << è davvero difficile, almeno in first e business class, non trovare chicche di valore anche molto elevato>>. Infatti per catturare e fidelizzare i frequent flyers bisogna anche offrire loro esperienze enologiche che li gratifichino e li sorprendano specialmente durante i lunghi voli transoceanici.
Lufthansa e Air France si sono affidati a due campioni del mondo sommelier : Markus Del Monego, vincitore nel 1998 e Olivier Poussier , vincitore nel 2000, che creano per loro le cantinette di bordo e le variano ogni due mesi. Le linee aeree tedesche tengono d’occhio le tendenze e i giudizi della stampa specializzata ma poi selezionano le bottiglie attraverso un assaggio bendato in modo da non influenzare il giudizio col brand o la denominazione. I vini adatti al consumo in alta quota devono avere scarsa acidità oppure tannini molto morbidi. Vanno bene quelli con un leggero residuo zuccherino o un’alcolicità alta perché questi due elementi sono poco percepibili in volo. Criteri che corrispondono alle richieste del bravissimo Andrea Gori <<vini freschi giovani e molto intensi per gusto e profumi>>.
Quello che forse non sapete della Penfolds: i vini sperimentali BIN, la corking clinics e la storia affascinate di questo canguro gigante e innovativo
Letto per voi da Carlo Gardini (Cinellicolombini partner)
In Italia non c’è ancora l’abitudine di bere vini “stranieri” ad eccezione dello Champagne per il quale siamo uno dei principali mercati mondiali, e questo nonostante i nostri ottimi spumanti.
Ecco perché ho scoperto i vini di alcune delle più importanti aziende vinicole australiane nei periodi di vacanza trascorsi a Malta e poi ho continuato a berli anche in Italia incuriosito da sapori e profumi molto diversi da quelli della nostra produzione
Qualche tempo fa abbiamo ricevuto in regalo dai nostri importatori ed amici australiani Caroline ed Alan un vino della Penfolds, senza dubbio una delle più conosciute cantine australiane. Fondata nel 1844 da Christopher Rawson Penfold che acquistò i suoi primi 500 acri di buon terreno a Magill, nel sud dell’ Australia. E’ qui che Christopher Penfold inizia a piantare una vigna utilizzando viti di provenienza francese che aveva portato con sé. Alla sua morte, vent’anni dopo, la conduzione dell’azienda passa alla moglie Mary che la gestisce per altri 25 anni fino quasi alla fine del 1800… ed a quei tempi un’azienda agricola gestita da una donna era veramente un caso straordinario.
La Penfolds è sempre stata un’azienda aperta alle nuove idee ed ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione di uno “stile” tipico del proprio Paese.
E’ il secondo chef più pagato del mondo ma, fra le star dei fornelli Jamie Oliver è decisamente il più simpatico, generoso e salutista
Visto per voi da Donatella Cinelli Colombini
L’avete mai visto in azione? Capelli struffati e forse non troppo puliti, camicia a quadretti, la faccia di chi si è appena svegliato dopo una notte di bagordi … e poi comincia a muoversi, si avvicina con il viso alla telecamera, la tocca … e tu che guardi hai l’impressione che le sue mani siano sul tuo monitor di casa … e poi inizia a cucinare. Muove le mani in un modo velocissimo, parla, ti guarda, ti strizza l’occhio e in un attimo la ricetta è sul piatto pronta per essere mangiata … della serie sembra facile!
Ma che fenomeno! Non meraviglia che sia il secondo chef più pagato al mondo, pare Roberto Benigni per il modo con cui cattura l’attenzione. S’intende è uno chef eccellente ma soprattutto è un uomo di spettacolo straordinario.
La classifica degli chef “paperoni” è redatta da shsonline della Hotel Supplies società irlandese di forniture alberghiere. Mette sul gradino più alto del podio il giapponese Alan Wong accreditato di un patrimonio di 1,1 miliardi di Dollari e al terzo Gordon Ramsay ($118 milioni).
Britannico come Oliver, Gordon Ramsay è il suo contrario preciso. Sempre fotografato in una candida divisa da cuoco, Ramsay ha un’aria aggressiva che, recentemente, sfiora il mefistofelico ed infatti è celebre la sua bestemmia in italiano in diretta televisiva.
Molto meglio il nostro simpaticissimo Jamie Oliver che non terrorizza gli assistenti e anzi fa sembrare semplici anche le ricette più complicate.
Dalla classifica mondiale dei leader più influenti su twitter dominata da Papa Francesco. Curiosità virali sul vino nei social: cresce l’uso delle immagini
Letto per voi da Donatella Cinelli Colombini
Devo a Gian Piero Staffa le imbeccate per un’esplorazione dei social media fuori dagli schemi. La prima classifica riguarda i leader. Ebbene il Papa sbanca twitter e occupa quattro delle prime sei posizioni, solo il premier venezuelano Nicolás Maduro Moros 3° insieme a Barack Obama 5°, riescono a infilarsi nella sequenza dei cinguettii pieni di spiritualità del Santo Padre. Da notare che il primo nome nella classifica è in spagnolo Papa Francisco, segue quello in inglese, mentre Papa Francesco in italiano è solo al sesto posto.
7° posizione per Susilo Bambang Yubhoyono Presidente


